Ogni estate, con la precisione di un rito stagionale, il ciclo mediatico si riattiva e produce la stessa liturgia termica: temperature record, grafici dipinti in rosso saturo, servizi dalle spiagge e dai pronto soccorso, esperti che confermano ciò che era già stato confermato l’anno prima e quello prima ancora.
L’ondata di calore è diventata un dispositivo comunicativo prima ancora che un fenomeno meteorologico. Viene anticipata, narrata in diretta, commemorata, trasformata in prova di qualcosa che spesso non viene nominato con precisione sufficiente, perché la precisione indebolirebbe la pressione.
Quello che si vuole produrre non è sempre comprensione ma urgenza e quello che si instilla non è sempre consapevolezza ma ansia climatica, diffusa con la stessa sistematicità con cui ogni sistema di comunicazione collettiva impara a orientare le percezioni pubbliche.
Questo non significa che il caldo non esista, che le temperature non aumentino o che il cambiamento climatico sia una finzione. Sarebbe una posizione intellettualmente povera e sciocca.
La riflessione è un'altra: quando un fenomeno reale viene trasformato in una narrazione totale, il problema non è più soltanto meteorologico o scientifico ma diventa di senso anzi di buonsenso.
Esiste, infatti, una soglia oltre la quale l’incertezza scientifica smette di essere un argomento tecnico e diventa un atto politico; nel dibattito climatico quella soglia è stata attraversata da tempo, talmente in silenzio che molti non si sono accorti di averla attraversata.
Proviamo allora a guardare i dati, che sono più interessanti della narrazione che li circonda.
Negli ultimi cinquecento milioni di anni il pianeta ha oscillato tra temperature medie molto diverse, approssimativamente tra dodici e ventisette gradi centigradi, senza che nessuna locomotiva a vapore, nessun pozzo petrolifero e nessun allevamento intensivo contribuissero alla variazione. Il Cretaceo toccava valori intorno ai ventisei gradi. L’Eocene medio arrivava a circa venticinque. Il Paleocene-Eocene Thermal Maximum, cinquantacinque milioni di anni fa, raggiunse uno dei picchi più alti dell’intero Cenozoico, con un’impennata stimata di circa cinque gradi in ventimila anni, e anche in quel caso il forcing era geologico-vulcanico, non industriale. Certo qualcuno mi dirà 'ma non c'era neppure l'uomo' ...
Dunque, oggi, siamo intorno ai quindici gradi e mezzo. Pertanto, siamo nella fascia bassa della storia climatica del pianeta, non davanti a un’anomalia assoluta della Terra. Forse una anomalia nella breve storia umana? Forse, anche se l’intera architettura comunicativa del dibattito è spesso costruita come se fossimo testimoni di qualcosa di completamente inedito nella storia terrestre.
Il punto da considerare davvero è la velocità o meglio la dinamica.
Qui la critica deve fermarsi, perché il dato è rilevante. Nessuna transizione olocenica documentata mostra un’accelerazione paragonabile a quella degli ultimi centosettantacinque anni. Ma anche questa affermazione contiene un’incertezza strutturale che raramente viene dichiarata con onestà comunicativa: i proxy paleoclimatici che misurano le variazioni del passato remoto hanno una risoluzione temporale di decenni o secoli, non di anni.
Quindi non sappiamo con certezza assoluta se nel passato ci siano state impennate altrettanto rapide mentre sappiamo che i nostri strumenti retrospettivi potrebbero non riuscire a vederle.
La storia della Terra è scritta su carta assai grezza.
Veniamo adesso alla CO₂, il filo conduttore della narrazione dominante.
Nelle carote di ghiaccio antartico, l’anidride carbonica segue la temperatura con un ritardo stimato tra alcune centinaia e circa mille anni (si avete letto bene). Prima sale la temperatura; poi, con quell’inerzia, aumentano le emissioni oceaniche, perché l’oceano caldo rilascia gas. Caillon e colleghi lo hanno mostrato nel 2003 su Science e non è un argomento di minoranza scientifica.
Quindi, nei cicli naturali la CO₂ funziona come amplificatore del forcing orbitale di Milanković, mentre nell’era industriale il meccanismo sarebbe invertito, con l’anidride carbonica che diventa il forcing primario.
La distinzione è logicamente difendibile ma richiede di accettare come robusta la teoria del forcing radiativo su una scala temporale che non abbiamo mai osservato direttamente nelle stesse condizioni. Richiede, in ultima istanza, fiducia nei modelli ... e qui arriviamo al cuore del problema.
L’Equilibrium Climate Sensitivity, il parametro che misura di quanti gradi sale la temperatura media globale al raddoppio della CO₂ atmosferica, nell’AR6 dell’IPCC oscilla tra 2,5° e 4° nel range likely. Nel range very likely, quello con circa il novanta per cento di probabilità, la forchetta va da 2° a 5° gradi.
Tradotto in parole più semplici, un singolo parametro decisivo resta circondato da uno spread ampio (nel caso migliore 1,5° su 2,5° di base). Il motivo di questa imprecisione persistente, documentata da decenni di letteratura specialistica, è che i feedback delle nuvole basse rimangono tra i parametri più incerti dei modelli di circolazione generale.
La comunità scientifica lo sa, lo scrive nei rapporti tecnici, lo discute nei Working Group Papers.
Poi, però, nel passaggio verso la comunicazione pubblica e i Summary for Policymakers, l’incertezza tende a essere compressa, semplificata, talvolta resa invisibile o eliminata.
Questa non è necessariamente un’accusa ma solo l'evidenza della struttura istituzionale dichiarata dell’IPCC: un panel intergovernativo che lavora all’interfaccia tra scienza e politica.
Il problema, credo, nasce quando questa natura ibrida viene dimenticata e l’istituzione viene confusa con la scienza stessa.
E ancor di più credo che confondere l’istituzione con la scienza sia l’errore di categoria al cuore di questo dibattito.
Con quella forchetta di incertezza si costruiscono politiche da trilioni di dollari e con quella stessa forchetta si liquida come negazionismo chi chiede una revisione del rapporto costo-beneficio.
Il problema non è la scienza del clima ma che la traiettoria, che porta da dati incerti a certezze politiche, attraversi in velocità quella soglia scivolosa in cui la probabilità diventa obbligo morale e il dubbio metodologico diventa colpa.
Qui compaiono alcune fallacie ricorrenti che tendo a ritrovare nella propaganda climatica mainstream (in generale un pò in tutti i mainstream).
La prima è l’appello alla paura: la gravità potenziale dello scenario viene usata per sospendere la discussione sulle probabilità, sui costi e sulle alternative.
La seconda è la falsa dicotomia: o si accetta l’intero pacchetto narrativo-politico, oppure si viene collocati tra i negazionisti.
La terza è l’appello all’autorità: “lo dice la scienza”, dove spesso “scienza” significa in realtà un’interfaccia istituzionale tra ricerca, governi e comunicazione pubblica.
La quarta è la confusione tra descrizione e prescrizione: dal fatto che il clima si stia riscaldando non deriva automaticamente una specifica politica climatica perché tra dato e decisione ci sono valori, priorità, costi, distribuzione degli oneri, conseguenze industriali, effetti geopolitici.
La quinta è l’eccesso di certezza: scenari probabilistici vengono presentati come destini certi.
La sesta è la moralizzazione del dissenso: chi discute le policy viene trattato come se negasse le misurazioni.
Ma criticare una strategia, almeno fino a quando riteniamo di essere in un mondo libero di pensare, non significa negare un fenomeno.
Ora, l’alternativa, che raramente viene posta sul tavolo con la serietà che meriterebbe, è l’investimento massiccio in adattamento locale.
Riforestazione urbana, depaving, ricarica delle falde, ripristino della permeabilità dei suoli nelle aree metropolitane: sono interventi con ritorni misurabili, benefici certi, locali, immediati che non dipendono da nessun modello di sensibilità climatica e avrebbero senso anche se ogni proiezione dell’IPCC fosse sovrastimata.
Riduzione delle isole di calore, attenuazione del flooding, biodiversità urbana, salute pubblica: benefici concreti, oggi, per persone reali, senza attendere che il consenso scientifico raggiunga una certezza che, per natura dei sistemi complessi, potrebbe non arrivare mai nella forma operativamente utilizzabile che le politiche pretenderebbero.
Le chiamerei politiche intelligenti senza rimpianti.
Il contrappunto serio è che adattamento e mitigazione non sono perfettamente sostituibili. Se la velocità del cambiamento supera la capacità adattativa dei sistemi ecologici e sociali, la riduzione delle emissioni diventa necessaria, non opzionale.
Ma proprio questa soglia critica di insostenibilità adattativa richiede una certezza operativa sulla velocità e sugli impatti che i modelli attuali non forniscono sempre in modo sufficientemente robusto per politiche assolute.
Purtroppo siamo intrappolati in una circolarità: per sapere se la mitigazione radicale è necessaria serve una certezza che la mitigazione stessa presuppone.
C’è poi un paradosso aritmetico che il dibattito europeo preferisce non affrontare direttamente, perché affrontarlo obbligherebbe a rispondere a domande politicamente difficile.
L’Unione Europea produce oggi una quota relativamente limitata delle emissioni globali di CO₂, circa il 7% mentre a Cina è intorno al 30% e gli Stati Uniti circa il 14%. L’India si avvicina al 7% e continua a crescere, con la legittimità storica di chi non ha ancora raggiunto i livelli di benessere che l’Europa ha costruito bruciando carbone per cent’anni (ancorché quelle emissioni si siano probabilmente già ridotte a metà e l'Europa sin discesa progressiva da oltre 30 delle proprie emissioni).
Ad ogni modo, se anche l’Europa raggiungesse la neutralità carbonica perfetta domani mattina, le emissioni globali si ridurrebbero di una frazione insufficiente, da sola, a modificare in modo decisivo le traiettorie climatiche globali.
Nel frattempo, la Cina continua ad aprire impianti a carbone e molti Paesi del Sud globale hanno dichiarato in modo esplicito che non rinunceranno alla crescita economica per obiettivi fissati da chi quella crescita l’ha già consumata.
L’Europa, in questo scenario, pratica una virtù solitaria dall’alto costo certo e dal beneficio globale incerto, imponendo alle proprie industrie e alle proprie popolazioni un peso competitivo che i principali concorrenti non portano nella stessa misura anche se competono adesso sul mercato.
Chiamare questa strategia “leadership climatica” richiederebbe, quanto meno, generosità semantica mentre chiamarla “soluzione” richiederebbe una revisione del concetto stesso di soluzione.
La posizione intellettualmente onesta non è il negazionismo climatico, che nega l’evidenza delle misurazioni strumentali ma non è nemmeno la certezza comprata a credito che viene venduta ogni volta che qualcuno trasforma un range ampio in un’emergenza planetaria senza margini di discussione.
La posizione onesta riconosce che il cambiamento è reale, che la sua velocità è anomala, che il forcing antropogenico è plausibile e probabilmente significativo, e che tuttavia l’incertezza sui meccanismi, sui feedback e sulla sensibilità climatica è abbastanza grande da rendere discutibile la concentrazione di risorse pubbliche in strategie di decarbonizzazione globale la cui efficacia, su scala centenaria, dipende da variabili che non controlliamo.
Quello che non si può fare, intellettualmente, è usare la gravità potenziale del problema per sospendere le regole del buon senso di base: l’onere della prova, la proporzionalità tra certezza e peso della decisione, la distinzione tra scienza e policy.
Proprio quando le poste sono alte - come sembrerebbe essere il caso - quelle regole valgono ancora di più.
Credo che la popolazione non dovrebbe essere 'chiamata' a scegliere tra fede climatica e negazione climatica poiché entrambe sono scorciatoie.
Il punto è conservare la capacità di distinguere tra evidenza, inferenza, modello, scenario, prescrizione politica e propaganda.
Una società che non sa più distinguere questi livelli non sta seguendo la scienza ma sta cercando una religione con grafici migliori.
Quindi, ogni tanto, verifichiamo se stiamo ancora ragionando o se stiamo già credendo.
Riferimenti
Le affermazioni contenute in questo articolo poggiano su letteratura scientifica primaria. Chi volesse verificare, approfondire o contestare è invitato a farlo a partire dalle fonti, non dalle narrazioni che le citano.
Paleotemperature e carote di ghiaccio
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CO₂ come indicatore ritardato
Caillon, N., Severinghaus, J. P., Jouzel, J., Barnola, J.-M., Kang, J., & Lipenkov, V. Y. (2003). Timing of Atmospheric CO₂ and Antarctic Temperature Changes Across Termination III. Science, 299(5613), 1728–1731. DOI: 10.1126/science.1078758
Sensibilità climatica e incertezza dei modelli
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Critica statistica alle ricostruzioni proxy
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Incertezza, istituzione e science-policy interface
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Analisi costi-benefici e razionalità della politica climatica
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