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Ha ancora senso coltivare l'arte del ragionare bene quando il mondo premia sistematicamente chi ragiona male?


C’è una domanda che continuo a farmi in queste settimane: ha ancora senso coltivare l'arte del ragionare bene quando il mondo premia sistematicamente chi ragiona male? Non si tratta di pessimismo culturale o nostalgia per un passato idealizzato, ma di un'osservazione empirica che dovrebbe turbare chiunque si occupi di formazione del pensiero critico: constatiamo quotidianamente che la qualità argomentativa e l'efficacia persuasiva hanno divorziato, prendendo strade separate e apparentemente inconciliabili. Il problema è antico come stigmatizzava già il buon Socrate, ma oggi sembra essersi aggravato.

Guardo il dibattito pubblico contemporaneo e vedo una dissociazione straniante. Le argomentazioni più fragili trionfano, quelle più solide vengono ignorate o derise. Un politico costruisce una carriera violando ogni principio di coerenza logica, accumulando contraddizioni che sarebbero bastate a distruggere qualsiasi predecessore. I fact-checker dimostrano metodicamente la falsità delle sue affermazioni, documentano le incongruenze, segnalano le manipolazioni e, malgrado ciò, il consenso cresce. Un tweet emotivo e provocatorio, costruito su generalizzazioni indebite e false dicotomie, supera di milioni di visualizzazioni un'analisi rigorosa dello stesso tema, corredata da dati e riferimenti verificabili.

Prendi il discorso di Trump all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del Settembre 2025, un caso esemplare di come il collasso degli standard argomentativi si manifesti nei contesti più istituzionali. Dove ci aspetteremmo almeno un minimo di coerenza formale, troviamo invece una cascata di affermazioni incompatibili: si attribuisce simultaneamente il merito di aver "posto fine a sette guerre" e di aver condotto "l'Operazione Midnight Hammer" che ha "obliterato totalmente" strutture nucleari iraniane; dichiara di aver salvato "milioni e milioni di vite" attraverso la pace mentre minaccia esplicitamente di far "esplodere fuori dall'esistenza" interi paesi; presenta cifre enormi senza alcuna verifica possibile ("tra 2 e 4 miliardi di dollari", "più di 17.000 miliardi") dove gli intervalli stessi rivelano che la funzione non è informativa ma impressionistica.

Eppure questo discorso, che un docente di argomentazione userebbe come catalogo didattico di fallacie - iperbole sistemica, affermazioni autocontraddittorie, minacce esplicite mascherate da diplomazia, personalizzazione estrema di ogni risultato collettivo - non ha danneggiato, ma, presumibilmente, consolidato la posizione del parlante presso il suo pubblico di riferimento. L'infrazione sistematica delle convenzioni argomentative non è debolezza da nascondere ma dimostrazione di forza: "Posso violare tutte le regole e rimanere comunque in piedi". La trasgressione diventa il messaggio.

La domanda antica diventa allora di attualità: se la qualità argomentativa non determina l'efficacia persuasiva, anzi spesso funziona al contrario, perché dovremmo continuare a esercitarla? Non è forse un orticello per intellettuali che si parlano addosso mentre il mondo reale funziona secondo logiche completamente diverse? Non stiamo coltivando un'abilità che la contemporaneità ha reso obsoleta, come dedicarsi alla calligrafia nell'era delle email o perfezionare l'uso del regolo calcolatore nell'epoca dei computer?

Il collasso della correlazione virtuosa

Diciamocelo con la franchezza necessaria: constatiamo ogni giorno che ragionare bene non garantisce di convincere. Anzi, l'evidenza empirica suggerisce che spesso funziona il contrario. Nelle conversazioni quotidiane, un aneddoto personale vivido ("conosco uno che...") batte sistematicamente studi longitudinali condotti su migliaia di casi nel corso di decenni. Nei social media, l'intensità emotiva prevale sulla coerenza inferenziale. In politica, chi grida più forte ottiene più attenzione di chi argomenta con precisione. L'indignazione virale supera l'analisi ponderata. La semplificazione binaria trionfa sulla complessità sfumata.

Questo genera un'obiezione che non possiamo liquidare con scrollate di spalle: stiamo, forse, coltivando un'abilità che il mondo non premia. Peggio: stiamo investendo risorse educative enormi - tempo, energie, competenze - per trasmettere capacità che risultano controproducenti nel mercato delle idee contemporaneo. Chi parla con precisione viene percepito come pedante. Chi riconosce limiti e complessità appare debole rispetto a chi semplifica con sicurezza. Chi cambia idea di fronte a nuove evidenze viene accusato di incoerenza, mentre chi rimane granitico nelle proprie posizioni nonostante tutto viene ammirato per la "forza delle convinzioni".

La situazione presenta caratteristiche paradossali che meritano attenzione. Non stiamo parlando di una popolazione ignorante che non sa ragionare. Stiamo parlando di persone istruite, con accesso a informazioni, che scelgono attivamente forme di pensiero che violano principi argomentativi elementari. Laureati che condividono fake news senza verifiche. Professionisti capaci di ragionamenti complessi nel loro campo che adottano fallacie grottesche in ambito politico. Scienziati rigorosi nel laboratorio che diventano creduloni appena escono dalla loro specialità.

Questo suggerisce che il problema non è cognitivo nel senso tradizionale - mancanza di capacità o strumenti. È qualcosa di più profondo che riguarda la funzione sociale e psicologica delle credenze, il loro rapporto con l'identità, i meccanismi di appartenenza comunitaria. L'irrazionalità svolge funzioni che la razionalità non può facilmente sostituire: crea coesione di gruppo, fornisce certezze consolanti, riduce l'angoscia dell'ambiguità, offre nemici su cui scaricare frustrazioni, costruisce narrazioni che danno senso alla propria esistenza.

Tre risposte inadeguate

Quando sollevo questa questione, mi capita di incontrare tre tipi di risposta ricorrenti che, pur comprensibili, non mi convincono perché eludono il nocciolo del problema.

La prima è l'appello nostalgico: "un tempo la razionalità contava di più, esisteva un pubblico educato che apprezzava argomenti validi, la conversazione civile rispettava standard argomentativi condivisi". Ma questa narrazione regge all'analisi storica? Le folle romane acclamavano gladiatori, non filosofi. I processi alle streghe sono preceduti Internet di diversi secoli. I linciaggi di massa si basavano su voci incontrollate, non su deliberazione razionale. La propaganda è antica quanto la politica organizzata. L'idea che esistesse un'età dell'oro della razionalità pubblica mi sembra più una proiezione idealizzata che un dato storico verificabile.

Certo, potremmo distinguere tra élite colte e masse popolari, sostenere che almeno i primi coltivavano standard argomentativi elevati. Ma anche questo è dubbio: la storia del pensiero è piena di intellettuali che credevano assurdità, scienziati che sostenevano teorie infondate con argomenti fallaci, filosofi che costruivano sistemi magnifici su premesse indimostrabili. La razionalità umana è sempre stata fragile, contestata, minoritaria. Non stiamo assistendo a un declino da un'età dell'oro - stiamo semplicemente vedendo lo stesso problema in forme nuove, amplificate da tecnologie che accelerano e intensificano dinamiche preesistenti.

E comunque, anche se la narrazione decadentista fosse vera, la nostalgia non è una strategia. Rimpiangere tempi migliori non indica come affrontare quelli peggiori. Non suggerisce azioni praticabili. Rischia anzi di degenerare in paralisi: "Non c'è più niente da fare, abbiamo perso, possiamo solo testimoniare la nostra fedeltà a valori sconfitti". Questa posizione produce il peggio dei due mondi: l'impotenza pratica con la soddisfazione morale di sentirsi superiori.

La seconda risposta è l'elitismo illuminato che si tira fuori: "noi che sappiamo di logica non ci facciamo come la massa scroccatrice ad oltranza. Questa posizione trasforma l'analisi critica da strumento cognitivo a marcatore identitario, da tecnica intellettuale a distintivo di appartenenza a un club esclusivo. Il risultato è isolamento reciproco e disprezzo incrociato.

L'"élite razionale" si chiude in circoli dove si lamenta della stupidità altrui, confermandosi reciprocamente nella propria superiorità. Il "popolo irrazionale" percepisce questo disprezzo e reagisce radicalizzando le proprie posizioni, rifiutando proprio quegli standard che vengono usati per squalificarlo. Si crea una spirale dove l'appello alla razionalità diventa arma di guerra culturale, perdendo ogni funzione cognitiva reale. Chi invoca il pensiero critico lo fa per affermare la propria posizione di privilegio intellettuale, non per migliorare la qualità del ragionamento collettivo.

Questa deriva ha conseguenze concrete: quando la razionalità viene percepita come strumento di dominio sociale, qualsiasi appello ad essa viene interpretato come tentativo di manipolazione mascherata. "Vi stanno dicendo di ragionare bene solo per farvi accettare le loro conclusioni prestabilite". E così il rifiuto della razionalità diventa gesto di emancipazione, ribellione contro élite che pretenderebbero di imporre i loro criteri. Il populismo anti-intellettuale trova qui terreno fertile: "Gli esperti vogliono fregarvi con i loro ragionamenti complicati, fidatevi invece del buon senso comune".

La terza risposta è l'ottimismo pedagogico ingenuo: "basta insegnare pensiero critico a tutti, diffondere educazione di qualità, formare le giovani generazioni alla razionalità". Come se la resistenza al ragionamento valido dipendesse solo da carenza educativa, come se bastasse colmare un deficit cognitivo per risolvere il problema. Ma le persone intelligenti e istruite credono cose assurde quanto le altre - semplicemente costruiscono razionalizzazioni più sofisticate per giustificarle.

I bias cognitivi non vengono eliminati dall'istruzione. La capacità di ragionamento critico non si trasferisce automaticamente da un ambito all'altro: posso essere rigoroso nella mia professione e credulone in politica. Il ragionamento motivato - cercare argomenti per sostenere ciò che voglio credere invece di seguire le evidenze ovunque portino - affligge anche, forse soprattutto, chi ha strumenti intellettuali raffinati. L'intelligenza rende più abili nel razionalizzare, non necessariamente più razionali.

Il problema non è solo cognitivo - è psicologico, emotivo, sociale. L'irrazionalità spesso svolge funzioni che la razionalità non può rimpiazzare: crea appartenenza comunitaria, fornisce certezze esistenziali, riduce l'angoscia dell'ambiguità, offre nemici su cui scaricare frustrazioni, costruisce narrazioni che danno senso alla propria vita. Non puoi "educare via" bisogni così radicati. Puoi al massimo offrire modi alternativi per soddisfarli - ma questo richiede molto più che corsi di logica.

La distinzione fondamentale

Allora proviamo diversamente. Forse la questione mal posta è chiedere se la razionalità funziona sempre. Dovremmo invece chiederci: quando funziona, per chi, in quali contesti, per quali scopi specifici? E cosa significa esattamente "funzionare"?

La prima ragione per continuare a praticarla, e forse la più importante a livello personale, è questa: l'analisi argomentativa mi permette di distinguere la persuasione legittima dalla manipolazione. Non si tratta di resistere a ogni forma di influenza - cosa impossibile e indesiderabile, dato che viviamo immersi in reti di influenze reciproche. Si tratta di riconoscere quando qualcuno sta cercando di fregarmi, di bypassare il mio giudizio critico, di indurmi a credere cose false o ad agire contro i miei interessi.

Questa distinzione non è facile da tracciare, ma alcune caratteristiche sono identificabili. Una persuasione che rispetta la mia autonomia cognitiva fa queste cose: rende espliciti i passaggi del ragionamento, permettendomi di valutarli; fornisce le informazioni rilevanti anche quando non supportano la tesi sostenuta; riconosce limiti, incertezze, complessità della questione invece di presentare false certezze; ammette che esistono argomenti validi per posizioni alternative; distingue tra fatti verificabili, interpretazioni ragionevoli e giudizi valoriali. Posso dissentire dalle conclusioni, ma mantengo il rispetto per chi argomenta così.

Una manipolazione che viola la mia autonomia cognitiva fa cose diverse: nasconde sistematicamente dati decisivi che modificherebbero il giudizio; sfrutta consapevolmente bias cognitivi noti - paura, disgusto, bias di conferma - per aggirare il ragionamento; costruisce falsi dilemmi presentando due opzioni come esaustive quando ne esistono altre; accumula affermazioni false a velocità tale da rendere impossibile verificarle tutte (tecnica del "firehose of falsehood"); attribuisce intenzioni maligne a chi dissente invece di rispondere agli argomenti; usa tecniche retoriche per suscitare emozioni che impediscono il pensiero riflessivo.

Torniamo al discorso all'ONU. L'analisi argomentativa rivela la struttura della manipolazione, non solo i contenuti falsi. Mostra come funzioni il meccanismo: l'uso ossessivo della prima persona singolare ("io ho fatto", "io ho salvato", "io ho posto fine") trasforma questioni geopolitiche complesse in narrazioni di protagonismo individuale; l'iperbole sistemica ("il più grande", "mai visto prima", "milioni e milioni") elimina qualsiasi gradazione; le minacce esplicite ("vi faremo esplodere fuori dall'esistenza") infraggono deliberatamente le convenzioni diplomatiche come dimostrazione di potenza; la denigrazione diretta degli avversari ("amministrazione più corrotta e incompetente della storia") mira a delegittimare non le politiche ma le persone stesse.

Quando qualcuno crea realtà parallele impermeabili all'evidenza, quando costruisce narrazioni dove ogni dato contrario viene reinterpretato come prova della cospirazione, quando inverte sistematicamente l'onere della prova ("Dimostrate voi che non è vero!"), l'analisi argomentativa rivela l'intera architettura retorica che rende il sistema immune alle smentite. E questa rivelazione non riguarda singole affermazioni verificabili - quelle può gestirle il fact-checking - ma l'intera architettura retorica.

Questa consapevolezza non mi rende immune dalla manipolazione. Posso comunque scegliere di lasciarmi persuadere per altre ragioni: appartenenza al gruppo, calcolo strategico, consonanza emotiva, convenienza pratica. Ma almeno so cosa sta accadendo. Vedo il meccanismo in azione. La differenza tra chi guida bendato e chi guida vedendo dove va. Entrambi possono finire nel fosso, ma il secondo almeno sa di andarci.

Gli indecisi contano ancora

C'è un secondo punto che tendiamo a dimenticare concentrandoci sui casi eclatanti. Quando pensiamo all'efficacia della razionalità, guardiamo ai soft fanatici, a chi ha posizioni cristallizzate e impermeabili all'evidenza. Concludiamo che ragionare bene non serve perché non converte i fedeli più devoti. Ma questa è una generalizzazione indebita da casi estremi.

Molte persone non hanno ancora deciso su innumerevoli questioni. Non sono fanatici né impermeabili alla ragione - semplicemente non hanno ancora elementi sufficienti per formarsi un giudizio ponderato. Quando qualcuno si chiede sinceramente "Come dovrei pensare al cambiamento climatico? Alle migrazioni? Alla regolamentazione dell'intelligenza artificiale? Alla riforma del sistema pensionistico?", la qualità delle argomentazioni che incontra influenza significativamente le conclusioni che raggiunge.

Non tutti hanno un'opinione su tutto. Anzi, su molte questioni complesse, la maggior parte delle persone naviga nell'incertezza cercando appigli ragionevoli. In questa fase di formazione del giudizio, l'incontro con analisi rigorose accessibili può fare la differenza. La razionalità preserva spazi di deliberazione onesta per chi è ancora in fase di valutazione, offrendo alternative alla propaganda.

Questo vale soprattutto per chi sta formando le proprie categorie interpretative fondamentali - adolescenti, giovani adulti che affrontano questioni politiche per la prima volta. Prima che i bias di conferma si radichino profondamente, prima che l'identità politica diventi parte centrale dell'identità personale, l'incontro con argomentazioni valutate criticamente può modellare gli schemi mentali che useranno per decenni. Non determinare le conclusioni, ma almeno fornire strumenti per valutare ragioni invece di affidarsi solo a reazioni viscerali o affiliazioni tribali.

Inoltre, anche chi ha posizioni consolidate su certi temi può essere aperto su altri. Il fatto che sia impermeabile su questioni identitarie centrali non significa che lo sia su tutto. Potrei essere irremovibile sull'aborto ma incerto sulla politica energetica. Potrei avere convinzioni granitiche sulla sicurezza ma essere genuinamente indeciso su riforme istituzionali. La razionalità può funzionare dove l'investimento emotivo-identitario è minore.

Contesti dove la razionalità resiste

Terzo punto: esistono contesti istituzionali dove la qualità argomentativa continua a contare strutturalmente, non per virtù morale dei partecipanti ma per vincoli sistemici che non si possono aggirare facilmente.

Nei tribunali, le sentenze richiedono motivazioni scritte che resistano a scrutinio. Una decisione giudiziaria non può limitarsi a slogan emotivi o intuizioni soggettive - deve rendere conto dei passaggi inferenziali che collegano norme a fattispecie. Avvocati e giudici che padroneggiano l'analisi argomentativa hanno vantaggi misurabili: costruiscono casi più solidi, individuano punti deboli nelle argomentazioni avverse, redigono motivazioni che resistono meglio in appello. La struttura del sistema giudiziario incorpora criteri di razionalità che non si possono semplicemente ignorare.

Nella scienza, anche nell'epoca della post-verità e delle controversie fabbricate ad hoc, le comunità scientifiche continuano a funzionare secondo standard argomentativi. Un articolo sottoposto a peer review non supera la valutazione gridando più forte o suscitando emozioni. La qualità delle evidenze, la validità delle inferenze statistiche, la coerenza con il corpo di conoscenze esistente restano discriminanti. Certo, esistono pressioni esterne, interessi economici, bias personali. Ma il metodo scientifico incorpora meccanismi autocorrettivi che privilegiano argomentazioni valide nel lungo periodo.

In certi settori aziendali, decisioni strategiche complesse richiedono valutazione di scenari, ponderazione di rischi, analisi costi-benefici. Manager che non sanno distinguere correlazione da causalità, che cadono sistematicamente in fallacie logiche elementari, prendono decisioni peggiori - misurabili in perdite economiche reali. Aziende che istituzionalizzano pratiche di decisione razionale tendono a performare meglio. Non sempre, non automaticamente, ma abbastanza da fare la differenza in contesti competitivi.

Nelle negoziazioni internazionali, dietro la retorica pubblica destinata ai rispettivi elettorati, i tavoli diplomatici funzionano attraverso argomentazioni strutturate. Il testo di un trattato richiede precisione lessicale, coerenza logica, anticipazione di interpretazioni divergenti. Diplomati che padroneggiano queste capacità ottengono risultati migliori. L'analisi argomentativa affina competenze direttamente rilevanti per questi contesti.

Non è vero che la razionalità sia diventata irrilevante ovunque. È irrilevante in certi ambiti - campagne elettorali mediatizzate, social media, dibattiti televisivi spettacolarizzati - mentre resta centrale in altri. Riconoscere questa distribuzione diseguale è più realistico che proclamare la morte universale della ragione o la sua sopravvivenza incondizionata.

L'autocorrezione necessaria

Ma forse la ragione più profonda, quella che giustifica l'esercizio della razionalità anche quando non persuade nessun altro, è questa: serve innanzitutto a controllare i miei ragionamenti, non quelli altrui.

Io stesso sono vulnerabile al ragionamento motivato. Cerco selettivamente conferme a ciò che voglio credere. Ignoro evidenze contrarie scomode. Cado nella fallacia dei costi affondati: continuo a investire in progetti fallimentari solo per non ammettere di aver sbagliato inizialmente. Semplifico eccessivamente questioni complesse che mi metterebbero in difficoltà. Attribuisco i miei successi a capacità personali e i fallimenti a circostanze esterne. Valuto gli stessi comportamenti diversamente a seconda che li compia io o qualcun altro.

Esercitare sistematicamente l'analisi critica sulle mie argomentazioni riduce questi errori. Non mi rende razionale in senso assoluto - mi rende meno irrazionale rispetto al livello base. Quando devo decidere questioni che influenzano concretamente la mia vita - cambiare lavoro, investimenti economici, gestione di conflitti relazionali, scelte educative per i figli - la qualità del mio ragionamento ha conseguenze dirette sul mio benessere. La razionalità funziona qui come tecnica di auto-correzione, non come arma di critica sociale.

Questo uso personale può sembrare meno eroico della battaglia culturale contro l'irrazionalità collettiva. Ma è probabilmente più realistico e praticabile. Posso effettivamente migliorare i miei ragionamenti con sforzo deliberato. Non posso, da solo, migliorare il dibattito pubblico nazionale. Concentrarmi sul primo obiettivo produce risultati verificabili. Concentrarmi ossessivamente sul secondo produce frustrazione e impotenza.

Gli effetti sottili che ignoriamo

C'è poi una serie di conseguenze cognitive più sottili dell'esercizio argomentativo che spesso ignoriamo perché non producono effetti spettacolari immediati.

Primo: l'analisi argomentativa impone rallentamento cognitivo deliberato. Obbliga a sospendere la reazione immediata, l'adesione intuitiva, per esaminare la struttura del ragionamento. In un'epoca dove la velocità è valore assoluto - risposte immediate, opinioni istantanee su ogni evento prima ancora di conoscere i fatti - la pratica del rallentamento diventa forma di resistenza culturale.

Non garanzia automatica di verità: posso rallentare e sbagliare comunque. Ma protezione contro l'adesione precipitosa, contro l'essere trascinati dal primo appello emotivo potente. Quando mi impongo di esplicitare i passaggi, di individuare le premesse implicite, di considerare obiezioni, creo una distanza temporale tra stimolo e risposta dove diventa possibile la riflessione. Questa distanza è preziosissima in contesti che spingono costantemente verso reazioni immediate.

Secondo: analizzare argomenti che sostengo mi costringe a considerarli come oggetti esterni, non come parti costitutive della mia identità. Questa oggettivazione crea distanza psicologica che permette di modificare posizioni senza sperimentare minaccia esistenziale. Se le mie opinioni sono "me stesso", cambiarle significa annichilirmi. Se sono "argomenti che sostengo attualmente sulla base di certe evidenze e ragionamenti", posso rivederli di fronte a evidenze migliori o ragionamenti più validi senza collasso identitario.

Questa capacità di dis-identificarsi dalle proprie posizioni è rara e preziosa. La polarizzazione contemporanea trasforma ogni disaccordo in guerra identitaria. La razionalità insegna a trattare le idee come ipotesi provvisorie invece che come bandiere da difendere a oltranza. Non elimina l'investimento emotivo - impossibile e forse indesiderabile - ma lo modera abbastanza da permettere revisione senza trauma.

Terzo: l'analisi obbliga a definire operativamente i termini usati. "Libertà", "giustizia", "progresso", "natura umana" smettono di essere bandiere generiche da sventolare e diventano concetti da specificare. Questa precisione non produce consenso automatico: posso definire diversamente la libertà da te, privilegiare aspetti diversi, ponderare diversamente i conflitti tra libertà diverse. Ma rende possibile individuare esattamente dove risiede il disaccordo.

Invece di litigare su tutto simultaneamente in una confusione indistinta, posso capire: siamo d'accordo sui fatti empirici ma in disaccordo sui valori? O viceversa, condividiamo valori ma abbiamo interpretazioni fattualmente diverse? O il contrasto riguarda le inferenze causali: concordiamo su fatti e valori ma disentiamo su quali azioni produrranno quali conseguenze? Scomporre il disaccordo è prerequisito per affrontarlo produttivamente.

Quarto: l'analisi rivela che questioni apparentemente semplici sono intricate, implicate in reti causali complesse, richiedono bilanciamenti difficili tra valori parzialmente incompatibili. Questa consapevolezza della complessità non è relativismo: non significa che tutte le posizioni siano ugualmente valide o che la verità non esista. Significa che decisioni serie implicano trade-off genuini dove guadagni su una dimensione producono costi su altre.

Questa consapevolezza non paralizza necessariamente l'azione - posso decidere nonostante l'incertezza. Ma vaccina contro il fanatismo, contro la convinzione che esista una soluzione ovvia impedita solo da malafede o stupidità altrui. Riduce la tentazione di demonizzare chi dissente: forse non sono in malafede, forse ponderano diversamente trade-off reali su cui persone ragionevoli possono dissentire.

Il paradosso della comprensione critica

C'è qualcosa di interessante e apparentemente controintuitivo in tutto questo. Quando analizzo seriamente argomentazioni di posizioni che rifiuto visceralmente, devo ricostruire logiche interne che altrimenti liquiderei come semplicemente irrazionali. Scopro che persone intelligenti raggiungono conclusioni opposte alle mie attraverso percorsi internamente coerenti, basati su premesse diverse o ponderazioni valoriali diverse.

Questo non mi convince ad adottare quelle posizioni. Continuo a ritenerle sbagliate, talvolta profondamente. Ma amplia la mia comprensione dello spazio delle posizioni possibili, delle ragioni per cui persone non stupide né malvagie le sostengono. E questo, paradossalmente, mi rende più efficace nel criticarle.

Se liquido gli avversari come semplicemente stupidi o corrotti, non capisco perché le loro argomentazioni risultano persuasive a milioni di persone. Non intercetto i bisogni psicologici che soddisfano, le paure che calmano, le speranze che incarnano. Critico caricature invece che posizioni reali. Se comprendo la struttura che rende quelle argomentazioni attraenti, posso intervenire sui punti deboli effettivi invece che su quelli che immagino.

Prendiamo ancora il discorso all'ONU. Un'analisi superficiale lo liquiderebbe come delirio incoerente. Ma un'analisi più attenta rivela una logica interna: il discorso non mira a persuadere attraverso l'argomentazione ma a consolidare l'identità del gruppo. Chi condivide questo linguaggio appartiene al gruppo, chi lo rifiuta è fuori. L'intensità emotiva prevale sulla coerenza logica deliberatamente. L'infrazione delle norme comunicative diventa essa stessa dimostrazione di forza: il parlante può violare tutte le convenzioni diplomatiche mantenendo la posizione di autorità. La deviazione dalle norme diventa il messaggio.

Questa comprensione empatica - capacità di vedere il mondo attraverso categorie altrui pur continuando a dissentire - è competenza rara. L'analisi argomentativa seria, quella che non si limita a trovare errori formali ma cerca di ricostruire la razionalità interna anche di posizioni rifiutate, coltiva questa capacità. Non come effetto automatico, ma come possibilità che l'esercizio ripetuto rende più probabile.

Delegittimare pretese epistemiche assolute

Rimane una funzione politica specifica della razionalità, anche se limitata e meno eroica di quanto vorremmo. Può contribuire a delegittimare pretese di monopolio epistemico, a rivelare come infondate affermazioni di verità assoluta incontestabile.

Quando un leader politico afferma che solo lui conosce la verità, che chiunque dissenta è necessariamente in malafede o corrotto, che le sue intuizioni immediate valgono più delle analisi specialistiche, l'analisi argomentativa può mostrare: le sue affermazioni sono internamente contraddittorie; le evidenze che cita non supportano logicamente le conclusioni che ne trae; utilizza sistematicamente tecniche di manipolazione retorica ben documentate; le sue previsioni passate si sono rivelate sistematicamente false.

Questo lavoro critico non converte i seguaci più devoti, quelli per cui il leader è diventato oggetto di investimento identitario. Ma può erodere la sua credibilità presso chi è ancora in fase di valutazione. E può fornire munizioni argomentative a chi gli si oppone, strutturare resistenze intellettuali dove altrimenti prevarrebbe solo scontro emotivo.

Non è la filosofia che ferma i tiranni: lo fanno istituzioni, mobilitazioni, rapporti di forza. Ma l'assenza totale di critica argomentativa rende più facile la loro affermazione. Contribuisce a creare quel clima di confusione epistemica dove tutto sembra opinabile, dove nessuna verità resiste, dove il cinismo ("tutti mentono, tanto vale scegliere chi ci piace") diventa atteggiamento dominante. Mantenere viva la pratica della razionalità, anche marginale, preserva almeno la possibilità di distinguere vero da falso, fondato da infondato.

Riconoscere i limiti strutturali

Dobbiamo però riconoscere onestamente ciò che la razionalità non può fare. Credere che possa risolvere problemi per cui è inadeguata genera frustrazione e delusione.

Non può rimpiazzare visioni collettive attraenti. Le persone seguono narrazioni che danno senso alla loro vita, non sillogismi formalmente corretti. Hanno bisogno di storie che spieghino chi sono, da dove vengono, dove stanno andando. La razionalità argomentativa non fornisce queste narrazioni. Al massimo può valutarne la coerenza interna e la compatibilità con l'evidenza disponibile - ma questo non crea l'adesione appassionata che le grandi narrazioni politiche suscitano.

Non può fornire appartenenza comunitaria. L'identità di gruppo prevale sulla coerenza logica. Possiamo documentare contraddizioni nelle posizioni del nostro gruppo senza che questo scuota minimamente la lealtà. Anzi, segnalare pubblicamente incoerenze del gruppo può essere percepito come tradimento che rafforza l'esclusione. La razionalità non sostituisce i legami sociali, l'esperienza della solidarietà, il calore della comunità.

Non può rispondere a bisogni emotivi profondi. La rabbia per ingiustizie vissute, l'umiliazione di chi si sente squalificato, il risentimento di chi vede eroso il proprio status, l'angoscia per il futuro dei figli - questi stati emotivi non si dissolvono con il fact-checking o la logica. Richiedono riconoscimento, elaborazione, cambiamenti materiali nelle condizioni di vita. Pensare che migliorare la qualità argomentativa risolva crisi che hanno radici emotive e materiali è illusione.

Non può creare speranza per il futuro. Le persone hanno bisogno di credere che il domani possa essere migliore, che l'azione valga la pena. Il populismo offre soluzioni semplici a problemi complessi, capri espiatori su cui scaricare frustrazioni, promesse di restaurazione di epoche idealizzate. La razionalità può smontare queste promesse come irrealistiche - ma se non offre alternative comparabilmente potenti, ha vinto una battaglia intellettuale perdendo quella politica.

Riformulare la domanda

Allora la questione iniziale va riformulata completamente. Non dovremmo chiederci "la razionalità serve o non serve?", domanda troppo generica per avere risposta sensata. Dovremmo chiederci: a chi serve, in quali contesti, per quali scopi specifici, con quali limitazioni?

La risposta onesta: a meno persone, in meno contesti, per scopi più limitati di quanto molti insegnanti di pensiero critico vorrebbero ammettere. Ma questo non la rende inutile - la rende uno strumento tra altri, con un dominio di applicazione delimitato che dobbiamo riconoscere realisticamente.

Serve per riconoscere quando vengo manipolato, anche se poi posso comunque scegliere di lasciarmi persuadere per altre ragioni. Serve per preservare alternative ragionate accessibili a chi non ha ancora deciso su questioni dove l'investimento emotivo-identitario è gestibile. Serve per funzionare meglio in contesti istituzionali dove la razionalità resta criterio operativo incorporato nelle strutture. Serve per controllare la mia irrazionalità nelle decisioni personali che hanno conseguenze concrete sulla mia vita. Serve per delegittimare pretese di monopolio epistemico assoluto. Serve per creare distanza cognitiva che permette revisione senza collasso identitario.

Non serve a vincere dibattiti pubblici contro populisti comunicativamente efficaci. Non serve a convertire masse attraverso la pura forza della logica. Non serve a sostituire narrazioni emotivamente potenti con argomentazioni corrette ma fredde. Non serve a risolvere crisi politiche che hanno radici materiali, economiche, sociali. Non serve a creare appartenenza comunitaria o speranza collettiva.

Nell’attesa …

La razionalità è strumento difensivo necessario ma profondamente insufficiente. Necessario perché senza di essa la manipolazione diventa invisibile, le pretese epistemiche assolute incontrollabili, i miei ragionamenti personali sistematicamente distorti. Insufficiente perché da sola non costruisce alternative politiche praticabili, non risponde a bisogni emotivi profondi, non crea solidarietà comunitaria.

Questo mi suggerisce di pensarla diversamente rispetto alle aspettative sovraccariche con cui spesso la approcciamo. Non come arma principale per vincere la guerra culturale contro l'irrazionalità dilagante, ma come igiene cognitiva quotidiana. Come lavarsi le mani non previene tutte le malattie ma riduce rischi evitabili, ragionare bene non risolve tutti i problemi ma previene errori prevenibili.

La domanda giusta forse non riguarda l'efficacia politica immediata della razionalità - chiaramente limitata - ma la sua funzione nella preservazione di una capacità collettiva. Come mantenere viva una pratica culturale non perché garantisca risultati immediati spettacolari, ma perché la sua estinzione renderebbe impossibili certi tipi di conversazione, certe forme di collaborazione intellettuale, certe modalità di disaccordo che rimangono produttive invece che degenerare in pura ostilità tribale?

Nell'attesa che qualcuno risolva il problema più grande - come rendere attraente la razionalità in un'epoca che premia sistematicamente l'opposto, come costruire narrazioni politiche emotivamente potenti che incorporino complessità invece che semplificarla, come creare comunità che valorizzino il ragionamento critico invece che punirlo come tradimento - possiamo almeno essere onesti sui limiti.

E continuare a praticare la razionalità per quello che può effettivamente fare, non per quello che vorremmo facesse. Forse è meno eroico di quanto desidereremmo, meno decisivo nelle battaglie che contano. Ma rimane l'unica difesa disponibile contro forme specifiche di manipolazione, l'unico modo per mantenere accessibile la distinzione tra ragioni valide e invalide per chi è ancora disposto a considerarla.

Non salverà la democrazia da sola. Ma la sua assenza lascia campo completamente libero a chi prospera nell'irrazionalità strategica. E questo, per quanto limitato, giustifica lo sforzo di trasmetterla, praticarla, raffinarla. Non come panacea universale, ma come resistenza modesta in uno spazio circoscritto dove può ancora funzionare.

Bibliografia

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Pubblicato il 06 gennaio 2026

Pietro Alotto

Pietro Alotto / 👨🏽‍🏫 Insegno, 🧠 penso (troppo) e ✍🏽 scrivo (quando mi va e quanto mi basta) 📚pubblico (anche)