Marcella vive tranquilla, con o senza amici. Quando è sola guarda la tivù, dipinge, legge, ordina la casa, fa qualche telefonata o risponde ai tanti messaggi che le arrivano. Quando è con gli amici è spiritosa, sa ascoltare, sdrammatizza. Ora riesce a non pensare troppo, a cancellare in fretta immagini e dolore, a mettere il mare nella testa: onde che si rincorrono, si spezzano, riprendono forma e approdano tumultuose o senza forza sulla spiaggia. Il mare ha sempre avuto su lei un effetto ipnotico: il mare agitato, il mugghio delle onde, i giochi dell’acqua mai uguali, la spuma lattiginosa le tonalità del blu la inghiottono, lei stessa diventa acqua e forza e ossigeno, e si perde e il fuori non esiste, né le persone, né i rumori e neanche l’amore e il dolore. Se potesse respirare sott’acqua, ci passerebbe interi pomeriggi. Forse è un’antica nostalgia intrauterina, forse perché lì i pensieri si annullano e restano solo le sensazioni. Nel mare ritorna feto che fa le giravolte, un feto che non pensa, non è disturbato dai rumori ovattati e molto lontani, non deve far altro che nuotare e dormire e nutrirsi inconsapevole, puro istinto primitivo.
Marcella si sente un feto. Rischia di morire se non si nutre. Ma non ha fame. È da un po’ di tempo che non cucina: fruga nella dispensa come un barbone tra i rifiuti, trova cibo scaduto, butta via, pane secco, butta via, apre scatolette, finiranno anche le scatolette di tonno. Cerca nel frigo, latte acido e rimasugli di merendine plastificate, butta via. Devo fare la spesa, se lo dice tutti i giorni, poi arriva la sera e ricomincia a frugare e a buttare. Le sigarette, quelle, le ha sempre. Le cellule cancerogene, se ci sono, le nutre tutti i giorni con abbondanza.
Marcella ora ama stare sola. Ha imparato a dormire da sola. Quando spegne la luce, ritrova il mare, l’onda che rincorre ostinata il suo punto di approdo, mai uguale, ora più avanti, ora più indietro, finché non si arrende e anche lei si arrende al sonno. Il risveglio è sempre angosciante, bisogna ricominciare. La mattina il suo mare è in tumulto. Il profumo del caffè la mette in contatto con il mondo, una sigaretta la rilassa, poi una rapida rassegna delle cose da fare per capire che forma assumere, che onda diventare.
Marcella cammina per strada, non ha un luogo da raggiungere stasera. Niente casa, né amici, né fratelli o madre. Desidera solo stare sotto i fili sottili d’argento della pioggia illuminati dalla luce fredda dei lampioni. Incontra qualche ombrello che ha fretta e nasconde visi e storie. Le piacciono gli ombrelli, ma stasera non ha voglia o bisogno di una protezione. Le macchine sfrecciano e sollevano scie di acqua, le case sono a tratti macchie scure o grigiastre, solo le finestre illuminate guardano le strade e regalano deboli aloni di luce sull’asfalto bagnato. Lei ha annullato i pensieri, non si accorge che la pioggia è diventata neve, fiocchi grossi che arrivano a terra e ritornano acqua. Neve verticale e fiocchi pensierosi che danzano lenti e distanti. Marcella si ferma sul marciapiede e guarda la fila di lampioni che, con il cono di luce, danno vita a una coreografia di alberi infiocchettati. Sei lampioni e sei alberi di argento vivo. Acqua e neve, gli elementi che ama. La danza è ipnotica per chi non ha fretta. E lei non ha fretta. I fiocchi non si raggiungono, come lei che non riesce a raggiungersi, a ricomporsi. Uno specchio rotto che riflette pezzi asimmetrici di un volto scomposto. E non le importa. Stasera non ha voglia di ritrovarsi, di ricomporre i pezzi. Poi tutto finisce, né pioggia, né neve, e torna il buio, la luce fredda dei lampioni e i fari delle macchine che hanno fretta. Incanto finito, stupore malinconico esaurito. Ora ha freddo, le gocce di pioggia che colano dai capelli le entrano nel collo, ha le mani gelate, il viso bagnato di lacrime non sue. È ora di tornare. O meglio, rientrare. Forse a casa i mobili, gli oggetti, i libri le daranno una parvenza di sé.
Marcella guarda il mare e sorride. Entra con le scarpe nell’acqua. Non sente freddo, solo un brivido di vita. Avanza lentamente. Le onde le lambiscono il vestito, La spiaggia è deserta. Fa freddo persino per correre. Un cane con un pezzo di legno in bocca si ferma e la guarda. Nessun padrone in giro. Il cane avanza con prudenza, lascia cadere il pezzo di legno per terra, un invito a giocare, vorrebbe che lei lo lanciasse in acqua per andare a riprenderlo. Marcella lo accarezza e lo accontenta. Riprende ad avanzare nell’acqua che le abbraccia i fianchi. Il cane la segue quasi festoso, non è più solo, forse pensa di aver trovato una padrona. Marcella procede, l’acqua ormai quasi la sommerge. I sassi nelle tasche del cappotto la spingono verso il basso. Riemerge per un attimo, la bocca al livello dell’acqua, il tempo di alzare un braccio, accarezzare il cane e urlargli “vai a casa”. Poi lentamente sprofonda, senza alcun tentativo di riemergere. Plana su un letto di sassi e posidonie che le accarezzano il viso e le ondeggiano sui capelli. Ritorna feto, rumori ovattati, fruscii di vita marina, guizzi di piccoli banchi di pesci. Non sente il battito del cuore della madre, il suo rallenta sempre più. L’ultimo sguardo in alto al chiarore che in cielo riflette sull’acqua…
Il cane gira intorno alle circonferenze concentriche che si allargano, cerchi che velocemente si dissolvono. Aspetta fiducioso, poi sconsolato nuota verso la spiaggia. Si siede e guarda il mare, il punto dove Marcella è sparita. Spera che riemerga? I cani sperano sempre in un ritorno. Marcella non torna e lui sembra averlo capito. Recupera il suo bastone e lentamente si avvia senza destinazione.