La prospettiva come forma simbolica di Erwin Panofsky mette in discussione l’idea che la prospettiva sia una tecnica neutrale e universale per rappresentare fedelmente la realtà. Ogni epoca, sostiene l’autore, costruisce lo spazio secondo la propria concezione del mondo: il modo di raffigurarlo rivela quindi il modo in cui una cultura pensa il rapporto tra l’uomo e ciò che lo circonda.
Panofsky ricostruisce il passaggio dallo spazio discontinuo, finito e legato alla percezione corporea dell’arte antica allo spazio omogeneo, infinito e matematicamente ordinato della prospettiva rinascimentale. Con il punto di fuga, il mondo viene organizzato a partire dalla posizione di un osservatore: lo spazio diventa misurabile e razionale, ma anche dipendente da uno sguardo individuale.
La prospettiva è dunque una “forma simbolica” perché traduce una determinata visione della realtà in una struttura visiva. Non si limita a riprodurre il mondo: lo ordina, stabilendo da dove guardarlo e secondo quali relazioni comprenderlo. Il saggio mostra così che ogni rappresentazione contiene già un’interpretazione e che il nostro modo di vedere non è mai separabile dalle forme culturali attraverso cui abbiamo imparato a guardare.