Non tutto ciò che sappiamo è anche qualcosa che capiamo. Questa non è una stranezza, né un errore: è una condizione normale dell’esperienza umana.
Il teorema di Pitagora è un esempio molto chiaro. Moltissime persone sanno che a² + b² = c². Lo usano correttamente, lo applicano a problemi pratici, lo ricordano per tutta la vita. Ma poche si chiedono davvero che cosa stia dicendo, perché funzioni, o se quella formula sia l’unico modo possibile di esprimere quella relazione. Il teorema funziona, e questo basta. In realtà, è sempre stato così.
Di Pitagora non possediamo testi diretti, e non sappiamo con certezza fino a che punto il teorema fosse già compreso in senso teorico nella sua scuola. È plausibile che la relazione fosse conosciuta soprattutto nella forma concreta dei quadrati costruiti sui lati del triangolo rettangolo, una formulazione efficace, visivamente potente, affidabile nell’uso. Funzionava, e questo era sufficiente.
Ancora prima, quella stessa relazione veniva utilizzata in modo pratico in Mesopotamia. Si sapeva che funzionava, ma non ci si interrogava sul perché dovesse funzionare sempre, né se fosse un caso particolare di qualcosa di più generale. Anche qui il sapere precede la comprensione. Il vero salto concettuale avviene solo più tardi, con Euclide.
Negli Elementi, il teorema viene finalmente pensato come principio generale, non riguarda i quadrati in quanto tali, ma vale per tutte le figure piane euclidee simili tra loro costruite sui lati del triangolo rettangolo. I quadrati sono solo un caso particolare. Qui il teorema smette di essere una regola efficace e diventa un’idea teorica. Eppure, questa comprensione più profonda non diventa necessaria per l’uso. Anche dopo Euclide, il teorema continua a essere trasmesso e utilizzato nella sua forma più semplice.
La conoscenza, quando diventa condivisa, tende a organizzarsi così: prima si impara a usare, poi, forse, a capire. E spesso quel “forse” non arriva mai. Non perché manchi l’intelligenza o la curiosità, ma perché capire, nel senso dei fondamenti, non è necessario per far funzionare le cose. Come se la comprensione fosse sempre stata la regola, e non l’eccezione. Come se gli esseri umani, nel loro rapporto con il sapere, avessero abitualmente accesso ai fondamenti di ciò che usano. Come se capire fosse la condizione normale dell’agire, e non qualcosa che richiede tempo, attenzione, sforzo e spesso anche una sospensione dell’efficacia immediata. In realtà, la comprensione non è mai stata la modalità ordinaria della conoscenza condivisa. È sempre stata una conquista fragile, intermittente, limitata a contesti specifici e a pochi momenti.
Nella vita quotidiana, nella tecnica, nel linguaggio, nelle istituzioni, il sapere ha sempre funzionato soprattutto per delega, si usano regole senza ricostruirne l’origine, si applicano procedure senza interrogarne il senso, si ripetono formule perché sono affidabili, non perché siano comprese fino in fondo.
La comprensione, quando avviene, non è ciò che rende possibile il funzionamento del sapere, ma ciò che lo mette in questione.
La comprensione, quando avviene, non è ciò che rende possibile il funzionamento del sapere, ma ciò che lo mette in questione. È ciò che rallenta, che complica, che apre alternative. Proprio per questo non è mai stata la regola, ma l’eccezione: qualcosa che accade controcorrente rispetto alla necessità di far funzionare le cose.
Questa condizione non ci scandalizza quando riguarda gli esseri umani. Sappiamo che una persona può guidare un’auto senza conoscere la meccanica, usare una parola senza conoscerne l’etimologia, applicare una formula senza averne ricostruito il significato teorico. Lo consideriamo normale.
In molti casi, lo consideriamo persino efficiente. Eppure, quando parliamo dei modelli linguistici, la stessa cosa diventa improvvisamente problematica. Diciamo: sanno, ma non capiscono. Come se la comprensione fosse sempre stata il prerequisito dell’uso, e non una possibilità rara, faticosa e spesso evitata.
Il punto non è difendere le macchine. È riconoscere qualcosa su di noi.
Il punto non è difendere le macchine. È riconoscere qualcosa su di noi. I modelli linguistici non introducono una nuova frattura tra sapere e capire, rendono visibile una frattura che esiste da sempre. Mostrano che si possono produrre risposte corrette senza comprendere il senso profondo di ciò che si fa. E questo ci inquieta anche perché quella stessa separazione, nelle macchine, diventa esplicita, scalabile, autorevole.
Forse ci scandalizza nelle macchine perché ci costringono a guardare una verità scomoda, che una grande parte della nostra conoscenza funziona senza comprensione, e che il capire non è ciò che garantisce il funzionamento del sapere, ma qualcosa di più fragile, più raro, più esigente. Dire che non tutto ciò che è saputo è anche capito non è quindi una critica all’intelligenza artificiale. È una constatazione sul modo in cui la conoscenza umana si è sempre organizzata.
E il disagio che proviamo davanti ai modelli linguistici non nasce tanto dal loro limite, quanto dal fatto che ci restituiscono, in modo troppo chiaro, un’immagine di noi stessi.