La morte del pensiero critico e della valutazione

Infatti, e a onor del vero, le prime nuove tecnologie facilitavano la valutazione oggettive per la presenza sulle piattaforme di insegnamento, quali Canvas o Blackboard, di strumenti atti a misurare la produzione degli studenti. Come se tutto l’impianto dell’educazione dovesse essere misurabile. Aspetto che tuttavia rifiuto perché secondo me, imparare significa sviluppare le capacità emotive e cognitive che permettano di diventare individui a tutto tondo con un ben definito spirito critico. In quel nuovo contesto, che ne era, appunto, della valutazione del pensiero critico, analitico e narrativo degli studenti? Già allora ci si sarebbe dovuti preoccupare del progressivo ridimensionamento di quella parte fondamentale dell’apprendimento. Se lo si fosse fatto, oggi forse non vedremmo la desertificazione cognitiva che avanza inesorabile in tante aule. Negli ultimissimi anni è arrivata l’intelligenza artificiale e c’è seriamente da domandarsi se non sia arrivata la morte del pensiero critico e della valutazione tout court.

La classe fantasma: quando docenti e studenti copiano dalla stessa IA

Siamo di fronte a una biforcazione storica. L’AI può catalizzare una trasformazione positiva dell’educazione, liberando i docenti migliori da compiti ripetitivi per concentrarsi su ciò che solo l’umano può fare: coltivare curiosità, modellare rigore intellettuale, costruire relazioni educative autentiche. Ma può anche accelerare una deriva già in corso: la riduzione dell’insegnamento a trasferimento di informazioni processate, la perdita della relazione pedagogica come incontro trasformativo tra intelligenze umane, l’atrofia delle competenze sia dei docenti che non sviluppano mai maestria autonoma, sia degli studenti che non incontrano mai resistenza cognitiva produttiva. La differenza tra questi due futuri non risiede nella tecnologia. Risiede nelle scelte politiche, istituzionali e professionali che faremo.