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Nasciamo ‘all’interno’ di una madre lingua. Ma scegliere la lingua tramite la quale esprimersi è una opzione sempre aperta. Scopriamo ‘chi siamo’ e riusciamo a parlare di ‘cosa vediamo’ passando da una lingua all’altra. In questo articolo si giustappongono l’italiano, lingua madre, e l’inglese, lingua profondamente conosciuta e vissuta.
Lingue differenti portano alla luce in modi differenti poesia e culture. E ogni lingua naturale usata contribuisce alla personale ‘lingua’ di ognuno di noi.

Scrivo in italiano e in inglese, ma preferibilmente in inglese, pur essendo io di madre lingua italiana. Non è una contraddizione? Ho composto questo scritto dipanando le ragioni per una scelta apparentemente insensata. E ne ho trovate molte altre che evidentemente non conoscevo. Sono contenta di averle risvegliate con un solo tocco di letterine bianche su sfondo nero della tastiera. In fondo, scrivere porta alla luce le novità, in qualsiasi linguaggio lo si faccia. 

Ragione n. 1 – Chiarezza

L’inglese mi motiva a scrivere con frasi brevi ed essenziali, anche se per chi è madrelingua io  uso frasi troppo lunghe, barocche, ridondanti. Diciamo quindi che l’inglese mi serve per controllare un impulso stilistico ad aggiungere dettagli che va a scapito della comprensione dei miei testi. 

Ragione n. 2 – Affettività 

Scrivo poesie in inglese quando so che sono dirette a un pubblico accogliente, di affetti famigliari. Non mi considero una poetessa che scrive in una seconda lingua. In effetti, il tentativo di qualche anno fa, di frequentare una vera e propria scuola di poesia in inglese per non nativi, si è rivelato abbastanza penoso e frustrante. 

Per il mio nipotino statunitense ho composto una filastrocca in inglese. S’intitola Lullaby from Mother Earth e gioca con l’associazione tra “duro” e “vero” che è scaturita come un piccolo miracolo dal mio dizionario inglese sulle radici indoeuropee. Ora ho messo mano a una traduzione in italiano, ma già so che difficilmente riuscirò a rendere la freschezza della prima intuizione.  

Mi piace anche scrivere in entrambi i linguaggi, mischiandoli in una sorta di dialetto riconoscibile solo da anime gemelle. L’ ho fatto nella poesia Rap per mia nonna, di cui riporto la prima e ultima strofa 

Nel primo mistero doloroso,

ti contemplo, nonna,

sentinella scura della mia infanzia

vestita di nero vedovile:

torni indietro

per incrociarmi

le mani sul petto 

vedi, fa pure rima, 

non posso che dormire 

come un angioletto.

Dieci avemarie e un pater noster

E poi un altro mistero

E questo times five

E questo times five.

Quando sei morta tu

Ti hanno messo in mano 

Il tuo rosario azzurro,

il più luminoso e bello.

Ma senza le tue mani nodose

A scorrere quei grani luccicanti

È rimasto lì senza più misteri

Piccola cosa, 

Piccola cosa morta.

Perché un rap, poi, se non riesco a subirne il ritmo martellante per più di qualche secondo? Trovo che in quella poesia, con la mia forza da bambina, tento di incitare mia nonna alla rivolta: ma non vedi quanto soffri nonna? Perché non ti ribelli? Ti sembra il caso di accatastare un rosario dopo l’altro così, senza apparentemente trarne giovamento? E mia nonna continua, continua a sgranare quelle perline luccicanti dello stesso colore dei suoi occhi, e mi dice: “ma che credi, inventamelo tu un metodo per assopire il dolore che funzioni meglio di un rosario”.

Ragione n. 3 – Diversità ed inclusione

Se il rap non riesce a colmare i miei sensi a lungo, il jazz lo fa. Pochi piaceri sono più intensi del ricordo dell’Anchor Bar di Buffalo, NY all’inizio degli anni ’80. Ci andavo di venerdì per ascoltare band e soliste nere dalle voci vibranti, ma di sottecchi spiavo anche l’avvenente cameriera bianca che riportava a casa con le mance almeno quanto i cantanti guadagnavano con la voce. Chi aveva davvero più potere?  Mi pongo la stessa domanda ora, quando nella chiesa cattolica frequentata da mia figlia a Washington, DC il prete – bianco in tunica bianca – sembra tremendamente a suo agio circondato da schiere di collaboratrici di pelle nera, che fanno gli onori di casa quasi ignorandolo. Se solo i bianchi accettassero più spesso di collocarsi in ruoli subordinati alle persone di colore… 

A Washington, DC le commesse e i commessi nei negozi sono quasi tutti di colore e anche nel quartiere di mia figlia sono più spesso afroamericani i passanti e vicini di casa che incontro. Mi salutano affabilmente con parole che mi fanno persino arrossire:

How are you doing today young lady?

I am doing well, thank you. And what about yourself? 

I feel blessed. 

Anche io mi ritengo fortunata ad essere riconosciuta e apostrofata così per strada, da qualcuno che non ho mai visto prima e che probabilmente non vedrò mai più. Mi chiedo: ma un saluto così si improvvisa o è frutto di una consapevole pratica di buon vicinato, pillole di gentilezza da spendere senza che ci costino nulla?

Propendo per la seconda ipotesi quando la commessa del Safeway mi fa i complimenti per l’accento con cui parlo inglese. Ovviamente, lei non sa che l’accento è un diretto prodotto del consiglio di una sua sorella femminista che molti anni fa mi persuase a non cercare di togliermelo per omologarmi. 

Your accent is so relaxing and soothing

Io la guardo allibita, poi guardo il pacchetto di the che ho tra le mani, alla camomilla e lavanda. E capisco. Si tratta di un’inferenza dal contesto a un elemento del contesto che l’inglese riesce ad esprimere molto bene. Una persona che beve lavanda e camomilla è rilassata, quindi il suo tono di voce è rilassato; quindi, il suo accento straniero è rilassante.  Ma che bello, molto di più di quello che oserei mai chiedere all’italiano. 

Ragione n. 4 - I gerundivi

Cristallizzando in un soggetto durevole la fuggevolezza del momento, l’inglese forma nomi da verbi con una facilità impressionante. Sospetto sia questo il motivo della popolarità di una lingua che era coloniale, ma ora si propone come linguaggio filosofico e politicamente corretto. Prendiamo il caso dell’onnipresente “stakeholder” tradotto in italiano come “portatore d’interesse”.  Ma l’interesse si porta? O si ha? Una volta che il termine è stato introdotto, diventa difficile disfarlo o rifiutarlo. 

 Senza l’uso dei gerundi come soggetto nelle frasi l’inglese non avrebbe scalzato il tedesco come linguaggio della filosofia. Being and Time per me suona meglio di “Be and Timema anche meglio di Sein und Zeit, soprattutto se riteniamo che con quel titolo Heidegger volesse esprimere la durata, il perdurare dell’essere nel tempo. Un altro esempio di gerundio per me importante è Carrying forward, un termine introdotto da Eugene Gendlin che io ho cominciato a interpretare come sinonimo di “evoluzione”. Per molti anni l’ho semplicemente pensato come dato dalla crasi tra carry on e spring forward. La vita fa entrambe le cose. La prima nei momenti di stabilità dove è sufficiente tenersi aggrappati al bagaglio della tradizione. La seconda nei momenti del salto nel buio. E per chi come me ha letto S.J. Gould, con la sua teoria dell’evoluzione per equilibri punteggiati, diventa chiaro che è l’evoluzione di cui stiamo parlando. Ma nel mio favoloso American Heritage Dictionary (che ha l’appendice sulle radici indoeuropee) trovo anche l’uso contabile dell’espressione, il riporto di una somma a una nuova colonna una volta terminata quella precedente. Portare il peso della tradizione con lunghi salti in avanti, a nuovi contesti, potrebbe dare un’idea, ma che fatica! 

Ragione n. 5 – Critica del linguaggio performativo. (E’ l’entanglement, bellezza! It’s the entanglement, beauty!)

E che dire dell’impossibilità di distinguere se una parola è un verbo o un nome che sta a fondamento delle neo-filosofie dell’entanglement? I filosofi post-umanisti come Karen Barad hanno creato la loro fortuna su frasi come meaning matters che operano su una singolare coincidenza. In inglese, le parole per “materia” e una delle parole principali per “significato” (import) possono essere indifferentemente usate come soggetto di una frase e come verbo. In altre parole, matter matters e import imports sono enunciati soggetto-predicato “atomici”, che servono a costruire nella mente di chi li legge l’equivalenza tra materia e significato tramite quello che io chiamo “scivolone metafisico”. Basta sostituire meaning a import e matters a imports nella seconda frase. Certamente, l’inglese non è l’unico linguaggio che può costruire enunciati atomici come semanticamente necessari e con questo trasformare banalità ai limiti del non-senso in enunciati che hanno l’apparenza di profonde verità. In tedesco ci aveva già provato Heidegger nel 1929 con il suo Das Nichts selbst nichtet incontrando la fiera opposizione di Carnap e possibilmente un’opposizione meno feroce da parte di Wittgenstein, che concludeva il Tractatus invocando la categoria dell’unsinnig per le sue stesse proposizioni. Questi tentativi fanno vacillare l’idea che ci possa essere un linguaggio in grado di liberarci dai fardelli della metafisica, proprio perché costruiscono l’insensato fin dentro gli enunciati atomici, considerati i più affidabili da Russell.A distanza di anni, l’ingresso del “performativo” in filosofia, a scapito del pensiero critico, non può che costituire una regressione. Far crollare l’edificio del logicismo è un conto – ed è quello che secondo me voleva fare Heidegger con un “nulla” che è proprio nulla in confronto al nazismo e alla bomba atomica, i temi affrontati da Barad. Far passare per universale, costitutivo del significato, quello che si costituisce o non si costituisce attraverso la fisica quantistica è però un altro paio di maniche. Tanto più se quest’altro paio di maniche si afferma in inglese, che è il linguaggio che poi si vorrebbe anche “decolonizzare”. Senza contare che l’entanglement come correlazione debole tra due particelle non ha nulla a che vedere con la spregiudicata equivalenza tra significato e materia. E infine, anche il double slit experiment profusamente discusso da Barad non ha molto a che vedere né con l’entanglement come correlazione debole tra due particelle, né con l’entanglement come inteso dai post-umanisti, ossia come triplice alleanza tra ontologia, epistemologia e etica. Se volessimo essere fedeli a quello che l’esperimento rivela dovremmo dire: measuring meaning matters, while free meaning waves, dal momento che la materia luminosa o interferisce con se stessa come onda o interferisce con uno qualsiasi dei nostri strumenti come particella. 

Ragione n. 6 - Leggere Calvino attraverso Joanna Macy

Recentemente, leggendo l’autrice californiana Joanna Macy per proporre alcune sue pratiche all’interno di Miniature di evoluzione, il mio percorso di apprendimento trasformativo, mi sono imbattuta in una lunghissima citazione da Tutto in un punto, una de Le cosmicomiche di Italo Calvino. 

Ne è scaturita una potente abduzione: un'esperienza in cui una nuova ipotesi viene generata dall'accostamento di autori o pratiche appartenenti a milieu culturali così distanti da collidere, sprigionando scintille di senso. Francamente, non mi attendevo che il pensiero di Macy, noto per aver fatto dialogare la prospettiva sistemica occidentale con la tradizione buddista, riuscisse a sopportare la scanzonata visione di Calvino sull’origine del mondo da un gesto di far spazio alla preparazione di tagliatelle.  Macy attua due cambiamenti al testo. Da una parte, attribuisce alla cuoca putativa il nome di “Signora Pavacini” per rendere pronunciabile il Ph(i)Nko di Calvino, dimostrando che l’aspetto didattico per l’autrice californiana sopravanza su quello artistico, che punta a strappare un sorriso nell’accoppiamento tra nomi di persona e formule chimiche. Dall’altra, crea una coda al testo chiudendolo con la rasa-lila, la danza indiana “dove ognuna delle pastorelle che desiderava Krishna lo trova magicamente al suo fianco, suo partner nella danza”. Adoro questo fare il verso a Calvino, coniugando al femminile l’erotismo maschile.  Adoro anche il modo in cui Joanna Macy ci ricorda il contributo carnale che un buon piatto di pastasciutta sa dare alla causa di amare il mondo come si ama un amante. 

Ragione n. 7 – L’abduzione

Dalla lettura di Macy e Calvino è scaturita una potente abduzione: un'esperienza in cui una nuova ipotesi viene generata dall'accostamento di autori o pratiche appartenenti a milieu culturali così distanti da collidere, sprigionando scintille di senso. Infatti, da mesi mi interrogo: quali sono le condizioni per cui un conglomerato di elementi chimici diventa cibo per un altro conglomerato di elementi chimici molto simile al primo che però lo inghiotte? Se siamo quello che mangiamo, come si è prodotta l’asimmetria tra nutriente e nutrito? 

Dalle parole di Calvino messe in bocca alla Sig.ra Pallavicini- Qx emerge per me l’inferenza “Il cibo non ha bisogno di spazio solo per essere preparato, ma anche per essere riconosciuto!” e l’ulteriore intuizione: “gli elementi chimici che diventano corpo devono essere passati attraverso il processo di liberarsi dai veleni che li circondavano, mentre quelli che “rimangono cibo” non hanno fatto questa esperienza!”.si stabilisce quindi una sequenza evolutiva:Corpo circondato dal veleno, corpo liberato dal veleno, corpo in grado di riconoscere cibo, corpo in grado di riconoscere il cibo in base a geni deputati al riconoscimento dei veleni.” La chemiotassi batterica segue una sequenza precisa: l'attivazione dei recettori avvia la trasduzione di un segnale chimico che si traduce in una risposta motoria, ovvero nel nuoto direzionale guidato dai flagelli. Se a questo aggiungiamo che alcuni super-batteri, grazie ai plasmidi di resistenza, sanno riconoscere i veleni e condividere questa capacità sia per via ereditaria sia con altri individui, emerge un dato sorprendente: l'incredibile intelligenza finalizzata alla vita di organismi privi di cervello, reti neurali o sinapsi. L’esistenza di quello che Bateson chiamava “apprendimento del contesto” ad opera dei superbatteri, getta anche nuova luce sulla tripartizione dell’anima in Aristotele: l’anima nutritiva essendo alla base dell’anima sensoriale e dell’anima cognitiva è più fondamentale di queste e il percorso di ascesa dell’intelletto verso le idee è anche un percorso di allontanamento dalla capacità di nutrimento.  Questo pensiero è espresso efficacemente da Anastassia Makarieva, scienziata della biosfera, che nel suo Substack del 14 marzo 2026 si interroga su quali condizioni di vita stabile possano evitare il collasso della specie. Partendo dal concetto di “regolazione biotica” Makarieva parte dalla constatazione che uno sviluppo spontaneo basato sulla selezione naturale senza limitazioni strutturali porterebbe a un superorganismo senza rivali esterni con cui competere. “Quando un ente diventa più grande declina il rapporto tra superficie e volume in modo tale che solo una cellula su 10000 è in contatto con il mondo esterno. In un sistema grande fatto di correlazioni interne la maggior parte delle risorse viene impiegata per mantenere stabilità interna piuttosto che in interazioni con l’ambiente. Una volta che il nucleo che prende decisioni si distacca dall’ambiente e si rinchiude nel comfort dato dall’omeostasi interna può generare decisioni che non hanno validità dal punto ambientale e che spingono il sistema verso il degrado. Il cervello umano ne è un esempio. Può generare sensazioni di benessere e passività anche se all’esterno vigono condizioni che minacciano la vita.”  

Ragione n. 7 – Arrivare a conclusioni valide in qualsiasi lingua

Possiamo ora capire come mai negli esseri umani il riconoscimento del cibo e la distinzione tra cibo e veleno sia non solo sottratta alla trasmissione genetica ma assoggettata a rituali culturali di persuasione. In una comunicazione personale ricca di suggestioni letterarie, Francesco Varanini ha stabilito una connessione per me totalmente nuova, la relazione tra la “credenza”, il mobile nelle nostre sale da pranzo e il “gesto di credenza” che si fa davanti all’ospite per convincerla che il cibo della nostra mensa non è avvelenato. I potenti di tutte le corti hanno a disposizione le vite degli “assaggiatori”, altri esseri umani disposti a sacrificare la loro per rivelare la presenza di veleni. Quotidianamente, tuttavia, ingeriamo cibo carico di micro e nanoplastiche senza battere ciglio.  Accorciare di qualche mese l'aspettativa di vita ci sembra ormai un prezzo accettabile, pur di non rinunciare al nostro folle modello di sviluppo.  E questa normalizzazione del lento avvelenamento di massa è possibile solo perché la produzione di cibo industriale ha reciso il legame tra sacro e cibo. È sacro l’ospite perché siamo disposti a sacrificarci per lei. È sacro il pane perché produrlo è costato sacrificio. È sacra la vita perché implica il sacrificio dei nostri antenati. Nel mondo occidentale questa verità è particolarmente difficile da recepire. Imbaldanziti dalla hubris di avere una mente capace di linguaggio, copriamo di artefatti l’imperizia di non saperla usare per ciò che più conta. Liberarci dai veleni e così fare spazio per il riconoscimento e la preparazione di cibo è uno dei compiti più urgenti della crisi di civiltà che ci attanaglia.




Pubblicato il 05 agosto 2026

Maria Emanuela Galanti

Maria Emanuela Galanti / Organic Philosophy for sustainability and wise climate action