L’evoluzione del vivente di Pierre-Paul Grassé non mette in discussione l’evoluzione come fatto, ma le spiegazioni offerte dal neodarwinismo. Attraverso un’ampia analisi di fossili, mutazioni, adattamenti e dati della biologia molecolare, l’autore distingue tra la realtà storica della trasformazione delle specie e le teorie elaborate per descriverne i meccanismi.
Grassé contesta che l’accumulo di mutazioni casuali, filtrate dalla selezione naturale, sia sufficiente a spiegare la comparsa di nuove strutture e forme viventi. Variare, sostiene, non significa necessariamente evolvere: molte mutazioni producono oscillazioni o adattamenti limitati, mentre la documentazione paleontologica mostra anche stabilità prolungate, discontinuità e tendenze che richiedono altre spiegazioni.
Il libro non propone una teoria definitiva, come suggerisce il sottotitolo, ma raccoglie i “materiali” necessari per costruirla. Grassé invita a collegare paleontologia e biologia molecolare e a indagare le dinamiche interne degli organismi, senza trasformare il caso e la selezione in principi capaci di spiegare ogni fenomeno. Ne emerge una riflessione sul limite delle teorie scientifiche: accertare che una trasformazione sia avvenuta non significa averne già compreso la causa.