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Da qualche tempo ho cambiato il medico di famiglia. La mia nuova dottoressa è molto più gentile della precedente, il suo studio si trova in centro e il personale è, di norma, molto attento e disponibile. Per poter parlare con lei devo prendere un appuntamento online attraverso il sito dello studio. Se ho bisogno di un colloquio generico, per un problema che non presenta caratteri di urgenza, l'appuntamento può essere fissato anche dopo quindici o venti giorni. Se invece si tratta di un problema acuto, la visita viene generalmente concessa nella stessa giornata. Il sito, però, specifica che questo tipo di appuntamento ha una durata di dieci minuti.

Quando arrivo nello studio, la dottoressa si muove continuamente tra due o tre stanze adibite alle visite. Mentre esce dalla prima per raggiungere la seconda, dove un altro paziente la sta già aspettando, il personale fa entrare nella stanza appena lasciata il paziente successivo. In questo modo, ogni dieci minuti, una persona dovrebbe riuscire a raccontare i propri sintomi, spiegare il problema, rispondere alle domande della dottoressa, ricevere una diagnosi, quando possibile, e magari anche una terapia.

Ora, il mio tedesco va molto bene per la quotidianità. Riesco anche a parlare con il medico senza particolari difficoltà, ma mi domando cosa succederebbe se avessi un problema serio, qualcosa che richiedesse una descrizione accurata dei sintomi, una spiegazione più complessa della mia storia clinica o semplicemente un po' di tempo per trovare le parole giuste o ricevere la giusta empatia per il mio disagio. In una situazione del genere, probabilmente, dieci minuti non mi basterebbero nemmeno per spiegare quello che sento.

Mi chiedo se dieci minuti bastino a chiunque, a prescindere dal livello di conoscenza della lingua del luogo, perché quando si sta male, quando si ha paura di avere qualcosa di grave, quando si entra nello studio di un medico con il bisogno di essere ascoltati, il tempo assume un significato completamente diverso.

In Italia siamo ormai abituati a sentir parlare di esami diagnostici per i quali bisogna aspettare anche sei mesi. Da qualche tempo, per determinate prestazioni, attese molto lunghe si registrano anche in Germania, nel frattempo, la carenza di personale medico e infermieristico continua a rappresentare un problema enorme e non sembra esserci, almeno nell'immediato, una soluzione capace di rispondere adeguatamente alle necessità della popolazione.

Eppure, mentre ci viene raccontato che mancano medici, le università tedesche continuano ad applicare criteri di accesso estremamente selettivi. I posti disponibili per studiare medicina sono limitati e ogni semestre moltissimi ragazzi, pur avendo sostenuto prove di ammissione e dimostrato la volontà di intraprendere questa professione, si ritrovano esclusi. Nella selezione pesano anche i voti conseguiti alla scuola superiore, insieme ad altri criteri e test di valutazione.

Si è così arrivati al paradosso di avere un Paese che lamenta una carenza di medici e, contemporaneamente, un esercito di giovani che vorrebbero studiare medicina e che non possono farlo perché non ci sono abbastanza posti o perché i loro risultati scolastici non consentono loro di raggiungere una posizione utile in graduatoria.

Naturalmente, ampliare l'accesso a medicina richiederebbe investimenti nelle università, nelle trutture, nei laboratori e nella formazione clinica, ma è proprio questo il punto: perché questi investimenti continuano a essere insufficienti rispetto alle necessità?

A sentire parlare della severità della selezione universitaria tedesca, sembrerebbe che tutti i migliori medici del Paese abbiano terminato la scuola superiore con una media dell'1,0, cioè con il massimo dei voti e che, proprio grazie a questa selezione, quando si entra nello studio di unmedico in Germania si abbia la certezza di trovarsi davanti a un professorone di stirpe, uno di quelli che riconoscono immediatamente qualsiasi malattia e prescrivono la cura capace di rimetterti in piedi in un battibaleno.

Nella realtà le cose sono molto diverse. La severità della selezione universitaria non garantisce affatto che un medico sia preparato, che sappia riconoscere una malattia o, cosa altrettanto importante, che sia capace di ascoltare il proprio paziente. La qualità delle prestazioni mediche può essere molto deludente e capita anche di incontrare professionisti che faticano a riconoscere determinate patologie o che chiedono al paziente di portare informazioni stampate da Google sulla malattia di cui soffre.

Allora mi domando quale sia il senso di una selezione tanto rigida se poi, nella pratica, il sistema non riesce sempre a garantire una qualità dell'assistenza adeguata alle aspettative che esso stesso alimenta.

La questione della sanità, però, è emblematica di un problema molto più grande.La sanità, la scuola, la sicurezza, la casa e persino l'alimentazione riguardano necessità fondamentali dell'essere umano. Nessuno può decidere di fare a meno del medico quando sta male, di mandare i figli a scuola o di comprare il pane. Sono bisogni che accompagnano la nostra esistenza e dai quali dipendono la qualità della vita e, in molti casi, la possibilità stessa di vivere dignitosamente. Eppure, proprio questi settori sono continuamente sottoposti a restrizioni finanziarie, tagli, riorganizzazioni e politiche di contenimento della spesa decise dai governi che sisono succeduti negli ultimi decenni. Ci viene spiegato che le risorse sono limitate, che bisogna razionalizzare, che dobbiamo fare sacrifici, che la sostenibilità dei conti pubblici richiede scelte difficili.

Ma quanto ancora dobbiamo sacrificare? Non capisco davvero cosa debba succedere perché i governi europei comprendano che la misura è colma.

Le proteste attraversano l'Italia, la Germania, la Francia, la Spagna, il Portogallo e molti altri Paesi europei. Le persone sono stanche di pagare tasse e contributi senza vedere adeguatamente tutelati i propri diritti alla salute, all'istruzione e alla casa. Sono stanche di sentirsi ripetere che bisogna avere pazienza mentre la qualità dei servizi pubblici peggiora e il costo della vita continua ad aumentare.

La questione abitativa, poi, meriterebbe una discussione a parte.

A Berlino, nelle elezioni del settembre 2026, Die Linke è diventata il primo partito, dopo aver fatto della lotta alla speculazione immobiliare e della possibilità di sottrarre al mercato i grandi patrimoni residenziali uno dei temi centrali della propria battaglia politica.

Parliamo di una città nella quale migliaia di persone faticano a trovare una casa a prezzi accessibili, mentre grandi gruppi immobiliari, come Vonovia e Deutsche Wohnen, possiedono enormi quantità di abitazioni.

Il tema della socializzazione di questi patrimoni è da tempo al centro del dibattito politico berlinese, e mentre una parte della popolazione chiede che le abitazioni dei grandi gruppi possano essere trasferite a forme di proprietà collettiva e affittate a prezzi socialmente sostenibili, il governo

federale guidato dalla CDU sta discutendo un intervento legislativo volto a limitare questa possibilità.

Mi chiedo quale sia, in tutto questo, la priorità politica: garantire alle persone un'abitazione dignitosa oppure proteggere gli interessi economici dei grandi proprietari immobiliari?In Germania ci sono lavoratori che spendono una parte enorme del proprio stipendio per pagare l'affitto. Per alcune famiglie la spesa per la casa arriva a divorare più della metà del reddito e, in certe situazioni, anche quote superiori a cui bisogna aggiungere le utenze, il riscaldamento, i trasporti e tutto ciò che serve per vivere.

E poi bisogna mangiare!

Il costo della vita è diventato così alto che i discount sono pieni di persone alla ricerca di prodotti che consentano loro di arrivare alla fine del mese. Per molte famiglie la scelta degli alimenti dipende sempre più dal prezzo, con il rischio di orientarsi anche verso prodotti ultra processati, spesso pubblicizzati e confezionati in modo da risultare particolarmente appetibili.

Questo aspetto dovrebbe farci riflettere, perché un'alimentazione di scarsa qualità può contribuire, nel tempo, allo sviluppo di patologie croniche, con conseguenze sulla salute delle persone e sulla domanda di prestazioni sanitarie.

Si crea così un circolo vizioso: il costo della vita aumenta, le famiglie cercano di risparmiare anchesull'alimentazione, le condizioni di salute rischiano di peggiorare e il sistema sanitario, già in difficoltà, deve affrontare bisogni sempre maggiori.

Intanto continuiamo a discutere di riduzione dei costi, contenimento della spesa sanitaria, razionalizzazione dei servizi e disponibilità dei posti letto. Ma come si può ragionare seriamente

sulla sostenibilità della sanità senza affrontare le condizioni economiche e sociali che contribuiscono a determinare lo stato di salute della popolazione?

Ieri, 31 ottobre, in Germania si sono svolte le manifestazioni promosse dalla cosiddetta Gen Z.

Una mobilitazione che, naturalmente, non riguardava soltanto i ragazzi di quella generazione, perché in piazza c'erano anche persone più anziane, compresi i Boomer come me.

Già dal giorno precedente, nelle vie dello shopping di lusso di alcune grandi città tedesche, numerosi negozi avevano cominciato a proteggere le proprie vetrine con pannelli di legno.

Le strade sulle quali campeggiano insegne come Dior, Dolce & Gabbana, Saint Laurent e quelle di tanti altri marchi del lusso si sono ritrovate, improvvisamente, a fare i conti con la paura delle manifestazioni popolari.

Una scena che, a mio avviso, racconta molto bene le contraddizioni del nostro tempo.

I grandi marchi del lusso, simboli di un'economia capace di produrre profitti enormi, si preparano a difendere le proprie vetrine mentre nelle strade si manifesta contro l'aumento del costo della vita, la precarietà e la progressiva riduzione delle possibilità economiche delle nuove generazioni.

Viene da chiedersi quanto di quella ricchezza dipenda da filiere produttive nelle quali il lavoro viene pagato pochissimo, da popolazioni che vivono in condizioni economiche difficilissime e da sistemi nei quali lo sfruttamento, anche quello minorile, continua a trovare spazio.

Borse e accessori venduti a prezzi enormemente superiori ai costi di produzione diventano oggetti del desiderio, simboli di appartenenza e di prestigio sociale. Dall'altra parte ci sono persone che lavorano tutto il mese e devono decidere se pagare l'affitto o riempire il frigorifero.

cosa deve succedere perché qualcuno comprenda che basta così

Quindi, ancora una volta, cosa deve succedere perché qualcuno comprenda che basta così. Come è possibile accettare che esistano persone capaci di spendere 150.000 euro per una borsa mentre altre, magari a pochi chilometri di distanza, non riescono a permettersi una casa o devono rinunciare a curarsi? Quale idea di società può giustificare una distanza simile tra le condizioni di vita degli esseri umani?

La misura è colma.

E continuo a non capire perché, davanti alle proteste dei giovani, una parte del dibattito pubblico si concentri ossessivamente sulle vetrine spaccate, sui danni materiali e sui disordini, piuttosto che provare a comprendere il messaggio che quelle manifestazioni portano con sé.

Una vetrina rotta può essere sostituita, ma che cosa facciamo con una generazione che non riesce a immaginare il proprio futuro?

Che cosa facciamo con ragazzi ai quali chiediamo di studiare, lavorare, essere produttivi, accettare contratti precari, pagare affitti insostenibili e magari prepararsi anche a una guerra che non vogliono?

Continuiamo a parlare delle vetrine, perché parlare delle ragioni della protesta significherebbe mettere in discussione un sistema che molti continuano ostinatamente a difendere.

Per quanto mi riguarda, il capitalismo liberale ha fallito, e il suo fallimento è sotto gli occhi di tutti, nelle disuguaglianze che attraversano le nostre società e nelle piazze che si riempiono di persone esasperate.

I ragazzi non vogliono la guerra: vogliono studiare, lavorare, costruire relazioni, avere una casa, immaginare una famiglia, poter decidere che cosa fare della propria esistenza. Vogliono avere davanti a sé un futuro che non sia fatto soltanto di sacrifici e rinunce, e invece i governi continuano a investire somme enormi negli armamenti, a sostenere politiche di riarmo e a partecipare adinamiche internazionali nelle quali la difesa degli interessi economici e degli equilibri di potere pesa spesso più della vita delle persone.

Nel frattempo ci viene raccontato che le difficoltà economiche, la povertà e la precarietà dipendono soprattutto dalla nostra incapacità di adattarci. Se non trovi lavoro, evidentemente non sei abbastanza preparato. Se non riesci a pagare l'affitto, forse hai scelto una casa troppo costosa. Se non arrivi alla fine del mese, probabilmente non sai amministrare il denaro. Se il tuo stipendio non aumenta, devi diventare più produttivo. La responsabilità, alla fine, è sempre nostra!

Provate a entrare in una qualunque azienda moderna e ad ascoltare le parole che vengono ripetute continuamente: responsabilità, flessibilità, produttività, adattamento, capacità di lavorare sotto pressione. Sono diventate parole d'ordine di un modello economico che pretende dall'individuo una disponibilità continua a modificare se stesso in funzione delle necessità dell'impresa.

Una parte della psicologia applicata al mondo aziendale viene utilizzata proprio per studiare come rendere i lavoratori più produttivi, come aumentarne la motivazione, come favorirne l'adattamento ai cambiamenti organizzativi e come ottenere prestazioni migliori. Ma quante volte ci si domanda se siano le condizioni di lavoro a dover cambiare?

Perché dobbiamo essere sempre noi ad adattarci a un ambiente che ci chiede continuamente di fare di più, di essere più veloci, più disponibili, più efficienti?

Anche il consumo è organizzato secondo logiche che cercano di orientare i nostri comportamenti. Nei supermercati la disposizione dei prodotti, l'illuminazione, il confezionamento e persino il percorso che dobbiamo compiere tra gli scaffali vengono studiati per influenzare le nostre scelte e aumentare le vendite. Ci fanno apparire gli alimenti più appetitosi, ci inducono a comprare prodotti dei quali magari non abbiamo bisogno e,intanto, la questione della qualità di ciò che mangiamo e delle condizioni in cui viene prodotto passa spesso in secondo piano.

Penso anche, tra i tanti, a territori come la Terra dei Fuochi, in Campania, dove il problema dell'inquinamento ambientale e delle sue conseguenze sulla salute dovrebbe ricordarci quanto siaimportante controllare l'intera filiera alimentare, a partire dalla terra sulla quale vengono coltivati i prodotti. Ma tutto questo sembra diventare secondario rispetto alla necessità di vendere, produrre,consumare e mantenere in movimento un sistema economico che non può permettersi di rallentare.

Marx aveva già individuato molte delle contraddizioni fondamentali del capitalismo e, a distanza di oltre un secolo, alcune delle sue analisi continuano a essere di un'attualità impressionante. Penso anche al lavoro dell'antropologo Carlo Capello, “Ai margini del lavoro. Un'antropologia della disoccupazione a Torino” , una ricerca condotta tra i disoccupati torinesi. Capello mostra come ladisoccupazione, oltre a privare le persone del reddito e del riconoscimento sociale, finisca spesso per trasformarsi in una colpa individuale. Le persone che perdono il lavoro vengonoprogressivamente indotte a interpretare la propria condizione come il risultato di un fallimento personale. Ed è proprio questo uno degli aspetti che trovo più inquietanti del capitalismo contemporaneo: la sua capacità di convincere chi subisce le conseguenze del sistema economico. di esserne anche il responsabile.

Se non lavori, la colpa è tua, se non riesci a trovare un'occupazione devi migliorare il tuo curriculum, imparare a presentarti meglio, acquisire nuove competenze, cambiare atteggiamento.

Capello, nelle sue ricerche, si occupa anche dei servizi e dei corsi destinati alla ricerca attiva del lavoro, mostrando come questi percorsi possano diventare strumenti attraverso i quali le persone disoccupate vengono orientate a modificare la propria identità e il modo di presentarsi sul mercato.

Si insegna loro a costruire un'immagine di sé capace di attirare l'interesse delle aziende, a valorizzare le proprie competenze, a imparare a vendersi.

A vendersi, è questa la parola che trovo più impressionante.L'essere umano viene progressivamente trasformato in un prodotto da presentare sul mercato, qualcosa che deve rendersi interessante, competitivo, desiderabile e, possibilmente, più conveniente di un altro essere umano, a me sembra uno scempio incredibile.

Anziché domandarci perché un sistema economico non riesca a garantire un'occupazione dignitosa a tutti coloro che vorrebbero lavorare, chiediamo ai disoccupati di trasformarsi in prodotti migliori; invece di discutere le condizioni che producono precarietà e disoccupazione, interveniamo sulle persone affinché imparino ad accettarle e a muoversi al loro interno.

Questa logica finisce anche per alimentare quella lotta tra poveri che i governi populisti utilizzano da tempo come strumento di consenso politico: se non trovi lavoro, la colpa diventa del migrante che te lo avrebbe portato via; se i servizi pubblici non funzionano, la responsabilità sarebbe dei governi che spendono denaro per accogliere gli stranieri; se non riesci ad arrivare alla fine delmese, qualcuno ti spiegherà che il problema sono le persone che ricevono sussidi senza lavorare.

Così chi è povero finisce per prendersela con chi è ancora più povero, mentre le cause economiche e politiche delle disuguaglianze vengono progressivamente allontanate dal dibattito pubblico. E intanto continuiamo a sentirci ripetere che dobbiamo rimboccarci le maniche, lavorare di più, essere flessibili e assumerci la responsabilità delle nostre vite.

Basta! Non ne posso più di questa continua colpevolizzazione delle persone.

Non ne posso più di un sistema che trova sempre risorse per sostenere determinati interessi economici e poi ci spiega che non ci sono abbastanza soldi per la sanità, per la scuola, per gli alloggi popolari o per pagare dignitosamente chi si prende cura degli altri.

Non riesco nemmeno a comprendere come abbiamo potuto arrivare a considerare normale che intorno a un campionato di calcio circolino cifre astronomiche, che alcuni calciatori guadagnino in un anno quanto migliaia di lavoratori non riusciranno a guadagnare in tutta la loro vita, mentre una persona malata può incontrare difficoltà enormi per ottenere un esame diagnostico, una terapia o un'assistenza adeguata.

Come possiamo accettare che un infermiere, una persona alla quale affidiamo la nostra vita nei momenti di maggiore fragilità, debba lavorare in condizioni difficilissime, con turni pesanti e retribuzioni spesso inadeguate alla responsabilità che porta sulle proprie spalle?

Come possiamo parlare di progresso, di crescita economica e di benessere mentre continuiamo a chiedere sacrifici proprio a coloro che garantiscono il funzionamento quotidiano delle nostre società?

Io voglio una sanità che funzioni, con medici che siano messi nelle condizioni di fare i medici, anziché essere costretti a dedicare una parte considerevole del loro tempo alla verifica delle prestazioni, alla compilazione di formulari e agli adempimenti amministrativi, sottraendolo all'ascolto e alla cura dei pazienti. Voglio medici preparati che abbiano il tempo di visitare,ascoltare e conoscere le persone che hanno davanti, con infermieri ben formati, rispettati e pagati dignitosamente.

Voglio scuole nelle quali i ragazzi possano studiare con insegnanti presenti, in edifici sicuri e con strumenti adeguati. Voglio università capaci di accogliere chi ha la volontà e le capacità di studiare, senza trasformare l'accesso alla formazione in una corsa a ostacoli dalla quale vengono esclusi migliaia di giovani.

Voglio che una persona possa lavorare senza dover rinunciare alla propria salute, che una famiglia possa permettersi una casa senza destinare gran parte del proprio reddito all'affitto e che nessuno  debba scegliere tra mangiare e curarsi.

E voglio soprattutto che si smetta di considerare la dignità umana una variabile dipendente dai risultati economici. Non mi importa delle vetrine spaccate quanto mi importa delle vite che questo sistema continua a rendere sempre più difficili. Mi interessa molto di più capire perché migliaia di ragazzi sentano il bisogno di scendere in piazza, perché tante famiglie non riescano più a sostenere il costo della vita e perché persone che hanno lavorato per decenni debbano vivere con la paura di ammalarsi, perdere il lavoro o non riuscire a pagare l'affitto.

Vorrei che i governi europei cominciassero finalmente ad ascoltare queste persone, anziché continuare a trattare le loro richieste come un problema di ordine pubblico o come un ostacolo alla crescita economica. Voglio un sistema più equo, più giusto, più solidale. Un sistema nel quale il diritto alla salute, all'istruzione, alla casa e a una vita dignitosa abbia finalmente la precedenza sugli interessi economici di pochi, perché siamo arrivati a un punto nel quale persino chiedere queste cose sembra diventato un atto di ribellione.

E io credo che sia arrivato il momento di ribellarsi.

Pubblicato il 01 novembre 2026