Nel cuore delle città digitali, tra sensori invisibili, algoritmi silenziosi e flussi di dati che scorrono come vene urbane, serve più di tecnologia. Serve intelligenza relazionale. Serve consapevolezza. Serve una figura che sappia intrecciare storie, reti e significati. Serve Anansi.
Anansi, il dio ragno delle storie africane, non è solo un personaggio mitologico: è una presenza viva, sfuggente, affascinante. È il tessitore per eccellenza — non solo di ragnatele, ma di racconti, di relazioni, di possibilità. È un portatore di saggezza che non si impone con la forza, ma con l’intelligenza. Un “trickster”, sì, ma non nel senso banale del termine: Anansi è un ingannatore creativo, uno che gioca con le regole non per distruggere, ma per rivelare ciò che è nascosto. Con la sua astuzia, sovverte l’ordine per mostrarne le crepe, ribalta le gerarchie per far emergere nuove verità. È il tipo di figura che ti fa sorridere mentre ti cambia la prospettiva. Un portatore di cambiamento capace di minare le certezze, smascherare le ingiustizie e aprire la strada a nuove possibilità.
Nei fumetti Marvel, Anansi è riconosciuto come il “primo Spider-Man”, il capostipite di una linea spirituale di tessitori di giustizia. Ma il vero punto di contatto è la metropoli. Come Anansi, Spider-Man è un narratore che agisce nel quotidiano, che si sporca le mani tra i vicoli, che difende chi non ha voce. Entrambi agiscono in spazi urbani complessi, pieni di contraddizioni, dove la rete — digitale o narrativa — diventa strumento di trasformazione. In un’epoca di città intelligenti, sensori, algoritmi e infrastrutture digitali, il messaggio di Anansi e Spider-Man è più attuale che mai: non basta connettere, bisogna comprendere.
Le metropoli non sono solo reti di dati, ma reti di senso. E ogni cittadino, come loro, può diventare tessitore: di relazioni, di scelte, di futuro. Una città davvero intelligente è quella che sa ascoltare, che crea legami, che mette al centro le persone. È quella che costruisce comunità, non solo infrastrutture.
La città come rete vivente
Lo SDG 11 ci invita a ripensare le città come spazi inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili. Ma cosa significa questo nell’era del digitale? Significa riconoscere che ogni infrastruttura urbana — dai semafori intelligenti ai sistemi di trasporto condiviso — è parte di una rete più ampia, fatta di relazioni, scelte e responsabilità.
Anansi ci insegna che ogni nodo della rete è significativo. Non basta connettere: bisogna comprendere. Le città digitali devono essere progettate per ascoltare, adattarsi, includere. E questo richiede una nuova alfabetizzazione urbana, dove la tecnologia non è fine, ma mezzo. Dove ogni cittadino è anche autore del proprio spazio
Sensoristica e Urban Tech: il filo invisibile
La sensoristica urbana è il filo invisibile che collega le città. Sensori ambientali, dispositivi IoT, telecamere intelligenti: tutto contribuisce a creare un tessuto digitale che monitora, regola, ottimizza. Ma chi decide cosa viene misurato? Chi interpreta i dati? Chi beneficia delle soluzioni?
Anansi ci invita a interrogarci. A non accettare passivamente l’automazione, ma a chiederci se i sistemi urbani siano davvero al servizio delle persone.
Secondo uno studio pubblicato su Energies nel gennaio 2025, i sistemi di sensoristica urbana consumano fino al 12% dell’energia totale impiegata dalle infrastrutture digitali cittadine. Questo significa che, in una smart city media europea, più di un decimo dell’energia digitale viene assorbita da dispositivi che operano in background: sensori di traffico, rilevatori ambientali, sistemi di sicurezza, monitoraggi energetici. Un impatto non trascurabile, soprattutto se si considera che molte di queste infrastrutture sono alimentate ancora da fonti non rinnovabili.
Fonti come EU LEVA e il Multidisciplinary Digital Publishing Institute sottolineano che, senza un design energetico consapevole, la sensoristica rischia di diventare un paradosso: strumenti pensati per ottimizzare l’efficienza urbana che finiscono per aumentare il consumo complessivo. Serve quindi una progettazione che integri criteri di efficienza energetica, durabilità e interoperabilità, per evitare sprechi e ridondanze.
L’Urban Tech deve essere progettata con criteri di equità, trasparenza e partecipazione. Non basta raccogliere dati: bisogna costruire senso. E questo senso nasce dal dialogo tra tecnologia e comunità.
Mobilità sostenibile: muoversi è un atto politico
La mobilità urbana è uno dei campi più visibili della trasformazione digitale. Le app per il car sharing, il bike sharing, i trasporti pubblici integrati e le mappe dinamiche non sono più che semplici strumenti tecnologici. Sono diventate assistenti cruciali e compagne di viaggio quotidiane, che ci aiutano a scegliere percorsi più veloci, più sostenibili, più consapevoli.
Nel 2025, oltre il 70% delle città europee ha adottato un Piano di Mobilità Urbana Sostenibile (SUMP). Non si tratta solo di ridurre le emissioni, ma di ripensare il modo stesso in cui ci muoviamo. L’obiettivo? Città più accessibili, più vivibili, più umane. Ogni spostamento urbano, anche il più breve, è parte di qualcosa di più grande: una mobilità che non consuma, ma connette.
Prendiamo Gdańsk, in Polonia. Qui è stato inaugurato un nuovo corridoio ciclabile che attraversa la città, collegando le periferie al centro storico. Non è solo una pista ciclabile: è un gesto politico, un’infrastruttura che migliora la sicurezza, riduce il traffico e invita le persone a riscoprire la città con lentezza, in modo più sano e sostenibile (fonte EU Urban Mobility Observatory).
Perché la mobilità sostenibile non è solo una questione di mezzi. È una scelta quotidiana. Camminare, pedalare, condividere un tragitto significa scegliere un modello di città diverso: una città che respira, che rallenta, che mette al centro le persone — non solo le prestazioni. Ogni volta che decidiamo come muoverci, stiamo anche decidendo che tipo di relazione vogliamo avere con l’ambiente, con gli altri, con il nostro tempo.
Cittadinanza digitale attiva: tessere insieme
Anansi non agisce da solo. Le sue reti sono collettive. E oggi, ogni cittadino può diventare tessitore. Attraverso piattaforme partecipative, open data, iniziative di co-design urbano, possiamo costruire città che non subiscono la tecnologia, ma la orientano.
La Fondazione per la Sostenibilità Digitale ha lanciato nel 2025 il Digital Sustainability Award, premiando progetti urbani che integrano sostenibilità ambientale e innovazione digitale. Tra i vincitori, diverse città italiane hanno adottato cloud sostenibili e sistemi informativi a basso impatto energetico.
La cittadinanza digitale attiva è la chiave per una città sostenibile. Significa conoscere i propri diritti, comprendere i meccanismi digitali, partecipare alle decisioni. Significa anche educare alla complessità: non tutto può essere semplificato in un’app. Non tutto può essere automatizzato. Serve spazio per il dubbio, per il confronto, per la narrazione.
La narrazione come infrastruttura
Le città non sono fatte solo di cemento e dati. Sono fatte di storie. Di memorie, di desideri, di conflitti. Anansi ci ricorda che ogni rete ha bisogno di senso. E il senso nasce dalla narrazione. Raccontare la città è costruirla. Dare voce ai quartieri, ai margini, alle esperienze invisibili è parte della sostenibilità.
Una città intelligente è quella che sa ascoltare. Che integra le storie nei suoi algoritmi. Che riconosce che ogni dato è anche una vita. E che ogni vita merita spazio, attenzione, rispetto.
Economia circolare digitale: ogni byte può pesare meno
La sostenibilità digitale urbana passa anche dalla economia circolare. Ridurre l’e-waste, allungare la vita dei dispositivi, scegliere software open source, promuovere cloud sostenibili: sono tutte azioni che contribuiscono a costruire città più leggere, più etiche, più resilienti.
In Europa, la produzione media di rifiuti elettronici urbani ha superato i 16 kg per cittadino nel 2025, con solo il 42% correttamente riciclato. Diverse startup italiane stanno promuovendo modelli di rigenerazione digitale, come il riuso di dispositivi e l’adozione di software a basso impatto.
Anansi ci insegna che ogni filo può essere riutilizzato. Che ogni rete può essere riparata. E che la tecnologia, se guidata da valori, può diventare strumento di cura, non di consumo.
Conclusione: Anansi siamo noi
Anansi non è solo un mito. È una strategia narrativa, un ponte tra mondi. È un invito a pensare il digitale come spazio di giustizia, di relazione, di trasformazione. in un’epoca di urbanizzazione digitale, ci ricorda che la sostenibilità non si misura in gigabyte, ma in relazioni. Che ogni rete urbana deve essere tessuta con cura, con etica, con bellezza. Perché una città intelligente non è quella che raccoglie dati, ma quella che costruisce comunità.
In un mondo che corre, tessere reti è un atto di resistenza.
In un mondo che semplifica, raccontare storie è un atto di complessità.
In un mondo che consuma, costruire comunità è un atto di sostenibilità.
Lo SDG 11 ci chiede di costruire città e comunità sostenibili. Anansi ci mostra come: con intelligenza, con cura, con rete. Perché ogni città è una storia. E ogni cittadino è un narratore. Sta a noi decidere se vogliamo essere semplici utenti… o tessitori di futuro.