SDG 13 e il ruolo del cloud nella lotta al cambiamento climatico
Viviamo immersi nel digitale come se fosse aria: lo respiriamo ogni giorno, lo attraversiamo senza accorgercene. Il cloud, l’intelligenza artificiale, lo streaming, i social network… tutto sembra leggero, impalpabile, come una nuvola che ci avvolge senza peso. Ma questa sensazione è un’illusione.
Dietro ogni clic, ogni video che guardiamo, ogni algoritmo che ci suggerisce cosa leggere o comprare, c’è un mondo fisico enorme e affamato di energia. Un ecosistema fatto di server che ronzano incessantemente, data center grandi come hangar, chilometri di cavi, impianti di raffreddamento che consumano milioni di litri d’acqua ogni giorno. Ecco perché parlare di sostenibilità digitale è oggi più urgente che mai.
Il digitale non è immateriale. È concreto, tangibile, e ha un impatto ambientale che cresce con ogni byte. È un gigante silenzioso che consuma elettricità, risorse naturali e spazio. Eppure, raramente lo vediamo. Forse perché è nascosto dietro la comodità di uno schermo, dietro la promessa di velocità e connessione.
Prometeo: il mito dell’energia donata
Nel mito greco, Prometeo rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini. Quel fuoco era conoscenza, potere, progresso. Ma il dono aveva un prezzo: Prometeo fu punito per aver sfidato l’ordine divino. Oggi, il nostro “fuoco” è il digitale. L’energia che alimenta il cloud è il nuovo dono prometeico. Ma se non lo usiamo con saggezza, rischiamo di pagarne le conseguenze: emissioni, riscaldamento globale, crisi climatica.
Prometeo ci ricorda che ogni progresso tecnologico porta con sé una responsabilità. Il fuoco digitale che abbiamo acceso deve essere gestito con etica, lungimiranza e rispetto per il pianeta.
Iron Man: tecnologia e responsabilità
Tony Stark, alias Iron Man, è l’incarnazione della tecnologia spinta all’estremo. Genio, miliardario, inventore, ha creato armature potentissime e sistemi di difesa avanzati. Ma la sua evoluzione è significativa: da industriale irresponsabile a innovatore etico, capace di creare un reattore Arc alimentato da energia pulita.
Iron Man ci insegna che la potenza digitale deve essere guidata da valori, non solo da profitto o efficienza. La sua transizione energetica è una metafora perfetta per ciò che il digitale deve affrontare oggi: passare da un modello energivoro e inquinante a uno sostenibile, circolare, consapevole.
Il cloud sostenibile: tra mito e innovazione
Il cloud computing è diventato il cuore pulsante della nostra società digitale. Ma il suo impatto ambientale è enorme e in crescita:
Dietro ogni nostra attività digitale c’è un mondo che lavora incessantemente. I data center, veri e propri “cuori pulsanti” del digitale, consumano ogni anno circa 200 terawattora di elettricità, l’equivalente di quasi l’1% dell’intera domanda mondiale (fonte: ESG 360 – Consumo energetico globale dei data center).
E non si tratta di un trend stabile: entro il 2025, questo consumo potrebbe salire a 415 TWh, avvicinandosi all’1,5% del fabbisogno globale. Ma non è solo questione di energia. Per raffreddare le migliaia di server che elaborano i nostri dati, i data center più grandi arrivano a utilizzare fino a 5 milioni di galloni d’acqua al giorno — quasi 19 milioni di litri, come se ogni giorno si riempissero sette piscine olimpioniche solo per tenere al fresco il nostro mondo digitale (fonte: Quotidian Post – Consumo elettrico e idrico dei data center).
E l’intelligenza artificiale generativa, che oggi ci stupisce con testi, immagini e risposte in tempo reale, sta accelerando questa corsa. Secondo uno studio della Cornell University pubblicato su Nature Sustainability, le cose potrebbero prendere una piega che dovremmo osservare con un po’ più di attenzione. Oggi, solo negli Stati Uniti, i data center che alimentano l’IA emettono circa 24 milioni di tonnellate di CO₂. Ecco: entro il 2030 quel numero potrebbe salire fino a 44 milioni.
E non si tratta solo di aria. Anche l’acqua — quella che spesso diamo per scontata — finirà sotto una pressione crescente: dai già imponenti 731 milioni di metri cubi si potrebbe arrivare a 1.125 milioni. È una quantità capace di mettere in difficoltà interi bacini idrici, come se ogni server, silenzioso e invisibile, stesse bevendo molto più di quanto immaginiamo. Un promemoria, forse, che l’innovazione non è mai del tutto immateriale.
Ogni richiesta complessa a un modello AI può consumare decine di wattora, equivalenti a lasciare accesa una lampadina per ore (fonte Tecno Android – Impatto energetico dell’AI generativa).
Questi numeri non sono solo statistiche: sono il riflesso di scelte quotidiane, di infrastrutture invisibili che lavorano per noi, ma che chiedono in cambio energia, acqua e attenzione. Il digitale non è neutro. È potente, utile, ma anche affamato. E proprio per questo, va governato con intelligenza e responsabilità.
Il caso italiano: boom e sfide
In Italia, il settore dei data center è in piena espansione (fonte Agenda Digitale – Boom dei progetti in Italia).
Nel 2025, sono stati dati il via a ben 14 nuovi progetti, ognuno con una potenza installata che supera i 50 MW. Un numero impressionante, se pensiamo che stiamo parlando di centrali capaci di generare energia in una scala che fa quasi impressione.
Ma ciò che colpisce ancora di più è l’esplosione delle richieste di connessione alla rete: un incremento del +1600% rispetto al 2020. Più di 55 GW di potenza richiesti. E la metà di questa energia, la metà, è concentrata in Lombardia, come se una regione intera fosse diventata il cuore pulsante di una trasformazione che non possiamo più ignorare.
Il governo ha avviato una strategia nazionale per fare dell’Italia un hub digitale del Mediterraneo (fonte Corriere delle Comunicazioni – Strategia nazionale per i Data Center).
Questa crescita è una grande opportunità economica e tecnologica, ma comporta anche rischi ambientali e sfide di sostenibilità. Serve una visione sistemica per evitare che il boom digitale si trasformi in un boomerang climatico.
Il digitale come leva per la sostenibilità
Spesso pensiamo al digitale solo come consumo: energia, server, emissioni. Ma c’è un altro volto, meno visibile e molto più promettente. È quello del digitale che aiuta a risparmiare, che ottimizza, che rende più intelligente ciò che già esiste. Limitarsi a valutare l’impatto ambientale del cloud in modo isolato rischia di essere miope. Serve uno sguardo più ampio, capace di tenere insieme i pezzi e di riconoscere quei benefici indiretti — a volte quasi invisibili — che il digitale può far nascere altrove.
Nelle città, per esempio, la mobilità intelligente sta già cambiando il modo in cui ci muoviamo. Meno ingorghi, percorsi più fluidi, una logistica urbana che finalmente sembra respirare. E non è un esercizio di immaginazione: grazie ai dati in tempo reale, le emissioni possono calare fino al 20% (lo ricorda anche il World Economic Forum). È l’aria che diventa un po’ più leggera, i tempi d’attesa che si accorciano, la sensazione — rara — che la città collabori con noi.
Nei campi, l’agricoltura di precisione porta un’attenzione quasi artigianale: sensori, droni, modelli predittivi… strumenti che dosano acqua, fertilizzanti ed energia con una cura che un tempo era impossibile. Ogni goccia ha un peso, ogni gesto è mirato. E la terra risponde: più resa, meno spreco, un rapporto più rispettoso.
Dentro le fabbriche, l’industria 4.0 trasforma il ciclo produttivo in un organismo intelligente: scarti che si riducono, consumi che si assottigliano, processi che dialogano tra loro. E negli uffici, la rivoluzione è già passata in punta di piedi: telelavoro, documenti digitali, spostamenti ridotti all’essenziale. Meno carta, meno auto, meno energia dispersa senza motivo.
Secondo l’Erikson Research Institute, tutte queste tecnologie, messe insieme, potrebbero tagliare fino al 15% delle emissioni globali di gas serra entro il 2030, soprattutto nei settori dell’energia, dei trasporti e dell’edilizia. Una cifra enorme, che ci ricorda qualcosa di semplice: il digitale può essere parte della soluzione, non soltanto del problema.
SDG 13: la lotta al cambiamento climatico passa anche dal digitale
E in fondo, è proprio ciò che chiede l’SDG 13 dell’ONU: agire in fretta contro il cambiamento climatico. Il digitale, se usato con intelligenza e misura, può essere uno degli strumenti più potenti per farlo. Ma non possiamo farlo ignorando il ruolo del digitale. Serve una transizione ecologica anche nell’infrastruttura tecnologica:
– Data center green: progettati per ridurre consumi, usare energie rinnovabili e minimizzare l’impatto idrico.
– Cloud sostenibile: alimentato da fonti pulite, con algoritmi ottimizzati e archiviazione responsabile.
– Comportamenti digitali consapevoli: evitando lo streaming superfluo, riducendo la duplicazione dei dati, e scegliendo servizi etici.
Anche le normative europee stanno evolvendo: si parla di valutazione ambientale integrata per i nuovi progetti e di coinvolgimento delle comunità locali (fonte Diritto Lavoro – Normative europee e sostenibilità).
Valutare il digitale con intelligenza sistemica
È fondamentale evitare approcci pregiudiziali o semplicistici. Il digitale non è né buono né cattivo in sé. Può amplificare i problemi — se lo lasciamo crescere senza regole, senza etica, senza visione. Ma può anche moltiplicare le soluzioni, se lo mettiamo al servizio della sostenibilità, dell’efficienza, della giustizia ambientale.
Pensare al digitale solo come una minaccia è un errore. Pensarlo come una salvezza automatica lo è altrettanto. Serve equilibrio, consapevolezza, capacità di guardare il quadro d’insieme. Perché il digitale è già parte del nostro mondo. La chiave sta nel governarlo con visione, etica e responsabilità.
– Non basta misurare i consumi diretti: bisogna considerare anche i risparmi indiretti generati in altri settori.
– Non basta puntare il dito contro l’AI o il cloud: serve promuovere modelli di sviluppo digitale sostenibili.
– Non basta chiedere meno digitale: bisogna chiedere più digitale intelligente, più trasparente, più etico.
Conclusione: il futuro è nelle nostre mani
Prometeo ci ha donato il fuoco. Iron Man ci ha mostrato come usarlo con intelligenza. Ora tocca a noi: trasformare il digitale in alleato della sostenibilità, e non in nemico invisibile. Il cloud può essere il nostro reattore Arc, se alimentato da energia pulita e guidato da coscienza ecologica.
Ma per farlo, dobbiamo guardare al digitale con occhi nuovi: non solo come fonte di consumo, ma come leva di trasformazione ecologica. Ogni clic è una scelta. Ogni algoritmo è una responsabilità. Ogni byte può essere un passo verso un futuro più sostenibile — se lo vogliamo davvero.