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Segno, Simbolo, Sintassi e l’AI

Un dialogo immaginario su come l’esperienza di Jean-Michel Basquiat - la sua grammatica visiva fatta di parole e simboli - possa offrire un’occasione per ripensare criticamente le questioni contemporanee legate all’intelligenza artificiale.
Questa intervista impossibile problematizza l’AI come spazio di senso che si confronta con categorie profonde e politiche quali l’identità, il potere, il linguaggio e la marginalità. È un confronto tra due modi di produrre significato, la pittura che nasce dall’esperienza vissuta e dai conflitti sociali, e i sistemi computazionali che apprendono da dati preesistenti.
Basquiat emerse dalla scena dei graffiti di New York negli anni ’70, prima sotto il nome di SAMO, poi come uno dei principali esponenti del neoespressionismo internazionale. In meno di un decennio, trasformò la pittura attraverso un repertorio visivo fatto di testo, segni ruvidi, simboli e un uso iperattivo di parole e numeri che non separano immagine da linguaggio ma li intrecciano come vettori di critica sociale e storica.
L’opera di Basquiat ruota attorno a contraddizioni e dicotomie - ad esempio potere/oppresso, razza/classe, esperienza interna/esterna - che mettono in discussione la gerarchia dei segni nel discorso culturale e invitano a leggere l’AI non solo come strumento, ma come dispositivo che riconfigura le gerarchie interpretative stesse.


1. Superficie e Sensibilità

CAB: Basquiat, se l’intelligenza fosse una superficie pittorica, come si leggerebbe? L’AI, dove si collocherebbe in quella tavolozza?

Jean-Michel Basquiat: L’intelligenza nella pittura non è mai “recto” o “verso”, non è una superficie piana da analizzare come dati, è stratificazione. Ogni gesto è una storia, ogni parola impastata alla tela è un nodo di esperienza. La coscienza - quella che tu chiami “intelligenza” - non si riduce a un colore o a una formula, è piuttosto il modo in cui i segni si rispondono e si caricano di senso.

Quando penso alla tavolozza, penso a un campo dove il rosso non è solo rosso, ma ferita, memoria. Il nero, uno spazio di urto e contraddizione. Le parole non sono etichette, sono presenze.

L’AI, invece, lavora su codici ecorrelazioni, riconosce valori, non ferite. Su una tavolozza algoritmica, nero e bianco sono solo coordinate, punti in uno spazio numerico. È come se l’AI guardasse una mia tela con un righello, misura, conta, ma non percepisce il peso delle tensioni che stanno tra un segno e l’altro, la presenza di storie che non sono quantificabili.

Là dove l’esperienza vissuta si deposita, l’AI vede solo numeri. Non legge la stratificazione di un conflitto o l’intensità di un pensiero che si fa colore perché la superficie, per lei, non racconta la vita.

2. Parola come Segno e Senso

CAB: Nel tuo lavoro, testo e immagine non sono mai separati, dialogano e si sovrappongono. Che cosa significherebbe, secondo te, un’AI che genera testi o immagini autonome?

Jean-Michel Basquiat: Per me, il testo non è aggiunta, è struttura, conflitto. Le parole nei miei quadri nascono da ferite, da storie non dette, da tensioni sociali che non si riducono a etichette. Quando cammini per strada e vedi una frase, non è solo grafia, ma è lotta affinché sia riconosciuta.

Un’AI che genera testi o immagini non sta creando senso, sta ricombinando ciò che ha già davanti. Una macchina può imparare pattern e ripetizioni, e poi restituirle in forme nuove. Ma il senso non è una somma di pattern, ma è relazione, contesto, memoria corporea e storica.

In altre parole, l’AI può imitare la forma, ma non può vivere la storia che la forma racconta. Un’immagine generata da un algoritmo è una superficie senza ferita, una parola generata da una disciplina statistica è una voce senza carne. Il mio segno non nasce dal “già visto”, nasce dalle tensioni che attraversano chi guarda e chi è guardato.

3. Marginalità e Potere

CAB: Nel tuo lavoro il potere e l’identità convivono in tensione. L’AI può mediare esperienze di marginalità o rischia di consolidare strutture di dominio?

Jean-Michel Basquiat: L’AI non nasce dal vuoto, si alimenta di dati che sono già segnati da strutture di potere. È come un eco digitale di tutto ciò che il sistema ha già deciso essere “normale” o “rilevante”. Se quei codici non cambiano, allora l’AI non crea spazi di emancipazione, produce un altro specchio di gerarchie antiche.

La marginalità che ho cercato di rappresentare nei miei segni non è una categoria statistica ma un’esperienza di pelle, storia di ferite e resistenze che non si lasciano ridurre a numeri. Un dataset può mostrare “disparità”, ma non può restituire la vita, la memoria collettiva che sta dietro a quelle disparità.

Così come la corona nei miei quadri non è un semplice simbolo di supremazia, ma un segno di dignità conquistata - corona come rivendicazione, non come privilegio - l’AI rischia di ripetere vecchie narrazioni di dominio se non è messa in dialogo critico con le soggettività che vivono ai margini. Senza questo scarto, senza questa tensione, l’AI non attraversa i confini del già noto, resta un altro codice che rafforza ciò che esiste.

4. Visione oltre la Forma

CAB: Se l’AI potesse “capire” un tuo quadro, quali elementi riconoscerebbe? E quali sfuggirebbero alla sua “comprensione”?

Jean-Michel Basquiat: Un algoritmo può leggere linee, parole, sagome, ripetizioni, vede quello che si può quantificare, quello che si può etichettare. Non c’è nulla di male in questo, è come se l’AI dicesse: questo è un cranio, questa è una corona, questa è una parola. Ma un dipinto non è solo un insieme di forme, è un intreccio di storie, rimandi, gerarchie sociali e contraddizioni.

La corona nei miei quadri non è solo un segno visivo, è un modo per elevare figure che la storia dell’arte ha spesso ignorato - musicisti, atleti, voci nere considerate marginali - e per trasformarle in eroi o santi, sia in senso critico che simbolico. Non è un ornamento, è un atto di riconoscimento, di rivendicazione e di domanda, che si rifà tanto alla cultura popolare quanto alla storia dei dominanti. Questa profondità, fatta di relazioni storiche e sociali, non è una semplice somma di pixel o categorie, è esperienza, memoria e conflitto.

In altre parole, l’AI potrebbe descrivere elementi superficiali, ma non cogliere la potenza relazionale di quei segni. Perché un segno possa dirsi pienamente compreso bisogna guardare le ragioni di chi lo pone, non solo ciò che esso sembra.

5. Innovazione o Ripetizione

CAB: Basquiat, pensi che l’AI possa generare ‘nuova’ visione o che si limiti a rigenerare ciò che già è stato pensato?

Jean-Michel Basquiat: La tecnologia lavora su dati, connessioni e ripetizioni. Combina, remix, sovrappone. Questo è il suo punto di forza e anche il suo limite. L’AI non ha un corpo che sente, un passato che torna, un desiderio che spinge oltre le regole.

L’innovazione di cui parlo non è un nuovo combina-forme, non è un remix più veloce o più sorprendente, ma quella rottura di senso che nasce da contraddizioni vissute, da tensioni non risolte, da un’urgenza che non si lascia codificare. Un algoritmo può accendere luci su combinazioni inedite di segni e stili, ma non può generare un “altrove” autentico. Non sente la pulsazione del margine, non conosce la ferita che produce forma, non ha esperienza, e l’esperienza è ciò che crea visione.

In tal senso, l’AI può produrre nuovi pattern, nuove estetiche, ma non una nuova visione come atto di rottura. La visione vera nasce dal conflitto, dalla storia corporea, dalle relazioni di potere e marginalità che non si trovano nei dataset.

Breve bio di Jean-Michel Basquiat

Jean-Michel Basquiat (1960 - 1988) è stato uno degli artisti più radicali e influenti dell’arte contemporanea, capace di trasformare la cultura urbana e la marginalità in un vocabolario visivo di profonda densità simbolica. Nato a Brooklyn da padre haitiano e madre portoricana, Basquiat iniziò la sua pratica artistica nei graffiti di Manhattan negli anni ’70, firmandosi con lo pseudonimo SAMO e producendo scritture criptiche sui muri della città prima di entrare, nei primi anni ’80, nelle principali gallerie d’arte internazionali.

Il suo lavoro fonde elementi di graffiti art, neo-espressionismo e sintassi visiva personale in cui testo e immagine non sono mai separabili. Basquiat usava ricorrentemente teschi, corpi schematici e corone a tre punte come iconografie chiave. La corona simboleggia l’affermazione di dignità e autorità, soprattutto per figure storicamente marginalizzate, mentre i teschi e le anatomie richiamano l’esplorazione delle condizioni di vulnerabilità, di eredità culturale e di trauma collettivo.

Basquiat morì a 27 anni per un’overdose, lasciando un corpus di opere che continua a influenzare profondamente non solo il mondo dell’arte, ma anche la cultura visiva e politica globale.


IIP nasce da una curiosità: cosa direbbero oggi i grandi pensatori del passato di fronte alle sfide dell’intelligenza artificiale? L’idea è di intervistarli come in un esercizio critico, un atto di memoria e, insieme, un esperimento di immaginazione.

Ho scelto autori e intellettuali scomparsi, di cui ho letto e studiato alcune opere, caricando i testi in PDF su NotebookLM. Da queste fonti ho elaborato una scaletta di domande su temi generali legati all’AI, confrontandole con i concetti e le intuizioni presenti nei loro scritti. Con l’aiuto di GPT ho poi generato un testo che immagina le loro risposte, rispettandone stile, citazioni e logica argomentativa.

L’obiettivo è riattivare il pensiero di questi autori, farli dialogare con il presente e mostrare come le loro categorie possano ancora sollecitarci. Non per ripetere il passato, ma per scoprire nuove domande e prospettive, utili alla nostra ricerca di senso.

Pubblicato il 30 gennaio 2026

Carlo Augusto Bachschmidt

Carlo Augusto Bachschmidt / Architect | Director | Image-Video Forensic Consultant

https://independent.academia.edu/CABachschmidt