Una riforma scolastica è urgente.
Non per insegnare di più, ma per tornare a insegnare l’essenziale.
Da anni la scuola italiana è attraversata da una convinzione tanto diffusa quanto fragile: che il progresso passi dalla tecnicizzazione del sapere, dall’aumento delle competenze operative, dalla centralità delle STEM, dalla misurabilità delle performance.
Nel frattempo, però, qualcosa si è rotto.
Non nelle competenze.
Nel giudizio.
Abbiamo formato generazioni capaci di applicare procedure, ma sempre meno abituate a interrogarsi sul senso, sul contesto, sulla responsabilità. Persone che sanno fare, ma faticano a pensare ciò che fanno.
Non è un caso se oggi l’obbedienza alla regola viene spesso percepita come sufficiente assoluzione morale.
Il problema non è Piaget, né l’esistenza dei licei scientifici.
Il problema è l’uso riduttivo che si è fatto della pedagogia: una lettura tecnocratica che ha privilegiato il come a scapito del perché, trasformando la scuola in un luogo di addestramento più che di formazione.
Ma il punto più critico riguarda gli istituti professionali.
Lì la rinuncia alla cultura umanistica è stata sistematica.
Meno ore di italiano, meno storia, meno educazione civica, meno pensiero critico.
Come se la cultura fosse un lusso riservato a pochi, e non un diritto di tutti.
Il messaggio implicito è stato devastante:
tu non hai bisogno di capire, ti basta eseguire.
E invece è esattamente il contrario.
Proprio chi entrerà prima nel mondo del lavoro, chi opererà nei servizi pubblici, nella sanità, nei trasporti, nella sicurezza, ha più bisogno di strumenti etici, storici e civili, non meno.
Una vera riforma scolastica dovrebbe partire da qui:
– rafforzare le materie umanistiche in tutti gli indirizzi
– rendere obbligatori italiano, storia, educazione civica e filosofia morale di base anche nei professionali
– introdurre il tempo pieno come spazio di crescita, non di parcheggio
– restituire alla scuola il compito di formare cittadini, non solo operatori
Le discipline umanistiche non servono a “fare cultura”.
Servono a riconoscere l’umano, a comprendere il contesto, a distinguere la responsabilità dall’alibi.
Una scuola che rinuncia al pensiero critico non è neutrale.
Sta già scegliendo che tipo di società vuole.
E una società che delega il giudizio alle procedure, prima o poi, smette di interrogarsi anche quando dovrebbe fermarsi.