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Questo saggio riesamina l'esortazione kantiana al Sapere aude alla luce dell'epistemologia contemporanea, sostenendo che il pensiero critico autentico non consiste nel dubitare di tutto, ma nel saper valutare l'affidabilità delle fonti a cui necessariamente ci affidiamo. L'invito generico a "pensare con la propria testa" ignora la struttura radicalmente distribuita della conoscenza moderna, alimenti forme di scetticismo epistemicamente ingiustificato e finisca per produrre l'opposto di ciò che promette: non autonomia intellettuale, ma vulnerabilità alla manipolazione.


[…] Le istituzioni della razionalità che hanno successo non dipendono dalla brillantezza di un singolo: nemmeno il più razionale di noi è esente da bias. Ma esse dispongono di canali di feedback eaggregazione delle conoscenze che rendono il tutto più intelligente di qualsiasi sua parte [S. Pinker, Razionalità, p. 275]

Non c'è insegnante di filosofia che non conosca il famoso incipit del testo kantiano Che cos'è l'Illuminismo:

«L'illuminismo è l'uscita dell'uomo dallo stato di minorità di cui egli stesso è colpevole. Minorità è l'incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro. Colpevole è questa minorità, se la sua causa non dipende da un difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di servirsi di essa senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza!»

Un inno, sembrerebbe, al pensiero critico. All'usare sempre la propria testa, a non affidarsi mai supinamente a qualcun altro.

Ma è veramente così? Veramente Kant esortava a fare sempre e solo da sé, a non fidarsi di chi ne potrebbe sapere più di noi? E se lo ha detto, dovremmo seguirlo anche in questo? Non è che alla fine, anche quando pensiamo di seguire la nostra testa, stiamo invece seguendo quella di un altro?

Cosa Kant ha davvero scritto

Chi si ferma all'incipit del testo kantiano ne ricava un messaggio semplice e potente: pensa da solo, non fidarti di nessuno, sottoponi tutto al vaglio della tua ragione. Questo messaggio è diventato una sorta di manifesto del pensiero critico, invocato da chiunque voglia legittimare il proprio scetticismo verso l'autorità. Il problema è che Kant ha scritto qualcosa di più preciso e più sottile.

Nel passo immediatamente successivo, Kant accusava di "pigrizia e viltà" chi rifiuta di uscire dal proprio stato di minorità. Pigri sono quelli che lasciano ad altri il compito di pensare per loro; vili sono quelli che, intimoriti dai pericoli, non si arrischiano a camminare con le proprie gambe. Ma la colpa, precisa Kant, non è tutta individuale: l'educazione che hanno ricevuto non ha fornito loro gli strumenti per "districarsi dalla minorità camminando, al contempo, con passo sicuro".

Questa precisazione è decisiva, e viene quasi sempre ignorata. Kant non dice: dubita di tutto. Dice: pretendi la libertà di sottoporre le tue idee al giudizio pubblico. Il suo bersaglio non è la fiducia nelle competenze altrui, ma il divieto politico e religioso di esercitare quella che chiama la "libertà di fare un uso pubblico della propria ragione in tutti i campi". È un'esortazione rivolta ai governi tanto quanto agli individui: non impedite il libero esame, perché solo da esso può venire il "rischiaramento" tra gli uomini.

C'è una differenza fondamentale tra dire "pensa con la tua testa" e dire "pretendi di poter pensare liberamente e di sottoporre le tue idee al giudizio dei pari". La prima è un'esortazione all'autonomia epistemica individuale, la seconda è una richiesta di libertà intellettuale collettiva. Kant chiede la seconda. Noi, troppo spesso, invochiamo la prima.

Il paradosso dell'autonomia epistemica

L'esortazione generica a "usare la propria testa" poggia su un presupposto raramente esaminato: che ciascuno di noi abbia le risorse cognitive per valutare autonomamente qualsiasi questione rilevante. È un presupposto che la filosofia contemporanea ha sottoposto a critica radicale.

John Hardwig, in un saggio del 1985 diventato un classico dell'epistemologia, ha formulato il concetto di "dipendenza epistemica": in una società in cui la conoscenza è radicalmente specializzata e distribuita, la maggior parte di ciò che sappiamo non lo sappiamo per esperienza diretta o ragionamento autonomo, ma perché ci fidiamo di altri che lo sanno. Questa non è una debolezza da correggere: è una condizione strutturale della conoscenza moderna. Come scrive Hardwig, il rifiuto di fidarsi equivale al rifiuto di conoscere, dato che nessun individuo può verificare autonomamente più di una frazione infinitesimale del sapere di cui ha bisogno per vivere e decidere.

Diversamente dal Cartesio della Morale provvisoria, Hardwig sostiene che la fiducia non è un surrogato provvisorio della conoscenza diretta, qualcosa che usiamo "in attesa" di verificare da soli: è un elemento costitutivo della razionalità stessa. Chi rifiuta per principio di fidarsi degli esperti non esercita pensiero critico superiore, ma si condanna all'ignoranza o, peggio, all'illusione di sapere. (1)

Ed è proprio l'illusione di sapere il meccanismo psicologico che rende così persuasiva l'esortazione a "pensare con la propria testa". Leonid Rozenblit e Frank Keil, in uno studio del 2002, hanno documentato quella che chiamano "illusione della profondità esplicativa": crediamo di comprendere i fenomeni molto meglio di quanto realmente li comprendiamo. Chiediamo a qualcuno come funziona una cerniera, o perché il cielo è azzurro, e otterremo risposte sicure. Chiediamogli di spiegarlo in dettaglio, passo dopo passo, e la sicurezza si dissolverà. Gli psicologi Sloman e Fernbach chiamano questo scarto illusione della conoscenza: scambiamo per comprensione individuale ciò che in realtà è custodito nel "sistema" — altre persone, istituzioni, strumenti — e che sappiamo solo interrogare o delegare. È una forma di ignoranza mascherata da autonomia: più la rete cognitiva intorno a noi è ricca, più possiamo illuderci di capire da soli. Questa illusione, combinata con l'effetto Dunning-Kruger — la tendenza dei meno competenti a sovrastimare le proprie capacità — produce una miscela pericolosa: persone che credono di poter valutare autonomamente questioni che richiedono anni di formazione specialistica.

Socrate e i limiti del dubbio

Chi si diletta di filosofia non può non amare Socrate e il suo metodo dialogico, la sua professione di ignoranza — più affettata che sincera, come sappiamo. Socrate seminava dubbi sulla vera expertise di tanti supposti, supponenti e sedicenti esperti ateniesi. I dialoghi socratici sono pieni di questi scontri dialettici in cui il sapiente di turno si rivelava ignorante nelle stesse cose di cui pretendeva di essere sapiente.

Ma il punto (e viene spesso trascurato) è che Socrate dubitava degli pseudo-esperti, non dell'expertise in sé. Il suo metodo confutatorio era propedeutico: una purificazione della mente dalle false certezze, per predisporla ad accogliere conoscenza autentica. Il dubbio socratico era il primo passo di un percorso, non la destinazione.

Quando il dubbio diventa fine a sé stesso, quando dalla confutazione socratica si passa allo scetticismo universale nella sua versione cartesiana radicalizzata, si produce un effetto paradossale. Cartesio pretendeva di non accettare per vero nulla che non avesse prima sottoposto a esame completo. Il risultato, come lui stesso riconobbe, fu una "morale provvisoria" mai definitiva: una condizione di sospensione permanente del giudizio che nella vita pratica conduce all'inazione o, più probabilmente, al seguire i propri pregiudizi travestiti da conclusioni ragionate.

Il problema si aggrava quando il dubbio universale si democratizza. Socrate ce l'aveva con i presunti esperti della sua epoca, uomini la cui expertise non era certificata da nulla di più solido della propria reputazione e della fama che si erano costruiti. Ma quale Socrate contemporaneo, ignorante della materia come lui si professava, potrebbe legittimamente pretendere di cogliere in fallo un esperto nel suo campo di specializzazione, quando quell'expertise è certificata da anni di formazione, pubblicazioni su riviste specializzate, riconoscimenti della comunità dei pari?

Eppure questo oggi accade con frequenza crescente. Persone che non hanno alcuna formazione specifica, solo per aver letto qualcosa da autodidatti — gli alunni dell'università di Google, potremmo dire — pretendono di interloquire con esperti o di confutarli. Non è l'esercizio del pensiero critico: è la sua caricatura.

Il problema del non-esperto di fronte al disaccordo tra esperti

Ora, se gli esperti avessero sempre un'opinione unanime, il problema non sussisterebbe: accetteremmo i loro verdetti e basta. Ma così non è. Non esiste praticamente campo o questione su cui tutte le opinioni degli esperti siano coerenti e in pieno accordo. Qualcuno che la pensa diversamente c'è quasi sempre. E nella storia della scienza questo non è stato necessariamente un male: i grandi scienziati rivoluzionari, prima che le loro teorie venissero accettate, si trovarono isolati o minoritari rispetto alla comunità scientifica prevalente.

La difformità di idee è un dono prezioso per il progresso della conoscenza. Ma è un problema serio per chi deve affidarsi a un esperto per decidere cosa credere o fare. Di fronte a un esperto che sostiene una cosa e un altro che sostiene il contrario, su che basi razionali scegliere?

Alvin Goldman, in un saggio del 2001, ha affrontato direttamente questo problema — che chiama il "novice/expert problem" — proponendo cinque criteri che un non-esperto può utilizzare per discriminare tra esperti in disaccordo. Tra questi: verificare quale esperto è supportato dalla maggioranza dei colleghi nel campo; esaminare se le argomentazioni di ciascuno sono state sottoposte al vaglio della comunità scientifica; valutare se esistono conflitti di interesse che potrebbero distorcere il giudizio. Nessuno di questi criteri richiede di essere esperti della materia: richiedono competenze epistemiche di secondo livello, cioè la capacità di valutare l'affidabilità delle fonti.

Naturalmente, seguire la maggioranza degli esperti non garantisce di avere ragione. La maggioranza degli astronomi contemporanei di Copernico credeva che Tolomeo e Aristotele avessero ragione. Chi seguì l'opinione della maggioranza sbagliò. Ma la questione è: c'era un'alternativa razionale? Oggi sappiamo che le prove della verità copernicana, all'epoca, non c'erano. Non si trattò di mera e cieca fede nell'autorità contro le indicazioni della ragione. E il punto, quello che Kant aveva compreso perfettamente, non è se Galilei avesse le prove, ma l'avere impedito che potesse cercarle.

Se c'è una cosa che abbiamo imparato negli ultimi quattro secoli è questa: non bisogna impedire a nessuno di dissentire dalla maggioranza, di esporre pubblicamente le proprie idee e di sottoporle al libero esame. Ma occorre anche che tutti accettino le regole del gioco. Chi pretende di avere ragione quando l'intera comunità dei pari gli dimostra che ha torto, e invece di rispondere nel merito bypassa quella comunità per rivolgersi direttamente all'opinione pubblica, costringe la gente comune a scegliere senza avere le basi per farlo. È l'opposto della libertà intellettuale: è la sua strumentalizzazione.

La fiducia come competenza epistemica

L'epistemologia della testimonianza — un campo di indagine filosofica che ha ricevuto impulso decisivo dal lavoro di C.A.J. Coady negli anni Novanta — ha mostrato che la testimonianza di altri non è un surrogato inferiore della conoscenza diretta, ma una fonte epistemica fondamentale. Coady argomenta, contro la tradizione riduzionista che da Hume in poi subordinava la testimonianza alla verifica individuale, che la nostra intera struttura di conoscenze poggia sulla fiducia nella parola altrui in modo molto più pervasivo di quanto normalmente riconosciamo. Molte delle nostre certezze (in storia, medicina, fisica o anche la nostra stessa data di nascita) dipendono interamente da ciò che gli altri ci dicono. Non solo non possiamo verificare tutto da soli: non ne avremmo nemmeno i mezzi concettuali, dato che i concetti stessi con cui pensiamo li abbiamo acquisiti in larga parte attraverso la testimonianza di insegnanti, libri, conversazioni.

La questione diventa allora: se la fiducia è ineliminabile, come esercitarla in modo razionale? La risposta di Naomi Oreskes, nel suo Why Trust Science? del 2019, sposta l'attenzione dal singolo scienziato all'istituzione scientifica. Non ci fidiamo della scienza perché i singoli scienziati sono infallibili o disinteressati — non lo sono, e la storia della scienza è piena di errori, frodi e vicoli ciechi. Sebbene l'appello all'autorità sia spesso considerato un errore logico, Oreskes sostiene che la scienza si basi su un tipo particolare di autorità: non quella dell'individuo, ma quella collettiva di esperti diversiche hanno giudicato e filtrato le prove.

La scienza funziona come una giuria speciale, dove i pari (altri esperti con formazione simile) valutano se le prove presentate siano sufficienti.

Vittorio Massarenti ha sintetizza molto bene la posizione della Oreskes:

"L'equivoco da sciogliere è quello di pensare che, una volta appurato, attraverso il pluridecennale lavoro di filosofi, antropologi e sociologi della scienza, l'impresa scientifica ha un carattere sociale, da ciò derivi il suo essere in fin dei conti soggettiva e dunque non affidabile. La fiducia nella scienza da parte dei cittadini dovrebbe in realtà basarsi su un argomento molto semplice. Così come ci fidiamo di un idraulico, di un elettricista o di un dentista perché riconosciamo che si tratta di persone qualificate e autorizzate a esercitare un mestiere per il quale non ci si improvvisa, così dovremmo fidarci degli scienziati. Certo, gli idraulici e i dentisti possono sbagliare. Ma ciò non toglie che loro sono qualificati e noi no, e che se uno di loro non ci soddisfa o ha una cattiva reputazione ne cercheremo uno più qualificato e che ci dia maggiori garanzie che si tratti di un vero esperto e non di un dilettante o di un ciarlatano. Allo stesso modo dovremmo pensare a scienziate e scienziati in quanto «esperti designati a studiare il mondo». Dunque, se dobbiamo fidarci di qualcuno per sapere com'è fatto il mondo, sostiene Oreskes, – e aggiungerei, qualcuno che si impegni a dire cose vere sul mondo – dobbiamo fidarci degli scienziati. Il motivo principale per fidarci degli scienziati sta nel fatto che – anche se tra di loro ce ne possono essere di disonesti così come tra gli idraulici o i dentisti – la scienza può esibire un numero strabiliante di successi che hanno determinato un miglioramento enorme nella conoscenza del mondo e della qualità della vita."

Ci fidiamo perché il processo scientifico, nel suo complesso, incorpora meccanismi di autocorrezione che nessun individuo possiede: la peer review, la replicazione, il dibattito pubblico tra specialisti, la revisione continua dei risultati.

Protocolli di credibilità analoghi li usiamo tutti i giorni nella vita quotidiana, quando discriminiamo tra affermazioni credibili e affermazioni da scartare: dalla miracolosa dieta dimagrante all'occasione imperdibile del supermercato. Si tratta di standards non scritti, frutto della nostra esperienza del mondo e di una sorta di selezione naturale e sociale: i creduloni non hanno vita facile, sono facile preda di truffe e inganni. Questi standards li sospendiamo quando guardiamo un film di fantasia, ma li recuperiamo appena torniamo alla realtà.

La cosa preoccupante è che tendiamo a sospenderli anche in un altro caso: quando vogliamo fortemente credere in qualcosa che desideriamo, o che ci piace, o di cui pensiamo di non poter fare a meno. Il wishful thinking — il pensiero desiderante — è il nemico più insidioso del pensiero critico, molto più pericoloso dell'ignoranza pura e semplice, perché si traveste da ragionamento.

A questi standards minimi, nel corso della vita ne aggiungiamo altri che non dipendono dall'esperienza diretta ma da ciò che crediamo sul funzionamento del mondo: credenze religiose, ideologie politiche, teorie cospirative che vedono ovunque l'opera di gruppi che manovrano nell'ombra. Quando questi filtri aggiuntivi diventano dominanti, il risultato è paradossale: non ci si fida più di nessuno tranne che di chi conferma i propri pregiudizi.

Quando il sistema si inceppa

Il problema si è aggravato con l'avvento dei social media. Tom Nichols, nel suo The Death of Expertise del 2017, ha documentato un fenomeno che va oltre la semplice ignoranza: l'ostilità attiva verso la competenza specialistica. La democratizzazione dell'accesso all'informazione, argomenta Nichols, è stata scambiata per democratizzazione della competenza. Il fatto che chiunque possa accedere a una pubblicazione scientifica non significa che chiunque sia in grado di valutarla. Ma l'illusione di poterlo fare — alimentata dall'immediatezza dell'accesso e dall'assenza di mediazione — produce una fiducia mal riposta nelle proprie capacità di giudizio.

Il meccanismo è aggravato da una dinamica specifica: il presunto esperto che si rivolge direttamente al pubblico, senza sottoporsi prima al controllo dei propri pari. Quando questo accade, il non-esperto si trova di fronte a un individuo con credenziali apparenti che gli dice cose diverse da quelle che dice la comunità scientifica. Non ha gli strumenti per valutare chi abbia ragione nel merito, ma ha l'impressione di star esercitando pensiero critico scegliendo la voce dissidente. In realtà sta facendo l'opposto: sta rinunciando all'unico criterio affidabile di cui dispone — il consenso della comunità dei pari — in favore di un singolo individuo la cui autorevolezza non è stata validata.

Il risultato è un cortocircuito: la credibilità della comunità scientifica viene minata, il che riduce la sua autorevolezza, il che rende più facile minarla ulteriormente. Hugo Mercier e Dan Sperber, in The Enigma of Reason, hanno mostrato che la ragione umana non si è evoluta per cercare la verità in isolamento, ma per argomentare in contesti sociali, per convincere e per valutare gli argomenti altrui. Se l'ambiente sociale in cui operiamo è epistemicamente inquinato, se le voci autorevoli e quelle inaffidabili sono indistinguibili, la ragione stessa perde il terreno su cui può operare efficacemente.

Il pensiero critico come meta-competenza

Torniamo a Kant, dunque, ma con una lettura più aderente al testo. Il Sapere aude non è un invito a rifiutare ogni guida. È un invito a pretendere la libertà di esaminare, discutere, sottoporre al giudizio pubblico. Kant non chiede a ciascuno di reinventare da solo la conoscenza: chiede che nessuna autorità possa impedire il libero esame collettivo.

Riformulato nei termini dell'epistemologia contemporanea, il messaggio diventa: il pensiero critico autentico non è la capacità di dubitare di tutto, ma la capacità di valutare razionalmente di chi fidarsi e perché. È una meta-competenza, una competenza sulla competenza altrui, che richiede strumenti specifici: saper distinguere un consenso scientifico da un'opinione individuale; saper riconoscere quando qualcuno parla dentro o fuori dal proprio campo di expertise; saper identificare i conflitti di interesse; saper resistere al fascino dell'eretico di turno quando il suo dissenso non è passato al vaglio della comunità dei pari.

L'ironia è che proprio chi invoca più rumorosamente il "pensare con la propria testa" è spesso chi meno possiede questa meta-competenza. Chi dubita dei vaccini "perché ha fatto le sue ricerche" non sta esercitando pensiero critico: sta sostituendo il giudizio di una comunità di migliaia di specialisti con la propria interpretazione di fonti che non ha gli strumenti per valutare. È, in un senso preciso, l'opposto dell'autonomia intellettuale: è dipendenza epistemica inconsapevole da fonti non validate, travestita da indipendenza di giudizio.

Il vero coraggio intellettuale — il vero Sapere aude — non consiste nel rifiutare ogni autorità, ma nell'accettare la propria dipendenza epistemica e nel gestirla razionalmente. Richiede l'umiltà di riconoscere i limiti della propria competenza, la disciplina di affidarsi a processi di validazione collettiva imperfetti ma insostituibili, e la lucidità di distinguere tra lo scetticismo sano, quello che chiede ragioni e verifica fonti, e lo scetticismo patologico, quello che rifiuta qualsiasi autorità epistemica e finisce, inevitabilmente, per consegnarsi alla prima voce che conferma i propri pregiudizi.


Note

(1) Secondo Hardwig, il modello di razionalità che risale a Kant e Cartesio rappresenta il cuore di quello che viene definito individualismo epistemico, un ideale che l'autore considera problematico nella società moderna.

Hardwig critica duramente questo approccio, definendolo un "ideale romantico profondamente irrealistico". Egli sostiene che, sebbene sia una posizione attraente, nella pratica porta a risultati opposti a quelli sperati: se cercassimo di essere intellettualmente autonomi su ogni questione, finiremmo per avere credenze scarsamente informate, inaffidabili, grezze e non testate, il che è intrinsecamente irrazionale. Per Hardwig, l'individualismo di Kant e Cartesio non tiene conto del fatto che il mondo è diventato troppo complesso perché un singolo individuo possa verificare tutto. In molti casi, la vera razionalità consiste nel riconoscere la propria inferiorità epistemica e, paradossalmente, nel "rifiutarsi di pensare con la propria testa" per affidarsi all'autorità di un esperto.


Riferimenti

  • Coady, C.A.J. (1992). Testimony: A Philosophical Study. Oxford University Press.  Una recensione al libro è reperibile qui: 
  • Goldman, A. (2001). "Experts: Which Ones Should You Trust?". Philosophy and Phenomenological Research, 63(1), 85-110. Reperibile a questo indirizzo
  • Hardwig, J. (1985). "Epistemic Dependence". Journal of Philosophy, 82(7), 335-349. Scaricabile a questo indirizzo 
  • Kant, I. (1784). Beantwortung der Frage: Was ist Aufklärung? Trad. it. di F. Di Donato, rev. M.C. Pievatolo.
  • Kruger, J. & Dunning, D. (1999). "Unskilled and Unaware of It". Journal of Personality and Social Psychology, 77(6), 1121-1134. Scaricabile a questo indirizzo 
  • Massarenti A., Fidarsi è bene. I valori della scienza. Articolo reperibile a questo indirizzo
  • Mercier, H. & Sperber, D. (2017). The Enigma of Reason. Harvard University Press.
  • Nichols, T. (2017). The Death of Expertise. Oxford University Press. Vedi anche 
  • Oreskes, N. (2019). Why Trust Science? Princeton University Press. Trad. it.: Perché fidarsi della scienza? Torino: Bollati Boringhieri, 2021.
  • Pinker, S. (2021). Rationality: What It Is, Why It Seems Scarce, Why It Matters. New York: Viking. Trad. it.: Razionalità: Cos'è, perché sembra così rara, perché è importante. Milano: Mondadori, 2022.
  • Sloman, S. A. & Fernbach, P. M. (2017). The Knowledge Illusion: Why We Never Think Alone. New York: Riverhead Books. Trad. it.: L'illusione della conoscenza: Perché non pensiamo mai da soli. Milano: Rizzoli, 2017.

Pubblicato il 15 febbraio 2026

Pietro Alotto

Pietro Alotto / 👨🏽‍🏫 Insegno, 🧠 penso (troppo) e ✍🏽 scrivo (quando mi va e quanto mi basta) 📚pubblico (anche)