La questione non è se i modelli linguistici siano neutrali: non lo sono. La questione, più radicale, è quale rapporto sociale venga occultato quando la loro non-neutralità viene attribuita soltanto al nemico geopolitico. Un recente articolo sui modelli sviluppati in Cina offre, in questo senso, un caso esemplare. Qwen, rendendo visibile la propria catena di ragionamento, espone istruzioni differenziate: tono “positivo” quando si parla della Cina, tono “bilanciato” quando l’oggetto è, per esempio, il Belgio o il Kenya. Il dato è rilevante, ma la cornice interpretativa lo neutralizza: la parzialità viene letta come patologia specificamente cinese, mentre lo standard occidentale resta implicitamente assunto come misura naturale del bilanciamento e della razionalità.
È qui che l’analisi va rovesciata. La non-neutralità non è un difetto contingente dei modelli prodotti a Pechino, ma la forma ordinaria di ogni modello linguistico in quanto dispositivo tecnico inscritto nei rapporti di produzione. Un LLM non pensa: comprime e restituisce, in forma probabilistica, il corpus su cui è stato addestrato. Ma il corpus non è un deposito innocente di testi; è lavoro linguistico socialmente prodotto, catturato, classificato e messo a valore. In esso si sedimentano rapporti di classe, gerarchie geopolitiche, esclusioni culturali, proprietà e forme storiche del dominio. Il modello, dunque, non parla da un punto di vista neutro: parla dal mondo sociale che lo finanzia, lo addestra, lo possiede e lo rende operativo.
La forma fenomenologica del modello appare quindi come feticcio del proprio processo produttivo. Come ogni merce, occulta i rapporti sociali che lo costituiscono e li restituisce sotto forma di oggettività tecnica. La pretesa di neutralità svolge qui una funzione ideologica precisa: trasforma una determinazione storica, materiale e proprietaria in attributo naturale della macchina. Chiedere a un modello di essere neutro equivale a chiedere al prezzo di mercato di essere neutro: in entrambi i casi, un rapporto di forza si presenta come dato oggettivo.
All’articolo manca perciò la categoria decisiva. Esso distingue censura e propaganda: la prima interdice la circolazione dell’informazione, la seconda costruisce attivamente una narrazione. La distinzione è utile, ma insufficiente. Occorre introdurre un terzo termine: sedimentazione ideologica. Nessun organo politico deve necessariamente imporre a un modello occidentale di distillare il senso comune anglofono, neoliberale e progressista, per poi restituirlo come voce naturale dell’intelligenza. È sufficiente la composizione del corpus, la struttura proprietaria dell’infrastruttura, la filiera della curatela e dell’addestramento. E mentre la propaganda ha un mandante, il soggetto della sedimentazione ideologica è il modo di produzione. Proprio per questo opera più in profondità: si presenta come intelligenza, poi come neutralità, infine come superiorità tecnica sui sensi comuni locali.
Anche l’asimmetria tra modelli cinesi e occidentali va riletta. Non è anzitutto una gerarchia morale, ma un regime differenziale di visibilità. Il bias di Qwen appare perché il modello rende almeno in parte ispezionabile il proprio ragionamento; quello dei modelli occidentali chiusi resta confinato nella scatola nera proprietaria. Ne deriva un paradosso significativo: la trasparenza incrimina chi la pratica, mentre l’opacità assolve chi la impone. Non disponiamo di prove analoghe sulle istruzioni interne dei modelli occidentali non perché essi siano privi di orientamento, ma perché tale orientamento è incorporato in processi non accessibili: dati, curatela, reinforcement learning, governance, infrastruttura computazionale e segreto industriale.
Pubblicare i pesi di un modello e definirlo “aperto”, trattenendo dati di addestramento, infrastruttura di calcolo, governance e capacità di aggiornamento, non equivale a socializzare la tecnologia.
La questione dell’open source conferma il punto. Pubblicare i pesi di un modello e definirlo “aperto”, trattenendo dati di addestramento, infrastruttura di calcolo, governance e capacità di aggiornamento, non equivale a socializzare la tecnologia. È piuttosto una forma di open-washing: una nuova recinzione presentata come libertà di accesso. Una licenza permissiva applicata a pesi addestrati su lavoro vivo espropriato e resi operativi da data center privati non restituisce il General Intellect alla collettività; ne organizza la sussunzione reale sotto il capitale. Si apre ciò che è periferico per conservare il monopolio del centro. In questo senso, le operazioni di DeepSeek e Meta appartengono alla stessa grammatica: differiscono per blocco geopolitico, non per forma sociale.
non esistono modelli neutri contrapposti a modelli propagandistici, Esistono macchine prodotte dentro rapporti di forza, finanziate da interessi, possedute da apparati, orientate da corpus e infrastrutture
Il compute mondiale è oggi concentrato in poche oligarchie tecnocratiche, articolate intorno a Stati, imprese, chip, terre rare, energia, cloud e data center. I modelli linguistici non stanno al di sopra di questa contesa: ne costituiscono un fronte materiale e ideologico, una forma di capitale fisso destinata a catturare e valorizzare il linguaggio sociale. La competizione tra LLM è perciò un capitolo della competizione interimperiale per il controllo del General Intellect planetario. Anche l’articolo in questione va letto entro questa cornice: non come referto neutrale sulla guerra cognitiva, ma come suo documento interno. Le sue fonti, collocate nel campo strategico occidentale, non rendono automaticamente falsi i dati; rendono però visibile la posizione da cui essi vengono organizzati e interpretati.
La conclusione è quindi più radicale di quella che l’articolo può formulare: non esistono modelli neutri contrapposti a modelli propagandistici. Esistono macchine prodotte dentro rapporti di forza, finanziate da interessi, possedute da apparati, orientate da corpus e infrastrutture. La domanda decisiva non è quale modello dica la verità, ma chi possieda i mezzi di calcolo, chi espropri il lavoro linguistico collettivo e chi decida quale bias chiamare propaganda e quale chiamare intelligenza.