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Alcune delle distopie più note, nel mondo della letteratura e del cinema, erano ambientate in un futuro che i loro autori avrebbero potuto conoscere, ma non è stato così.

George Orwell avrebbe avuto 81 anni nel suo “1984”, ma se ne è andato nel 1950, due anni dopo aver scritto il celebre romanzo.
Philip Dick scrive nel 1968 “Il cacciatore d’androidi”, da cui è stato tratto il film “Blade Runner”, lo ambienta nel 1992, ma muore dieci anni prima.
Fritz Lang era invece sicuramente certo di non sopravvivere al futuro immaginato per il suo celeberrimo “Metropolis”, che aveva scelto di ambientare a cento anni esatti dalla scrittura della sceneggiatura. Questo, tuttavia, non vale per noi, anche se di quel 2026 abbiamo visto, per ora, solo sette giorni…


I primi veicoli a motore che solcarono le strade di Londra vennero accolti come una benedizione. Oltre a muoversi più velocemente delle vecchie carrozze, avrebbero presto contribuito a eliminare l’enorme quantità di letame che i cavalli rilasciavano sulle strade. Che dire? Era nato un mezzo pulito! 

Volgendo lo sguardo al passato è facile cogliere l’ingenuità e la superficialità di tante nostre affermazioni, eppure, per quanto parziale possa essere il nostro sguardo, non possiamo non interrogarci di fronte ai grandi mutamenti imposti dalla rivoluzione digitale. 

Il futuro, tuttavia, resta quantomai incerto. La velocità con cui ha preso piede l’intelligenza artificiale generativa è impressionante, gli strumenti che solo tre anni fa non esistevano oggi appaiono come indispensabili. Nessuno sembra essere in grado di fare previsioni, con un  certo livello di attendibilità, rispetto a quanto accadrà. Di fronte a ciò che per sua natura  non è calcolabile, può rivelarsi utile far riferimento a qualche analogia. Una, in particolare, mi sembra particolarmente feconda. Non ci condurrà in un punto preciso, ma può indicarci una traccia, una direzione per il nostro pensiero. 

Il 9 dicembre del 2020, la rivista Nature ha pubblicato una ricerca, rilanciata da molti quotidiani, con il titolo: “Le cose create dall’uomo superano tutta la vita sulla Terra”. Lo studio spiega come la totalità delle opere costruite dall’uomo, strade, dighe, edifici, ecc. abbia superato nel 2020 l’intera biomassa. Per la precisione: 1.100 miliardi di tonnellate di materia costruita dall’uomo contro i 1.000 di massa vivente, l’insieme del regno vegetale e di quello animale dai batteri alle balene. Nel 1900, quando il regno vivente assommava a 1.900 miliardi di tonnellate, le cose costruite dall’uomo rappresentavano solo il 3% della biomassa totale del pianeta.  

Tutto questo riguarda la materia ed è accaduto in poco più di cento anni. Nel mondo dei bit le cose vanno più veloci. Secondo alcuni ricercatori sta per accadere la medesima cosa: i contenuti generati dalle A.I. supereranno entro poco quelli prodotti in modo tradizionale. Una enorme mole di contenuti destinati, fra l’altro, ad alimentare altri modelli di intelligenza artificiale. Un serpente che si morde la coda, come l’antico simbolo di Uroboro, effige del potere nell’infinito ciclo di creazione, distruzione e rinascita. Tutto generato nell’arco di pochissimi anni. 

Non è necessario, dunque, spingere troppo in là il nostro sguardo. Di fronte a tali sviluppi appaiono davvero superficiali affermazioni come “L’A.I. non è un problema, basta usarla bene”, oppure “Noi abbiamo il controllo, in fondo basta staccare la spina”. La natura di questi strumenti è molto complessa e il loro campo d’impiego molto vasto (lavoro, ricerca, difesa, ecc.), non dobbiamo tuttavia dimenticare che stanno diventando, se già non lo sono, il più importante media di riferimento, con un livello di pervasività infinitamente superiore ai mezzi del passato. Come e più di quanto accadeva con la televisione, non serve a nulla rinunciare al mezzo in questione se la rappresentazione del mondo, che s’impone come dominante, si forma attraverso il suo utilizzo di massa. Siamo animali sociali, non eremiti. Per cui (lo dico in primis a me stesso), chi dall’alto del suo spirito critico si sente immune da possibili contaminazioni, farebbe bene a ricordare le parole di Fabrizio De André: “per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti”. 

Poi certo, chi ha strumenti e spirito critico, ed è anche capace di organizzare saggiamente il proprio tempo, se la cava meglio. Ma non ci si salva mai da soli. La speranza, dal mio punto di vista, è affidata alla scuola, all’educazione, alla nascita di una nuova sensibilità (magari spinta dagli enormi danni ambientali collegati a questi strumenti) che faccia nascere progetti mirati a formare esseri adulti sempre più consapevoli. Ma sappiamo che tutto questo è molto difficile. Meglio sperare in un tracollo economico (ipotizzato per altro da non pochi specialisti) che tolga dalle mani di molti dei pazzi (non saprei come altro definirli) che detengono questo potere (i vari Elon Musk, Peter Thiel, ecc.) la possibilità di portare a termine i loro progetti. Alimenterebbe certo la peggior crisi economica mai vista, ma potrebbe, forse, generare l’insperata saggezza.


p.s.

Io non posso ascoltare troppo Wagner, lo sai, già sento l’impulso ad occupare la Polonia”, è una geniale battuta di Woody Allen in Misterioso omicidio a Manhattan (1993). Solo una battuta, appunto. Nello stesso modo, solo qualche anno fa, sarebbe stata accolta quella di un presidente degli Stati Uniti che avesse affermato di volersi prendere la Groenlandia. Mi chiedo se dobbiamo ridere o piangere. Qual è il confine del reale?   

“… non sarà un supremo dittatore a toglierci l’autonomia e la cultura, la gente sarà felice di essere oppressa e adorerà la tecnologia che libera dalla fatica di pensare. La cosa che affliggeva la gente del Mondo nuovo non era ridere anziché pensare, ma non sapere per cosa ridessero e perché avessero cessato di pensare”

Pubblicato il 07 gennaio 2026

Massimo Berlingozzi

Massimo Berlingozzi / Trainer, Coach and Partner - I&G Management

http://massimoberlingozzi.wordpress.com