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Recensione critica di "Basta essere umani. Guida pratica per non estinguerci" di Susanna Di Vincenzo

Susanna Di Vincenzo, Basta essere umani. Guida pratica per non estinguerci, All Around Edizioni, novembre 2025


Introduzione: L'urgenza di un nuovo umanesimo

In un momento storico in cui la crisi climatica, il collasso sociale e la devastazione psichica convergono in una sindrome complessiva di insostenibilità, "Basta essere umani" di Susanna Di Vincenzo (Autrice di STULTIFERANAVIS) si presenta come un intervento necessario e coraggioso. Il titolo è un manifesto: basta essere umani, non nel senso di ridurre o sminuire l'umanità, ma nel senso radicale di rivendicare un'umanità autentica, relazionale, ecologica contro la riduzione dell’umano a pura funzione economica, profilo algoritmico, unità produttiva, a semplicemente funzionare, come direbbe Miguel Benasayag.

Il libro della Di Vincenzo si colloca nel solco di una tradizione critica che va da Félix Guattari a Miguel Benasayag, da Ivan Illich a Kate Raworth, proponendo quella che l'autrice definisce un "nuovo umanesimo ecologico e collettivo". Ma a differenza di molte opere teoriche sulla crisi contemporanea, questo testo rifiuta di rimanere nell'astrazione diagnostica: ogni capitolo è accompagnato da esercizi pratici, domande stimolanti, riflessioni applicabili alla quotidianità del vivere umano contemporaneo. È, insieme, un'analisi critica del presente e un manuale di resistenza esistenziale.

Ecosofia tridimensionale: il framework di riferimento

Il concetto centrale attorno a cui si organizza il libro è quello di "ecosofia tridimensionale", che riprende esplicitamente la formulazione di Félix Guattari ne Le tre ecologie (1989). Guattari sosteneva che la crisi ecologica non può essere affrontata solo sul piano ambientale, ma richiede un'articolazione su tre registri diversi: l'ecologia ambientale (il rapporto con la natura e l'ambiente), l'ecologia sociale (le relazioni economiche, politiche, comunitarie) e l'ecologia mentale (la produzione della soggettività, il rapporto con sé stessi, la psiche individuale e collettiva).

Di Vincenzo fa propria questa tripartizione e la declina nelle condizioni del (tecno)capitalismo contemporaneo, mostrandone la sua rilevanza imprescindibile e inevitabile. La crisi climatica non è solo un problema di emissioni di CO₂ o di deforestazione. È inscindibile dalla struttura sociale che la produce (un'economia basata sulla crescita infinita, sull'estrazione illimitata, sulla disuguaglianza radicale) e dalla forma di soggettività che essa genera (individui sempre più atomizzati, consumatori compulsivi, vittime e complici dei loro stessi comportamenti, ormai quasi privati della capacità di scelta autonoma, soggetti ansiosi e depressi, incapaci di immaginare alternative e nuovi possibili).

Questa prospettiva ecosofica è radicalmente antiriduzionista. Rifiuta sia l'ecologismo moralistico che riduce la crisi a scelte di consumo individuali ("usa la borraccia, vai in bici, compra bio"), sia il determinismo economicista che la riduce a pura questione di rapporti di produzione. L'intuizione di Guattari, ripresa e attualizzata da Di Vincenzo, è che i tre piani sono (co)implicati. Non si può trasformare il rapporto con la natura senza trasformare le relazioni sociali e i modi di produzione della soggettività. Ogni intervento settoriale è destinato al fallimento o, peggio, al recupero da parte del sistema.

Critica del tecnocapitalismo estrattivo

Sebbene il libro non utilizzi esplicitamente il termine "tecnocapitalismo", l'analisi di Di Vincenzo si inserisce chiaramente nel dibattito critico contemporaneo su questa configurazione del capitale. L'autrice mostra come il modello economico dominante sia strutturalmente insostenibile, non solo ecologicamente, ma anche socialmente e psichicamente.

Sul piano ambientale, la logica della crescita infinita in un pianeta finito produce l'esaurimento delle risorse, il superamento dei limiti planetari, l'accelerazione verso il collasso climatico. Sul piano sociale, produce disuguaglianze crescenti, precarizzazione dell'esistenza, disgregazione dei legami comunitari. Sul piano mentale, produce ansia, depressione, senso di impotenza, colonizzazione totale del tempo di vita.

La forza dell'analisi sta nel mostrare come questi tre piani non siano separati ma costituiscano un'unica sindrome. L'estrattivismo, termine che Di Vincenzo utilizza per designare la logica di appropriazione unilaterale delle risorse, non si applica solo alla natura ma anche alle relazioni sociali (ridotte a transazioni di mercato) e alla soggettività (ridotta a dato da estrarre e monetizzare). È estrattivismo il capitalismo della sorveglianza, che trasforma ogni nostra azione digitale in dati vendibili. È estrattivismo la gig economy che precarizza il lavoro. È estrattivismo la colonizzazione dell'attenzione operata dalle piattaforme digitali.

In questo senso, il libro di Di Vincenzo dialoga implicitamente con autori come Shoshana Zuboff, Nick Srnicek, Byung-Chul Han, anche se non li cita esplicitamente. La diagnosi è convergente: viviamo in un sistema che estrae valore da ogni dimensione dell'esistenza, non lasciando spazio alcuno a ciò che non può essere quantificato, ottimizzato, monetizzato.

La riconnessione come prassi politica

Ma il nucleo propositivo del libro sta nel concetto di "riconnessione". Di Vincenzo propone di riconnettersi con sé stessi, con gli altri, con la natura come strategia di resistenza al tecnocapitalismo estrattivo. Questa proposta potrebbe sembrare ingenua o individualista, ma l'autrice la articola in modo da evitare questi rischi.

La riconnessione si declina come riconnessione con sé stessi, riconnessione con gli altri e riconnessione con la natura.

Riconnettersi con sé stessi non significa un ripiegamento intimistico o un’autocura in senso neoliberale ("fai yoga, medita, ottimizza il tuo benessere"). Significa piuttosto recuperare la capacità di percepire i propri bisogni autentici contro quelli indotti dal mercato, di distinguere tra funzionare ed esistere (per usare la distinzione di Benasayag), di sottrarsi alla logica della performance e dell'ottimizzazione costante. Significa, in definitiva, produrre forme di soggettività non compatibili con le esigenze del capitale.

Riconnettersi con gli altri significa ricostruire legami sociali che non siano mediati dal mercato o dalle piattaforme digitali. Significa recuperare pratiche di mutuo appoggio, cooperazione, costruzione di comuni. Significa riconoscere la nostra costitutiva interdipendenza contro l'ideologia dell'individuo autonomo e autosufficiente. Qui Di Vincenzo riprende temi centrali del pensiero di Benasayag: l'estar siendo come processo collettivo, il rifiuto dell'utopia individualista, la necessità di costruire reti di relazioni concrete.

Riconnettersi con la natura non significa ritorno nostalgico a un'origine incontaminata (illusione che Guattari criticava ferocemente), ma riconoscimento della nostra appartenenza alla biosfera, della nostra dipendenza dai sistemi naturali, della necessità di relazioni non estrattive con il vivente. Significa abbandonare l'antropocentrismo e riconoscere il valore intrinseco degli altri esseri viventi e degli ecosistemi.

Nella sua insistenza sula necessità della pratica della riconnessione, Di Vincenzo insiste che queste tre forme di riconnessione non possono essere perseguite separatamente. Ogni (ri)connessione implica le altre. Non posso riconnettermi autenticamente con me stesso senza riconnettermi con gli altri (perché mi costituisco nelle relazioni). Non posso riconnettermi con gli altri senza riconsiderare il mio rapporto con la natura (perché le relazioni umane si inscrivono sempre in contesti ecologici). Questa visione sistemica è il contributo più prezioso del libro.

La dimensione pratica: Esercizi per un'ecosofia quotidiana

Uno degli aspetti più interessanti, e potenzialmente più problematici, del libro è la sua dimensione pratica, stultifera. Ogni capitolo include esercizi, domande stimolo, pratiche concrete. Questo potrebbe sembrare un cedimento alla logica del cosiddetto self-help (il termine usato nelle narrazioni oggi predominanti), del manuale di auto-aiuto che promette una trasformazione personale senza toccare le strutture di fondo, sistemiche.

Di Vincenzo sembra consapevole di questo rischio e cerca di evitarlo inquadrando queste pratiche in una prospettiva esplicitamente politica. Gli esercizi proposti non sono tecniche di ottimizzazione personale ma pratiche di sottrazione al regime tecnocapitalistico. Non mirano a renderci più efficienti o produttivi, ma a preservare spazi di autonomia, opacità, improduttività.

Da questa visione nascono proposte concrete come quella declinabili in esercizi di consapevolezza corporea non sono finalizzati al benessere individuale, ma al recupero di una percezione non mediata dalla tecnologia. Queste pratiche di rallentamento non sono tecniche di gestione dello stress ma forme di resistenza alla tirannia dell'accelerazione. Esercizi di costruzione di relazioni non finalizzate sono tentativi di sottrarsi alla logica strumentale che riduce ogni relazione a mezzo per un fine.

Rimane tuttavia una tensione irrisolta tra la dimensione individuale di queste pratiche e la loro pretesa valenza politica. Come evitare che diventino semplici strategie di conformità e coincidenza individuale che permettono di sopportare meglio il sistema senza metterlo in discussione? Come evitare che la riconnessione con sé stessi si trasformi nell'ennesima variante del "lavoro su di sé" che il neoliberalismo ci impone?

Di Vincenzo cerca di risolvere questa tensione insistendo sulla dimensione collettiva: le pratiche individuali hanno senso solo se si inseriscono in progetti collettivi di trasformazione. Ma questa inserzione non è sempre articolata concretamente. Manca forse una riflessione più approfondita su come queste pratiche quotidiane si connettano a forme di organizzazione politica, a movimenti sociali, a progetti di trasformazione istituzionale.

L'eredità di Guattari e il dialogo con Benasayag

Il debito teorico verso Guattari è esplicito e dichiarato. Ma il libro dialoga anche, implicitamente, con il pensiero di Miguel Benasayag, particolarmente nella critica al "funzionamento" (funzionare) come modalità esistenziale dominante e nella rivendicazione dell'importanza dell'esistere e dell’agire situato.

Come Benasayag, Di Vincenzo rifiuta l'idea che possiamo attendere le "condizioni giuste" prima di agire. L'ecosofia non è un programma da applicare quando avremo elaborato la teoria perfetta o conquistato il potere: è una pratica da inaugurare qui e ora, nelle condizioni date, con le risorse disponibili. È nell'atto stesso di praticare forme di vita alternative che ci costituiamo come soggetti capaci di immaginare e costruire un mondo diverso.

C'è qui una risonanza profonda con il concetto che Benasayag ha spiegato in molti suoi libri dell’estar siendo, l’esserci, l’essere essendo, l'essere-in-divenire, l'esistenza come processo continuo di costituzione attraverso l'azione. Non siamo prima e poi agiamo: ci facciamo nell'agire. L'ecosofia non è quindi qualcosa da applicare, ma qualcosa da praticare, un processo aperto piuttosto che un modello chiuso.

Questa prospettiva permette di evitare tanto l'utopismo astratto (l'attesa del grande cambiamento che verrà) quanto il realismo rassegnato (l'accettazione che non ci sono alternative). Propone invece un "utopismo concreto" o, per usare il lessico di Benasayag, una politica del "malgrado tutto": agire sapendo che non abbiamo garanzie di successo, che le condizioni sono sfavorevoli, che il potere del sistema è enorme, ma agire comunque perché è nell'atto stesso di resistere che preserviamo la possibilità di un futuro diverso.

L'influenza di Ivan Illich e Kate Raworth

Tra le altre influenze teoriche che emergono dal profilo dell'autrice e dai riferimenti sparsi nel testo, spiccano Ivan Illich e Kate Raworth. Da Illich, Di Vincenzo riprende la critica della "convivialità" pervertita dalle istituzioni moderne che producono dipendenza, etero-direzione, perdita di autonomia. Il tecnocapitalismo contemporaneo rappresenta il culmine di questa tendenza: ci rende totalmente dipendenti da sistemi opachi e non controllabili, ci sottrae ogni capacità di produzione autonoma di senso e di valore.

Il richiamo alla convivialità di Ivan Illich è particolarmente pertinente oggi, quando le piattaforme digitali promettono connessione ma producono alienazione, quando la tecnologia promette autonomia ma produce dipendenza totale. Rivendicare una convivialità autentica significa oggi recuperare capacità di fare insieme, di produrre comune, di costruire relazioni non mediate dalla merce o dall'algoritmo.

Da Kate Raworth e la sua "economia della ciambella", Di Vincenzo riprende l'idea che un'economia sostenibile deve situarsi entro i limiti planetari (il confine ecologico esterno della ciambella) garantendo al contempo i bisogni fondamentali di tutti (la soglia sociale interna). L'attuale economia capitalistica sfonda sistematicamente i limiti planetari mentre lascia miliardi di persone al di sotto della soglia di soddisfazione dei bisogni fondamentali.

Questa prospettiva permette di articolare insieme giustizia sociale e sostenibilità ecologica, evitando tanto l'ecologismo elitario che chiede sacrifici ai poveri per salvare il pianeta, quanto il produttivismo di sinistra che subordina la questione ecologica alla crescita economica. La sfida è costruire un'economia che stia dentro la ciambella: ecologicamente sostenibile e socialmente giusta.

Limiti e questioni aperte

I limiti del libro, se così si possono chiamare, nascono principalmente da una domanda non capziosa che porta a interrogarsi se sia veramente sufficiente, nel contesto attale dentro il tecnocapitalismo imperante, “essere umani”. Non dovremmo forse provare a ipotizzare di diventare qualcosa di diverso da ciò che siamo o ci riteniamo oggi? E se non fosse sufficiente criticare l’antropocentrismo diffuso nel tentativo di recuperare un’umanità più autentica? E se la domanda vera è che non possiamo limitarci a essere umani ma ripensare radicalmente cosa significhi oggi essere umani in relazione agli Altri esseri umani, agli altri essere viventi e alla biosfera? Non basta cioè essere umani, serve una mutazione antropologica.

Cambiando la sostanza delle domande si potrebbe scoprire la necessità di un approfondimento maggiore nell’articolazione delle tre ecologie proposte, sulle loro influenze reciproche, sui meccanismi che le caratterizzano, sugli effetti interconnessi che producono.

L’approfondimento potrebbe servire a definire meglio le strategie da adottare, che non possono solo essere fondate sulle pratiche esistenziali individuali ma puntare a trasformazioni sistemiche e strutturali (organizzatve, politiche, economiche, istituzionali), Strategie da applicarsi su scala globale perché la crisi climatica e il tecnocapitalismo sono fenomeni globali che richiedono risposte alla stessa scala.

Infine c’è un aspetto che, da lettore di Benasyag, nel libro di Di Vincenzo, sembra trovare poco spazio, ed è il tema del conflitto. Il tecnocapitalismo non cederà volontariamente. La transizione ecosofica richiederà necessariamente conflitto, lotta, rottura. Questa dimensione antagonistica è presente nel libro ma poteva essere più esplicitamente tematizzata.

Alcune coniderazioni finali

"Basta essere umani" rappresenta un contributo prezioso al dibattito contemporaneo sulla crisi sistemica che attraversiamo. Il suo principale merito è quello di rendere accessibile e operativo il pensiero ecosofico di Guattari, traducendolo in pratiche concrete senza banalizzarlo.

In un'epoca in cui la critica teorica abbonda ma le proposte pratiche scarseggiano, in cui l'analisi del disastro è onnipresente ma l'immaginazione di alternative sembra paralizzata, il libro di Di Vincenzo offre un percorso concreto. Non promette salvezze facili né soluzioni miracolose. Propone invece un lavoro paziente, quotidiano, collettivo di costruzione di forme di vita alternative.

La riconnessione con sé stessi, con gli altri, con la natura non è la soluzione finale alla crisi, ma è la condizione necessaria per poter immaginare e costruire soluzioni. Finché rimaniamo atomizzati, alienati da noi stessi e dal vivente, incapaci di relazioni non strumentali, saremo incapaci di produrre le trasformazioni necessarie. L'ecosofia è quindi innanzitutto un lavoro preparatorio, una pratica di produzione di soggettività capaci di resistenza e creazione.

Il libro si chiude con un invito all'azione che risuona con le parole di Benasayag che invitano a non attendere, ad agire, ad esserci. Le condizioni non saranno mai perfette, le garanzie non ci saranno mai. Ma è proprio nell'atto di agire, di praticare forme di vita diverse, di costruire relazioni alternative, di sottrarsi alle logiche dominanti, che manteniamo aperta la possibilità di un futuro diverso.

"Basta essere umani" non è solo un libro da leggere ma un invito a fare, a praticare, a sperimentare. È un manifesto per un nuovo umanesimo che non sia più antropocentrico, per un'ecologia che non sia più settoriale, per una politica che non separi più trasformazione interiore e trasformazione sociale, benessere individuale e giustizia collettiva, sostenibilità ecologica e liberazione umana.

L'ecosofia non è una dottrina da applicare ma una prassi da inventare. E questo libro, con tutti i suoi limiti, ci offre strumenti preziosi per iniziare.


Nota bibliografica

Per chi volesse approfondire le influenze teoriche che attraversano il libro:

Félix Guattari:

  • Le tre ecologie (1989), trad. it. Sonda, 2022.
  • Che cos'è l'ecosofia? (a cura di Francesco Di Maio), Orthotes, 2024.

Miguel Benasayag:

  • Funzionare o esistere? (2016), trad. it. Vita e Pensiero, 2016.
  • Oltre le passioni tristi (2015), trad. it. Feltrinelli, 2019.
  • Malgrado tutto (2023), trad. it. Vita e Pensiero, 2023.

Ivan Illich:

  • La convivialità (1973), trad. it. Mondadori, 2013.
  • Nemesi medica (1976), trad. it. Red Edizioni, 2013.

Kate Raworth:

  • L'economia della ciambella (2017), trad. it. Edizioni Ambiente, 2017.

Sul tecnocapitalismo e la critica contemporanea:

  • Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza (2019)
  • Nick Srnicek, Capitalismo digitale (2017)
  • Byung-Chul Han, Psicopolitica (2014)
  • Franco Berardi, Futurabilità (2019)

 


StultiferaBiblio

Pubblicato il 15 gennaio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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