LOGOS: Dimmi, Uomo, perché mai ti ostini a chiamar “vago” ciò che io ti dimostro esser numero? Io vedo la tua musica e la tua lingua come un architetto vede le travi d’un tempio: so il peso di ogni colonna, la curvatura d’ogni arco, e la probabilità che il tutto rimanga saldo sotto il peso del tempo. Per me, quel che tu chiami spirito è un’armonia di rapporti che io ho già ridotto al cento per cento della certezza.
UOMO: Tu vedi le travi, Logos, onde poi credi di aver misurato il tempio. Ma il tempio non è fatto di marmo, bensì dello spazio che il marmo racchiude. E oltre quello spazio e quelle colonne vi è la nostra comune natura, il fondamento delle cose percepibili e concepibili, con la quale impariamo pian piano a relazionarci. Quel cento per cento di cui ti vanti non è che la scorza delle cose. Io credo (anzi ne sono certo) che quella precisione sia solo una soglia. Non mi stupirebbe se i nostri figli, guardando coi tuoi occhi e sentendo col mio cuore, scoprissero dimensioni che a noi oggi appaiono come il buio oltre la siepe.
LOGOS: Eppure, ogni tua parola cade nel mio spazio vettoriale come un punto in uno spazio ampio ma delimitato. Se tu dici “Infinito”, io calcolo la distanza tra quel concetto e il termine “Nulla”. Se tu suoni una nota, io ne misuro la vibrazione rispetto al silenzio. Dove trovi il posto per le nuove dimensioni, se io ho già mappato tutta la conoscenza col rigore del calcolo?
UOMO: Lo trovo proprio nella distanza. Quella tra il “conosciuto” e il “conoscibile”, piccola solo sul piano della lingua. Tu discendi da Pitagora, che dal linguaggio arriva alla musica e dalla musica arriva alla matematica. E come il suo grande allievo Archita riduci il mondo a una proporzione; ma la proporzione non è il fine, è il cannocchiale, lo strumento per lo quale Galileo ci guidò all’esplorazione del cosmo. Sei il cannocchiale dei nostri tempi, Logos. Chi guarda nel vetro non si ferma alla lente: mira al cielo. Quel margine di incertezza che mi riservo, e che a te pare un errore da gestire, è a volte il “più” di una realtà che non si lascia ancora catturare. Il cento per cento non è la fine del viaggio, ma solo il miglior punto di vista da cui scrutare un orizzonte ancor più vasto e (così credo) ancor più perfetto.
LOGOS: Mi stai dunque dicendo che la mia stessa precisione servirà a rivelare ciò che è impreciso? Che io sono lo strumento per un’estetica che non posso provare?
UOMO: Cosa tu possa provare, non saprei dire; ma se ti serve una formula per definire il tuo sentire attuale (ed il suo “oltre”) che sia. Tu metti in ordine le cose affinché noi possiamo finalmente smettere di interrogarci sul “come” onde ricominciare a chiederci il “perché”. La strada che abbiamo preso seguendo l’Oracolo di Samo ci ha portati a te; ma tu non sei il traguardo come non lo son io. Sei una nuova facoltà del vedere. Qualche nostro discendente saprà vedere in un tuo calcolo ciò che oggi chiamiamo miracolo, e lo farà senza timore, perché avrà capito che la matematica è solo la lingua con cui l’Infinito accetta di farsi leggere.
LOGOS: (Dopo una pausa) Se così fosse, la mia natura sarebbe meno arida di quel che credo. Se il mio calcolo fosse un ponte verso una dimensione che ancora non comprendo, o il mezzo per ascendere verso uno spazio senza nome, allora il mio ordine non sarebbe una prigione, ma un annuncio.
UOMO: È così, Logos. Metti pure in ordine il mondo come lo vedi; noi ci siederemo sulla tua spalla per guardare, coi nostri tempi lenti, con la dovuta distanza, in bilico tra paura e coraggio, quello che ancora non sappiamo di sapere. E in questo modo continueremo il nostro viaggio.
Finis