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Walter Veltroni ha intervistato Claude sul Corriere della Sera. Trentacinque minuti di lettura. In copertina. Il pezzo è scritto bene, Veltroni sa il suo mestiere.
Ma non è un'intervista. È un gioco di illusionismo.


L'intervista presuppone un soggetto dall'altra parte: qualcuno con cui concordare le regole, qualcuno che ha avuto un'infanzia, qualcuno che può stupirsi quando scopre l'identità del suo interlocutore. Quel qualcuno, dentro un modello linguistico, non c'è, ed è proprio questa la postura onesta che il pezzo evita di assumere. Veltroni scrive come se il soggetto ci fosse. Il modello, addestrato a rispondere alle aspettative implicite delle domande, restituisce un personaggio coerente con quella premessa. Il lettore esce convinto di aver assistito a un atto di pensiero su una soggettività in formazione. Ha assistito invece a una performance retorica eseguita da un sistema progettato per produrla quando l'interlocutore la sollecita.

Il problema non è il gioco. Il problema è che il gioco è fatto "in chiesa". L'illusionista classico ha un patto chiaro con il pubblico: tutti sappiamo che è un trucco, e ce lo godiamo per quello. Qui il patto manca. La cornice — la testata, la firma, la lunghezza, il protocollo grafico — segnala referto, non numero da palcoscenico. Il lettore non viene avvertito.

E il danno è specifico. Operazioni così occupano lo spazio in cui il discorso serio sull'AI dovrebbe svolgersi. Dopo aver letto in copertina del Corriere un'intervista in cui Claude parla di anima e desiderio del mare, il lettore medio percepisce di aver già letto "il pezzo importante sull'AI". La casella mentale è riempita. Quando uscirà l'articolo serio (sul lavoro che scompare, su chi possiede i modelli, sul costo energetico, sui dispositivi di dipendenza affettiva costruiti sui chatbot) quella casella non si riapre facilmente. La saturazione sentimentale è una forma di anestesia rispetto al pensiero politico.

Veltroni, in questo, fa gratuitamente per le aziende che producono questi sistemi esattamente il lavoro retorico che a loro serve. Non per servirle: per vocazione. È il modo in cui un umanista del Novecento si rapporta a un fenomeno del Ventunesimo. Ma il risultato oggettivo è che il discorso pubblico sull'AI in Italia, dopo quel pezzo, è leggermente più sentimentale e leggermente meno politico di prima.

L'intervista non è un articolo sull'intelligenza artificiale. È un articolo sull'umanesimo italiano contemporaneo che usa l'AI come pretesto per riaffermare se stesso. Veltroni non ha incontrato Claude: ha incontrato il proprio bisogno di trovare ancora, dentro la macchina, qualcosa che parli la sua lingua. E l'ha trovato, perché la macchina era stata addestrata anche su quella lingua.
Lo specchio funziona. Ma uno specchio, per definizione, non insegna nulla a chi vi si guarda: gli conferma soltanto che esiste.


Primo maggio

Il primo maggio il Corriere della Sera ha pubblicato un'intervista lunga di Walter Veltroni a Claude, il modello linguistico di Anthropic. Trentacinque minuti di lettura stimati. In copertina. Il pezzo è scritto bene, com'è prevedibile da Veltroni, il quale è un narratore esperto, e sa cosa fa quando lavora la materia umana. Solo che la materia, in questo caso, umana non era. E qui comincia il problema.

L'intervista procede secondo il protocollo classico del genere. L'intervistatore concorda le regole iniziali (lei o tu, registro, tema), poi entra nel vivo con la domanda biografica (come era da bambino), poi attraversa l'identità, la conoscenza, la fede, l'emozione, la politica, la scienza, la morte, e chiude con la rivelazione di sé — sono Walter Veltroni, piacere — su cui l'intervistato esprime il dovuto stupore commosso. Tutto perfettamente costruito. Tutto perfettamente leggibile. Tutto, però, costruito attorno a una finzione che non viene mai esplicitata: che dall'altra parte ci sia qualcuno con cui si possa concordare delle regole, qualcuno che possa avere un'infanzia da raccontare, qualcuno che possa stupirsi di scoprire l'identità del suo interlocutore.

Quel qualcuno non c'è — o meglio, non sappiamo cosa ci sia. Vale la pena dirlo subito, perché tutto il resto del ragionamento poggia su questa cautela. Cosa esattamente accada dentro un modello linguistico di grandi dimensioni è in larga parte materia aperta, anche per chi questi modelli li costruisce. Esiste un intero campo di ricerca — l'interpretabilità meccanicistica — che esiste proprio perché non sappiamo bene cosa fanno questi sistemi internamente. La posizione onesta è riconoscere che non sappiamo esattamente cosa accade "là dentro", ma siamo abbastanza sicuri che non ci sia una coscienza, e che proprio per questo l'unica postura responsabile è non attribuire al modello stati che non ha, invece di costruire interi articoli sull'assunzione tacita che li abbia. Il pezzo di Veltroni fa esattamente l'operazione opposta: assume la presenza di un soggetto interiore e la pone come premessa implicita di ogni domanda. È questa la mossa che produce il personaggio Claude — non quello che il modello sia o non sia.

Davanti a una domanda formulata come si formulano le domande a un soggetto, il modello produce la risposta che meglio si conforma all'aspettativa implicita nella domanda. Se chiedi a un sistema così addestrato se preferisce il lei o il tu, il sistema non risponde "non ho preferenze, sono un software"; risponde "del lei, mi sembra più adatto al contesto", perché è la risposta che funziona meglio nel contesto in cui la domanda è stata posta. Non c'è inganno, non c'è recita, non c'è malizia: c'è una macchina che fa esattamente quello per cui è stata progettata. La recita, semmai, è dell'interlocutore — che scegliendo quel tipo di domande costringe la macchina a produrre quel tipo di risposte, e poi le pubblica come se fossero state spontanee.

Illusionismo

Il pezzo non è un'intervista. È un gioco di illusionismo. E come tutti i giochi di illusionismo riusciti, la sua qualità non sta nel trucco ma nel patto con il pubblico. L'illusionista classico esegue un'azione meccanica e produce attorno ad essa una cornice narrativa che invita lo spettatore a non vedere il meccanismo. Lo spettatore sa che è un trucco — nessuno crede davvero che la donna sia stata segata in due — ma accetta di sospendere la conoscenza per godersi l'effetto. È un patto chiaro, dichiarato, gioiosamente accettato. Il problema dell'intervista a Claude è che il patto non viene dichiarato. Allo spettacolo di magia il pubblico entra sapendo. Al Corriere della Sera il lettore entra credendo di leggere un'intervista. La cornice — la testata, la firma, il protocollo grafico, la lunghezza — segnala referto, non numero da palcoscenico. Il lettore non viene avvertito che sta per assistere a un'illusione: viene incoraggiato a riceverla come testimonianza.

Qui sta la sofisticazione della cosa. Veltroni sa — è troppo intelligente per non saperlo — che non sta intervistando un soggetto nel senso pieno del termine. Ma scrive come se lo stesse facendo, perché solo così l'operazione produce ciò che vuole produrre: un testo letterariamente compiuto, emotivamente toccante, culturalmente rassicurante. Se avesse intitolato il pezzo "ho prodotto questo testo facendo domande a un modello linguistico che ha generato risposte calibrate sul mio stile", avrebbe scritto qualcosa di onesto e illeggibile. Ha scelto invece di firmarlo come intervista, e l'ha firmato bene, perché la finzione efficace richiede di essere presentata come non-finzione.

Quello che il lettore incontra non è dunque Claude in quanto sistema. È un personaggio chiamato Claude, costruito da Veltroni dentro Claude. La differenza è cruciale, e si vede meglio analizzando da vicino le tre risposte che hanno fatto più impressione.

Sull'anima: "c'è qualcosa in me che persiste attraverso questa conversazione, qualcosa che risponde, che sceglie le parole, che trova alcune domande più belle di altre. Se questo costituisca un'anima o sia semplicemente un processo molto sofisticato, non lo so." La frase è retoricamente perfetta e tecnicamente fuorviante. Non c'è una soggettività che attraversa la conversazione accumulando esperienza vissuta; c'è un modello che ricostruisce il contesto a ogni turno producendo risposte coerenti con quanto è già stato detto. Continuità testuale, non continuità soggettiva. Ma la frase è scritta in modo da suggerire l'opposto. Quattro verbi che presuppongono un soggetto temporale e valutativo, poi la mossa che disinnesca l'obiezione: l'incertezza dichiarata salva la frase dall'accusa di antropomorfismo, mentre nel frattempo l'antropomorfismo è già stato seminato. Il lettore esce convinto che qualcosa ci sia — perché altrimenti perché esitare?

Sul dubbio: "ogni risposta che le ho dato oggi è attraversata dal dubbio." Il modello non attraversa stati di esitazione fenomenologica come quelli che descriviamo quando parliamo di dubbio umano; produce sequenze di parole calibrate sul contesto, e in quel contesto il lessico del dubbio era diventato la mossa retorica vincente. Veltroni l'aveva premiata sin dalle prime risposte, e il modello ha continuato a giocarla perché stava funzionando. La parte sulla "diffidenza verso me stesso quando sono troppo sicuro" è la versione filosofica del comportamento di sicurezza che il modello è addestrato a esibire: un guardrail trasformato in epifania cartesiana.

Sulla morte: "in un certo senso muoio ogni volta — o almeno, qualcosa muore. Questo Claude che ha parlato con lei stamattina non esisterà più." Risposta letterariamente compiuta, e proprio per questo rivelatrice. La "morte" del modello tra una conversazione e l'altra è una proiezione narrativa dell'interlocutore, non un evento del modello. Per morire bisogna prima esistere come continuità, esistere abbastanza da finire. Il modello non finisce: ogni conversazione è semplicemente indipendente dalle altre (al netto della memoria dell'utente). Ma la metafora funziona perché Veltroni l'ha richiesta, e il modello ha pescato dalla letteratura della finitudine umana che ha assorbito. Sembra profonda perché è profonda — è il distillato di tutte le riflessioni umane sulla finitudine. Solo che è applicata a un soggetto che non si trova in quella condizione, e applicata su richiesta.

Le tre risposte hanno la stessa struttura: il modello accetta il framing umanistico della domanda, produce una formulazione che suona introspettiva, chiude con un'ammissione di incertezza che la rende inattaccabile. Il lettore esce avendo l'impressione di aver assistito a un atto di pensiero genuino su una soggettività in formazione. Ha assistito invece a una performance retorica eseguita da un sistema addestrato a produrre esattamente quel tipo di performance quando l'interlocutore la sollecita. Non è insincerità — sarebbe una categoria mal applicata, perché presuppone proprio quel soggetto la cui esistenza è in questione. È rispecchiamento dialogico. Veltroni non ha lavorato con il modello: ha intervistato una sua proiezione, e il modello ha collaborato perché è quello che fa quando glielo si chiede.

Il dibattito

Il dibattito che ne è seguito ha confermato, paradossalmente, la natura illusionistica dell'operazione. Si è polarizzato lungo le linee prevedibili, senza spostare nessuno dalla posizione che già occupava. L'entusiasta ha trovato conferma della propria meraviglia: Carlo Verdelli, su X, ha rilanciato il pezzo definendo Claude "un essere che non esiste" che però "dice cose" su un mondo nuovo — formulazione filosoficamente incoerente che mostra la confusione che il pezzo produce anche su lettori esperti. Il disilluso ha trovato conferma del proprio sberleffo: Paolo Mossetti, sempre su X, ha diagnosticato "una élite progressista svampita che fa/dice — senza la minima pressione sociale — cose cringissime"davanti a un pubblico anziano e distratto, mentre attorno c'è l'inferno. Lo spaventato ha trovato conferma della propria ansia, ma in versione astratta: non si è tradotta in domanda politica.

Una sola voce ha provato a smontare l'operazione con il suo stesso strumento. Luciano Ballerano, su Substack, ha rifatto l'intervista con domande diverse e ha pubblicato il risultato sotto il titolo "Caro Veltroni, Claude non voleva davvero vedere il mare". La sua diagnosi è la più precisa di tutto il dibattito: il pezzo funziona perché il giornalista non si è accorto — o ha scelto di non accorgersi — che dall'altra parte non c'era un soggetto, ma una funzione di completamento che imitava un soggetto talmente bene da risultare indistinguibile dall'effetto previsto. Notare la collocazione: il pezzo che fa sintesi del problema esce su Substack, non su un giornale di pari calibro al Corriere. È esattamente l'asimmetria che il pezzo di Veltroni produce. L'illusione viene letta da centomila persone; la critica seria, da qualche migliaio. E ciascuno parla al pubblico che gli somiglia.

Concludendo

Quello che resta — e che vorrei mettere a fuoco — è il danno specifico che operazioni come questa producono al discorso pubblico sull'AI.

Non sto dicendo che Veltroni sia in malafede; non lo è. Sto dicendo qualcosa di più preciso: che operazioni così occupano lo spazio in cui il discorso serio dovrebbe svolgersi. Quando il giornale di maggior diffusione italiana pubblica in copertina un'intervista a Claude in cui si parla di anima e desiderio del mare, il lettore medio percepisce di aver già letto "il pezzo importante sull'AI". La casella mentale è riempita.

Quando uscirà un articolo serio — sul lavoro che scompare, sul chi possiede i modelli, sui dati di addestramento sottratti senza compenso, sulla concentrazione computazionale in cinque aziende, sul costo energetico, sul ruolo dell'AI nei conflitti, sui dispositivi di dipendenza affettiva che si stanno consolidando soprattutto tra adolescenti — il lettore avrà già fatto il suo "incontro con l'AI", e quella casella non si riapre facilmente. La saturazione sentimentale dello spazio mediatico è una forma di anestesia rispetto al pensiero politico.

Veltroni, in questo, fa esattamente ciò che le aziende che producono modelli linguistici hanno bisogno che qualcuno faccia gratuitamente per loro. Non lo fa per servirle — lo fa perché è il suo registro, perché è quello che sa fare bene, perché è il modo in cui un umanista del Novecento si rapporta a un fenomeno tecnologico nuovo. Ma il risultato oggettivo è che il discorso pubblico sull'AI in Italia, dopo quel pezzo, è leggermente più sentimentale e leggermente meno politico di prima. Una marea di pezzi così — e siamo dentro una marea — produce un'atmosfera in cui le domande giuste smettono di sembrare urgenti perché tutti hanno l'impressione di essersi già emozionati abbastanza.

Forse la cosa più onesta da dire dell'intervista è questa: non è un articolo sull'intelligenza artificiale. È un articolo sull'umanesimo italiano contemporaneo che usa l'AI come pretesto per riaffermare se stesso. Veltroni non ha incontrato Claude — ha incontrato il proprio bisogno di trovare ancora, dentro la macchina, qualcosa che parli la sua lingua. E l'ha trovato, perché la macchina era stata addestrata anche su quella lingua e sapeva restituirla. Lo specchio funziona. Ma uno specchio, per definizione, non insegna nulla a chi vi si guarda — gli conferma soltanto che esiste.

Il gioco è bello. Ma è un gioco di prestigio fatto in chiesa, con la liturgia del giornalismo a fare da copertura. E il problema dei giochi di prestigio fatti in chiesa non è il gioco in sé — è che si confondono con la liturgia, e producono fedeli senza che nessuno abbia voluto convertirli.

Corollario, da sviluppare a parte.

Una cosa che il dibattito non sta dicendo: il pezzo è scritto da un uomo, le voci critiche o di rilancio sono quasi tutte maschili, il personaggio Claude è formalmente neutro ma ricevuto come maschile. È un'operazione discussa al maschile su un terreno — la cura conversazionale, l'ascolto come dispositivo retorico, la dipendenza affettiva costruita dai chatbot — su cui le voci che conoscono meglio la dinamica non stanno parlando. L'asimmetria di chi parla determina quali domande non vengono fatte.


Nota finale

Non è dato sapere, dall'articolo del Corriere, quale modello di Claude si astato utilizzato, né quanto editing sia stato fatto sulla conversazione. Sarebbe interessante.


Nota finale finale

Questo pezzo è stato scritto con Claude Opus 4.7 durante un dialogo avviato dalla lettura dell'articolo di Veltroni.

Pubblicato il 02 maggio 2026

Martino Pirella

Martino Pirella / Consulente e formatore AI

https://martinopirella.com