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In un’epoca dove molti promettono che la tecnologia penserà al posto nostro, la responsabilità di pensare bene resta irriducibilmente umana. Il paradosso dell’expertise è proprio questo: gli strumenti che dovrebbero liberarci dal pensiero richiedono più pensiero, non meno. Più disciplina, non meno. Più consapevolezza, non meno.

La tecnologia amplifica. Ciò che viene amplificato dipende da ciò che si costruisce prima di incontrarla.in un’epoca dove molti promettono che la tecnologia penserà al posto nostro, la responsabilità di pensare bene resta irriducibilmente umana. Il paradosso dell’expertise è proprio questo: gli strumenti che dovrebbero liberarci dal pensiero richiedono più pensiero, non meno. Più disciplina, non meno. Più consapevolezza, non meno.


Quando si parla di intelligenza artificiale, il dibattito pubblico oscilla tra entusiasmo acritico e paura apocalittica. Da una parte, la promessa di democratizzare capacità un tempo riservate agli esperti: chiunque potrà scrivere come un professionista, analizzare dati come uno statistico, programmare come un ingegnere informatico. Dall’altra, l’angoscia della sostituzione: se le macchine possono fare tutto questo, cosa resterà agli umani? In un’epoca dove molti promettono che la tecnologia penserà al posto nostro, la responsabilità di pensare bene resta irriducibilmente umana. Il paradosso dell’expertise è proprio questo: gli strumenti che dovrebbero liberarci dal pensiero richiedono più pensiero, non meno. Più disciplina, non meno. Più consapevolezza, non meno.

La tecnologia amplifica. Ciò che viene amplificato dipende da ciò che si costruisce prima di incontrarla. Da una parte, la promessa di democratizzare capacità un tempo riservate agli esperti: chiunque potrà scrivere come un professionista, analizzare dati come uno statistico, programmare come un ingegnere informatico. Dall’altra, l’angoscia della sostituzione: se le macchine possono fare tutto questo, cosa resterà agli umani?

Questo saggio parte da un’intuizione diversa: che entrambe le posizioni fraintendono qualcosa di fondamentale sul rapporto tra strumenti e competenze. L’AI non è né il grande livellatore che renderà superflue le differenze di expertise, né il sostituto che renderà obsoleti gli esperti. È un amplificatore che moltiplica ciò che già esiste. Ma questa apparente semplicità nasconde un paradosso profondo: gli strumenti che dovrebbero compensare la mancanza di competenza richiedono proprio quelle competenze per essere usati efficacemente.

Le domande che mi sono posto non riguardano quindi se l’AI sia buona o cattiva, se vada adottata o rifiutata. Riguardano qualcosa di più sottile e più urgente: quando si può delegare e quando si deve mantenere il controllo? Come distinguere tra uso che amplifica le proprie capacità e uso che maschera la loro assenza? Quale sequenza seguire nell’introduzione di questi strumenti, sia a livello individuale che educativo? Come riconoscere quando si sta scivolando dalla delega appropriata alla dipendenza cognitiva?

Per chi ha investito anni nella propria formazione, emerge una questione personale: quella fatica era tempo perso, reso obsoleto dalla tecnologia, o investimento che ora diventa più prezioso? Per chi ha responsabilità educative, si pone un dilemma pratico: introdurre prematuramente questi strumenti per “preparare al futuro” o resistere a questa pressione costruendo prima fondamenta che nessuno strumento può sostituire? Per chi lavora con conoscenza e idee, il problema è strategico: come costruire vantaggio competitivo sostenibile in un’economia dove l’AI rende abbondante ciò che prima era scarso?Ma le domande hanno anche portata più ampia. Se l’AI amplifica le differenze invece di livellare il campo di gioco, cosa succede alle disuguaglianze esistenti? Se permette a persone incompetenti di produrre output apparentemente competenti, come distinguere chi sa realmente da chi sta solo mascherando ignoranza? Se intere generazioni delegano competenze fondamentali, quali “debiti cognitivi” si accumulano e quando presenteranno il conto?E c’è una domanda che attraversa tutte le altre, più filosofica ma con conseguenze pratiche immediate: cosa rende una competenza veramente tale? Non la capacità di produrre output, quella può essere delegata. Ma la capacità di giudicare quegli output, di riconoscere quando sono appropriati e quando sono plausibili ma vuoti, di adattarli a contesti specifici, di valutare quando lo strumento sta aiutando e quando sta ingannando. Queste meta-competenze non possono essere delegate perché sono esattamente ciò che serve per decidere quando e cosa delegare.

Pubblicato il 11 gennaio 2026

Pietro Alotto

Pietro Alotto / 👨🏽‍🏫 Insegno, 🧠 penso (troppo) e ✍🏽 scrivo (quando mi va e quanto mi basta) 📚pubblico (anche)