Go down

Se si vuole cercare di comprendere la complessità del nostro mondo attuale, le sue guerre, le sue policrisi, le sue fragilità, i paradossi e le contraddizioni, si può usare il labirinto come metafora. Una metafora che ben si presta, nella sua molteplicità di significati, a fornirne un’immagine speculare e immaginifica.


Il deserto che conduce allo smarrimento e alla morte è un labirinto. Labirinto  lo è una biblioteca, ad esempio quella raccontata da Umberto Eco ne Il nome della rosa, con i suoi infiniti e ripetitivi corridoi. Labirintici sono anche i nostri sogni, oggi trasformatisi in incubi ricorrenti e costanti allucinazioni, ben diverse da quelle delle tante intelligenze artificiali piacione alle quali ci rivolgiamo per uscire dai labirinti nei quali ci sentiamo sempre più segregati. Labirinti percepiti come chiusi, angosciosamente chiusi, sigillati, anche se le crepe che si aprono nelle loro pareti regalano l’illusione di una possibile fuga e libertà. Labirinti che assumono l’aspetto di una camera circolare rivestita da specchi che creano a chi vi si trovasse rinchiuso la percezione di un labirinto realmente infinito. Labirinti pieni di maschere perché chi li abita ha paura di rispecchiarsi, di vedere riflesso il proprio volto impaurito, privato dello sguardo e sempre più incapace di comunicare. 

Non c’è bisogno di costruire un labirinto quando l’intero universo è un labirinto. (Jorge Luis Borges)

Volendo ricorrere a Borges il labirinto è una metafora potente della condizione umana, sempre smarrita dentro un eterno presente privo di direzione. Il labirinto rappresenta la complessità e l'indecifrabilità del mondo, la natura infinita e multiforme del tempo e della realtà, e le molteplici possibilità che possono nascere da ogni decisione.  

Il nostro presente è diventato un labirinto-mondo, un labirinto globale e globalizzato, intricato, complesso e pericoloso, i cui anfratti e cunicoli interni raccontano conflitti, collassi economici, disastri climatici, crisi umanitarie e molto altro ancora. Il labirinto-mondo è un groviglio di incertezze, mette in discussione ogni sicurezza, diffonde ansia, genera panico e malessere psichico. 

Il linguaggio è un labirinto di strade, vieni da una parte e ti sai orientare, giungi allo stesso punto da un’altra parte e non ti raccapezzi più. (Ludwig Wittgestein)

Il labirinto-mondo non è più una rete di possibilità nel quale entrare con coraggio (riferimento al libro di Italo Calvino: La sfida del labirinto) per navigarlo facendo ricorso all’arte e alla ragione per navigarlo. Non è più pensabile neppure la possibilità di usare strumenti letterari per orientarsi in modo da potersi orientare nel tentativo di superare i pericoli e trovare una via di uscita. Dal labirinto-mondo non si esce. Forse non vi si è neppure entrati, ci si è trovati rinchiusi come il risultato di prassi, comportamenti, pigrizie, mancanza di conoscenza e consapevolezza. In esso imprigionati oggi nessun strumento sembra in grado di fornire una via di uscita definitiva. Impossibile trovarne una anche perché è venuta meno in molti la motivazione a cercarla. Ci si sente impotenti, soli, alienati, sconfitti dall’ingiustizia che caratterizza la nostra contemporaneità. Ci si lascia prendere dallo sconforto e dalla passività, prigionieri di una architettura mentale più che fisica, anche perché da tempo abbiamo rinunciato al corpo, sostituendolo con profili digitali disincarnati che ci hanno preparato a stare rinchiusi. Prima dentro le piattaforme acquario-mondo da molti abitate e oggi nel labirinto-mondo che alle piattaforme sembra essersi ispirato. 

Ciò che è fuori di te è una proiezione di ciò che è dentro di te, e ciò che è dentro di te è una proiezione del mondo esterno. Perciò spesso, quando ti addentri nel labirinto che sta fuori di te, finisci col penetrare anche nel tuo labirinto interiore. E in molti casi è un’esperienza pericolosa. (Haruki Murakami)

Dentro questo labirinto-mondo sono venuti meno i desideri, sopraffatti dalle paure e da segni emergenti di follia, che dovrebbero suggerire esplorazioni interiori ma che si trasformano sempre più spesso in incubi ansiogeni che non aiutano a trovare la consapevolezza e a sperimentare la resilienza che servirebbero per trovare una via “di scampo”. 

Per provare a uscire dal labirinto-mondo servirebbe un’azione collettiva, la condivisione della ricerca e dell’esplorazione, la condivisione di un percorso, affidarsi a una guida (nel labirinto-mondo gli influencer non sopravviverebbero un giorno e una notte), sperimentare la solidarietà, unica strada per incoraggiare l’impegno e la riflessione che possono aiutare a sopravvivere mentre si cerca una via di uscita. Nel mondo di “caoslandia” attuale la collettività è un miraggio così come lo sono la compassione e la solidarietà. Non ci sono fili di Arianna a cui aggrapparsi, il labirinto è troppo inestricabile, è fatto di dolore e incertezze, non solo presenti ma future, non è più spazio di possibilità. Non rimane che accettare la complessità, affrontarla con intelligenza, ragione, arte, empatia e cooperazione, nella speranza di trovare un motivo per sperare.

Mai ci sarà una porta. Tu sei dentro
e la fortezza è pari all’universo
dove non è diritto né rovescio
né muro esterno né segreto centro.
Non sperare che l’aspro tuo cammino
che ciecamente si biforca in due,
che ciecamente si biforca in due,
abbia fine.
(Jorge Louis Borges)

 

 

Pubblicato il 29 agosto 2025

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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