Il senso del valore

Il senso del valore nell’epoca del rumore permanente Quando la memoria smette di essere forma e diventa consumo La civiltà si misura nella capacità di trasformare il timore in memoria L’umano tra memoria e rumore: la perdita del valore nel tempo dell’informazione continua Una notte insonne, segnata dalle notizie di guerra, incontra la potenza del Dies Irae di Verdi e diventa occasione per una riflessione sociologica sul mutamento del valore umano, sulla perdita dei rituali e sulla trasformazione della memoria nell’epoca del rumore permanente.

Il ritorno del conflitto

Dalla fine della Guerra Fredda, l'ordine liberale ha eroso sistematicamente tutti quei corpi intermedi (sindacati, chiese, governi locali, associazioni professionali) che per secoli avevano fatto da cuscinetto tra individuo e potere. Il risultato non è stato l'individuo libero e cosmopolita promesso dall'ideologia, ma una società atomizzata in cui il conflitto politico è diventato totale, il divario tra élite e masse incolmabile, e il capro espiatorio una pratica industrializzata dai social media. Attraverso una rilettura atipica di Schmitt, Strauss e Girard, il saggio che segue mostra come il globalismo non ha superato le dinamiche più oscure della condizione umana, quanto semplicemente liberate dai contenitori che le tenevano a bada.

Tempi di crisi, tempi filosofici

Viviamo tempi filosofici, oltre che molto tecnologici e digitali. Filosofici lo sono perché siamo dentro una grande crisi che contiene una infinità di crisi emergenti. Forse prevedibili ma che non riusciamo più a comprendere, affrontare e superare con concetti, formule, modelli e teorie (nebbie) universali tradizionali varie.

Identità in crisi o crisi di identità?

La nostra identità, quella del mondo occidentale per intenderci, si trova oggi ad un punto di rottura(?), un bivio epocale in cui convergono contraddizioni antiche e nuove tensioni inedite; non si tratta semplicemente di crisi individuali o psicologiche, ma di processi storici, sociali e culturali stratificati, che stanno investendo la nostra soggettività, la nostra individualità e, più in generale, il nostro Io, nelle sue forme più profonde e ne stanno riconfigurando radicalmente le modalità di esistenza.

Il continente senza qualità

La codardia e il servilismo dell’Europa di questi tempi sono vergognosi. Il fastidio maggiore è determinato dal silenzio di leader europei e vertici delle istituzioni che non fanno alcuna dichiarazione sulle violazioni del diritto internazionale e si allineano, genuflessi e in silenzio, a sostegno di una nuova guerra illegale e irresponsabile. Il silenzio è tanto più rumoroso quanto più è evidente l’assenza di qualsiasi strategia dietro le scelte del presidente americano, probabilmente più interessato a mettere a tacere i media sul caso Epstein che a risolvere realmente i problemi del Medio Oriente.

Viviamo dentro un ologramma globale?

Ciò che sta succedendo in Medio Oriente in questi giorni non è che l’ultima espressione di una realtà che ci appare e ci viene raccontata nella sua espressione finale, ma che in realtà è il risultato emergente che racchiude in sé tutti i possibili e le altre possibilità che sono andate perse quando lo stato emergente è diventato quello finale.

Siamo precipitati in un chiasmo, nella tana di Bianconiglio

Questa riflessione nasce da un disagio profondo, reale, credo condiviso da molti. Il malessere nasce dalla percezione di vivere in un mondo al contrario, di stare tutti su una nave scagliata verso gli scogli da venti fortissimi e da mani ormai da tutti riconoscibilissime. Ci sentiamo tutti semplici sopravvissuti, naufraghi in cerca di canotti e di salvataggi, sempre più incerti e insicuri sulla nostra capacità di farcela, di scamparcela, di ritornare a casa. Il tutto risulta complicato dal fatto che sono venute meno le categorie semantiche delle parole che usiamo per comprendere e raccontarci il mondo. La difficoltà è ancora maggiore se collocata dentro quella che numerosi studiosi ormai presentano come la disfatta dell’Occidente. Una disfatta fattasi opinione pubblica a cui si sta reagendo con meno democrazia e libertà, con false verità e meno Verità, con diffusa opacità e rara trasparenza, con tanto individualismo, poco solidarismo e ancor meno compassione, soprattutto con una retorica malata, manipolatoria e sbagliata di quello che si definisce progresso ma che in realtà progresso non è più. Su tutto questo ho provato a riflettere a partire dalla parola CHIASMO!

IA come agente linguistico ed economico

Il rischio è una società formalmente governata dagli esseri umani, ma sostanzialmente diretta da Intelligenze Artificiali, con un progressivo svuotamento della sovranità democratica e della responsabilità politica. Senza questa riflessione, l’ascesa dell’IA non sarà solo tecnologica, ma una trasformazione silenziosa delle categorie stesse con cui pensiamo l’umano.

Un disperato sperare. A trent’anni dalla scomparsa di Sergio Quinzio

Il pensiero di Quinzio può contribuire alla lettura della crisi radicale del nostro tempo, alla luce di una capacità di esporsi al rischio, resistendo tenacemente al non-senso, e accogliendo la possibilità del fallimento della redenzione. Assumere il ritardo della salvezza significa vivere la fragilità umana restando consegnati all’attesa, sforzandoci di non smettere di tentare, nella speranza, a dare un senso al mondo.

Siamo (ancora) tutti figli di Marx e della Coca Cola

𝐔𝐧 𝐝𝐢𝐚𝐥𝐨𝐠𝐨 𝐭𝐫𝐚 𝐊𝐞𝐫𝐞𝐧 𝐏𝐨𝐧𝐳𝐨 𝐞 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐑𝐮𝐬𝐬𝐨. La sfida decisiva che abbiamo di fronte non è solo economica ma culturale e morale: recuperare coscienza critica e consapevolezza del rapporto con il reale. In caso contrario, nel progresso tecnologico e dell’IA, ciò che resterà di noi saranno soltanto i dati. Vivere in “tempi interessanti”, come sostiene il filosofo Žižek, non è più una metafora, ma la condizione dell’uomo contemporaneo, sospeso tra l’illusione del progresso e la fragilità strutturale di un sistema che non colpisce più il centro produttivo, ma le sue periferie — dalla vulnerabilità ecologica alla volatilità della finanza — capaci oggi di determinarne il collasso

Il paradosso del capitalismo: più spingiamo e più velocemente falliamo

Senza un nuovo contratto sociale, più il sistema spinge, più velocemente si disgrega—lacerando il tessuto economico, sociale ed ecologico che ne sostiene la legittimità. Quando il lavoro di cura viene spostato o svalutato, e la responsabilità reciproca si erode sotto la logica di mercato, anche i motori più potenti del progresso minano infine le proprie fondamenta.

Come andare avanti: speranza o coraggio?

Quando scrivo, il concetto sul quale mi soffermo spesso è quello della crisi. Nulla di casuale, anzi molto di contingente, visto che nella crisi ci troviamo tutti. Non tutti ne hanno piena consapevolezza, molti la esorcizzano rimuovendola, alcuni ne hanno già accettato un esito apocalittico e per questo parlano di collasso di una civiltà in atto. Tutti gli altri fingono di non sapere e accettano le narrazioni che la negano parlando d’altro (gli umani sono sempre stati bravi nella fuga…)!

Tempi di crepe

Un testo tratto dal mio ultimo libro 𝐍𝐎𝐒𝐓𝐑𝐎𝐕𝐄𝐑𝐒𝐎 -𝐏𝐫𝐚𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐫𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐌𝐞𝐭𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨. La vera sfida del futuro non è tecnologica, non si annida nelle intelligenze artificiali o nei metaversi, sta dentro la vita biologica e psichica reale, è rappresentata dalla comunità di persone che la abitano, dalla loro capacità di immaginare futuri e costruire il divenire attraverso la prassi. Il benessere di tutti non può nascere da algoritmi che ne quantificano misurandoli livelli di felicità e gradi di soddisfazione individuali. Nasce dall’aderenza a ideali di felicità e giustizia comuni, dalla qualità delle relazioni, dal rapporto profondo da preservare in quanto favorevole alla vita umana che si riesce a stabilire con gli altri, con la natura e con l’ambiente, dal senso che riusciamo a dare alle cose, ai fatti e alle nostre esistenze.