Vampiri di attenzione, perché il “gratis” costa più di quanto sembra

L’attenzione viene trattata come un optional, qualcosa che si può accendere e spegnere a piacere, e spesso viene confusa con la concentrazione. In realtà sono parenti, non gemelli. La concentrazione è un “cono” stretto puntato su un compito. L’attenzione è la regia: decide cosa entra, cosa resta fuori, quanto a lungo, con quale intensità, e soprattutto quanto “carburante cognitivo” viene bruciato nel farlo. In psicologia cognitiva e neuroscienze l’attenzione è descritta proprio come controllo flessibile di risorse limitate, non come un interruttore.

La regola del più forte

Dopo la Seconda guerra mondiale la comunità internazionale ha cercato di costruire un sistema di regole capace di limitare la guerra e regolare i rapporti tra Stati. La Carta delle Nazioni Unite ha stabilito un principio fondamentale attraverso il quale gli Stati devono astenersi dall’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di altri paesi. Questo principio è stato spesso interpretato o aggirato dalle stesse potenze che ne avevano promosso l’adozione. Per questo, più che parlare di una semplice crisi delle regole democratiche, forse, sarebbe necessario interrogarsi su come il diritto internazionale conviva da decenni con gli equilibri di potere della politica globale.

La traversata nuda: perché il corpo non è mai facile

Il corpo che cambia: quasi la metà dei ragazzi tra i tredici e i diciotto anni si dichiara disponibile a ricorrere alla medicina estetica, e un genitore su otto ha già suggerito ai propri figli di farlo. Il corpo che non si riconosce ancora trova una risposta immediata, un aggiustamento tecnico prima ancora che sia stato davvero incontrato e abitato. E la stessa logica, sempre più spesso, si estende all’identità di genere: il disagio di non riconoscersi diventa diagnosi, la diagnosi diventa percorso, il percorso diventa scelta irreversibile, tutto prima che il ragazzo abbia avuto il tempo di capire chi è. La forma del disagio cambia, ma la logica è la stessa: il corpo come problema da risolvere piuttosto che come luogo da attraversare. Da qualche tempo uso una parola latina: id. Neutro singolare, terza persona, né maschile né femminile. Significa “esso”, “ciò”, qualcosa che ancora non ha preso forma definitiva. Id non separa. Riconosce.

Pratiche umaniste di resistenza

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. Siamo tutti testimoni, nostro malgrado, di una rivoluzione tecnologica che con la pretesa di digitalizzare la vita, riducendola a semplici algoritmi, ci sta cambiando dentro, in qualche modo ibridizzando, automatizzando e robotizzando. Ha cambiato il mondo e come lo percepiamo, come pensiamo e come comunichiamo, convincendoci che tutto sia informazione.

Referendum e ideologia

Questo mondo manca di profondità, l’ha persa. Chiunque si sente legittimato a sparare qualsiasi boiata, a credere che quella boiata sia una verità assoluta e a incazzarsi pure quando qualcun altro ribalta quella boiata, normalmente con un’altra simile. Questa processione di opinioni verso il santuario della riconosciuta popolarità è francamente insopportabile. Si è passati dal pensiero debole alla debolezza senza pensiero. Non sono contrario alla libertà di parola, anzi. Tutti hanno il diritto e il dovere di esprimersi. Sono contrario alle parole in libertà, quelle che non sono state veramente pensate e perciò rimangono superficiali. Vogliamo parlare poi del linguaggio? Io me ne intendo di linguaggio, è il mio lavoro. Il linguaggio non serve più a comunicare ma piuttosto a scomunicare. Scomunicare tutti quelli che non la pensano come quelli dell’ideologia dominante o di quella di turno oppure che dicono parole o frasi che potrebbero offendere qualcuno.

La forma e la sostanza. Tecnologia, risorse e l'illusione della guerra risolutiva

In questi ultimi mesi, sollecitato da alcune persone che considero maestri, ho ripreso in mano i miei vecchi quaderni di carta. Ci sono dentro appunti, schizzi di ragionamento, frammenti di letture fatti nel tempo in cui non si scriveva ancora per pubblicare ma per capire. Ho pensato, con una certa immodestia che mi auguro almeno onesta, di farne un libro. So già come verrà inquadrato da chi abita il piano nobile del pensiero contemporaneo, quello che si estende all'incirca tra Porta Romana e il Duomo, con avamposti a Londra e San Francisco visitati una volta l'anno in business class. Costoro diranno "personal branding", con la sicurezza placida di chi ha trovato in due parole inglesi la chiave per interpretare qualunque gesto umano, dalla scrittura di un libro alla scelta di un caffè. Poi storpieranno entrambe le parole, ma con tale convinzione che la storpiatura diventerà, nel giro di qualche settimana, la pronuncia ufficiale nei coworking space in Gae Aulenti. Io non mi riconosco in questa lettura. O meglio: non posso escludere che contenga una parte di verità che preferisco non guardare troppo da vicino, ma di certo non ho intenzione di adottarne il vocabolario. Ho i miei quaderni, ho la lingua italiana, ho una certa diffidenza verso chiunque sia convinto che le idee viaggino meglio se avvolte nell'inglese come le caramelle nella loro pellicola di plastica colorata. Il fatto è che scrivere a partire dai quaderni è difficile. Difficile perché quegli appunti appartenevano a un pensiero in movimento, non a una tesi da difendere. Difficile perché il presente, mentre scrivo, non ha la decenza di aspettare. E difficile soprattutto perché quello che emerge dai quaderni, messo a confronto con ciò che accade fuori dalla finestra, rivela una continuità scomoda: le domande sono le stesse, i problemi sono gli stessi, le idee per cui si combatte sono le stesse. Forse è questo il motivo per cui vale ancora la pena di scrivere.

Per gente sola

La recensione del libro di Fabio Dainotti, Per gente sola. Prefazione di Luigi Fontanella, postfazione di Vincenzo Guarracino (Book Editore, 2026; pp. 107).