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Una conversazione con lo scienziato sociale e pensatore sistemico Piero Dominici, articolata e pubblicata in quattro parti separate. Una scelta che risponde a un’esigenza metodologica precisa: sottrarre il discorso alla continuità narrativa per riportare in primo piano la densità problematica di ciascuna domanda. Il testo della prima domanda.


Riprendere un’intervista già pubblicata integralmente significa assumere che il testo non si esaurisca nella sua prima circolazione. La versione completa del dialogo con il professor Piero Dominici, apparsa su Stultifera Navis, ha restituito l’ampiezza di un confronto teorico articolato e stratificato. Tornarvi ora, articolandolo in quattro parti, risponde a un’esigenza metodologica precisa: sottrarre il discorso alla continuità narrativa per riportare in primo piano la densità problematica di ciascuna domanda.

La forma dell’intervista, nella sua versione completa, restituisce il movimento del dialogo, le connessioni tra i temi, le risonanze interne; questa continuità, tuttavia, può rendere meno visibili i nuclei concettuali che attraversano le singole domande. Isolare ciascun passaggio significa creare uno spazio di attenzione più concentrato, che consenta di sostare sui presupposti teorici, sulle implicazioni e sulle eventuali tensioni interne alle risposte.

Ogni domanda apre infatti un campo problematico autonomo. Lavorare su ciascuna di esse permette di esplicitare ciò che nell’andamento dialogico resta implicito e di approfondire passaggi che, nel flusso complessivo, rischiano di essere assorbiti dalla progressione del discorso. Non si tratta di ripetere quanto già pubblicato, ma di rileggerlo criticamente, mettendo a fuoco le categorie utilizzate, le scelte terminologiche, le prospettive teoriche che emergono.

Questa articolazione in quattro parti intende trasformare l’intervista da documento unitario a laboratorio concettuale. La pubblicazione integrale resta il riferimento necessario; la suddivisione successiva introduce una seconda fase di elaborazione, nella quale ogni domanda diventa occasione di analisi puntuale e di confronto.

In questo senso lo “spacchettamento” non riduce il testo, ma lo densifica: consente di rallentare la lettura, di assumere una postura più analitica e di restituire alle singole questioni il peso che meritano.


Il Prof. Piero Dominici (PhD, professore associato presso l’Università degli Studi di Perugia, scienziato sociale e filosofo, educatore e pensatore sistemico, Direttore Scientifico di CHAOS e – tra i più recenti incarichi internazionali – Executive President of the Board of Directors dell’International Engineering and Technology Institute (IETI) e Advisory Board Member presso l’Interdisciplinary Social Science Research Network, è da tempo impegnato in una riflessione profonda sulla complessità come paradigma epistemologico, etico e politico. Nei suoi scritti – tra cui i più recenti Proprietà emergenti. «Emergent properties»: dimensioni qualitative del sociale e sfide epistemologiche dell’Intelligenza Artificiale (FrancoAngeli, 2024) e Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato (FrancoAngeli, 2023) – emerge con chiarezza l’urgenza, necessaria, di superare le semplificazioni, di ripensare i processi formativi e di restituire alla vulnerabilità, all’errore e all’indeterminato un ruolo generativo all’interno del pensiero critico.

La prima domanda si colloca al cuore della ricerca di Dominici e ne espone immediatamente l’asse teorico. L’insistenza sul superamento delle semplificazioni non è un richiamo generico alla complessità, ma una presa di posizione epistemologica che ha implicazioni politiche ed educative. Abitare la complessità significa mettere in discussione l’illusione di modelli lineari e riconoscere che le categorie tradizionali risultano spesso inadeguate a descrivere fenomeni sistemici e interconnessi.

Il riferimento al ruolo dell’errore, già tematizzato in Oltre i cigni neri, introduce uno snodo decisivo. L’errore non viene interpretato come scarto rispetto a una norma data, ma come evento che destabilizza cornici interpretative consolidate e costringe a riformularle. In questa prospettiva la vulnerabilità non è una carenza da compensare; diventa la condizione che rende possibile l’apprendimento e l’innovazione. L’innovazione non coincide con il controllo, ma con la capacità di attraversare l’incertezza senza ridurla prematuramente.

In un contesto segnato da crisi ambientali, sociali ed epistemologiche, la questione eccede la gestione dell’emergenza. È in gioco il modo in cui costruiamo i nostri strumenti di interpretazione. La complessità non rappresenta un ostacolo alla comprensione; impone una trasformazione delle categorie con cui leggiamo il reale. La D.1 apre così un campo che intreccia sapere, responsabilità e formazione, chiamando in causa una domanda di fondo: quale consapevolezza è possibile in un mondo interdipendente, esposto all’imprevisto e strutturalmente vulnerabile?

La rilettura di questa parte dell’intervista si concentrerà su tali snodi, assumendo l’errore e la vulnerabilità non come temi accessori, ma come categorie in grado di ridefinire il nostro rapporto con il sapere, con l’azione e con la responsabilità collettiva.

Keren Ponzo - Da sempre lei insiste sull'urgenza di superare la tentazione delle semplificazioni e di abitare la complessità non come minaccia, ma come risorsa generativa. Un’attenzione particolare nel suo pensiero è dedicata al ruolo dell’errore, non come momento di fallimento, ma come occasione per dischiudere possibilità inedite, come ha mostrato anche in Oltre i cigni neri. In un’epoca segnata da crisi sistemiche – ambientali, sociali, epistemologiche – in che modo questa visione può guidarci a ripensare le categorie con cui interpretiamo la realtà e a conquistare una nuova consapevolezza, fondata sulla vulnerabilità come dimensione generativa dell’innovazione?

[Per un approfondimento sul ruolo generativo dell’errore e sul valore della complessità come risorsa: Piero Dominici, Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato, FrancoAngeli, Milano 2023; Edgar Morin, Il metodo, 6 voll., Raffaello Cortina, Milano 2001-2007.] 

Piero Dominici - Una breve e doverosa premessa. Proverò a rispondere alle sue domande, così ricche di implicazioni, rimandi e correlazioni e - me ne scuso fin da subito - non potrò che farlo in maniera sintetica, parziale e incompleta, scegliendo traiettorie e percorsi, che si rivelano, talvolta, (anche) dolorose rinunce all’approfondimento ed al disvelamento delle dimensioni da considerarsi. Questo, nella consapevolezza profonda - da me sempre esplicitata in ogni occasione di questo genere – che, per ognuno degli argomenti trattati, ci troviamo sulle ben note “spalle dei giganti”, essendo la letteratura scientifica (per non parlare di quella divulgativa) a dir poco sterminata, oltre che multidisciplinare.

Devo aggiungere: i temi e le questioni che saranno affrontate in questa nostra conversazione non possono che attraversare territori di studio e di ricerca in maniera assolutamente trasversale – e non potrebbe essere altrimenti - nonostante le tante resistenze sistemiche esercitate proprio dentro le nostre amate istituzioni educative e formative. Tante volte, in passato, ho pagato a caro prezzo - lo dichiaro senza alcun tono polemico ma, allo stesso tempo, come costatazione di quanto accaduto – la mia trasversalità (anche esistenziale), che non può non implicare l’andare contro logiche di potere/controllo/reclusione dei saperi, delle esperienze e dei vissuti.

La mia ricerca e i miei studi, relativi anche alle (vitali) dimensioni teoriche ed epistemologiche delle/nelle Scienze Sociali, alla centralità del sistema di pensiero (e al ripensare il pensiero – questa la formula usata fin dalla metà degli anni Novanta), alla fondamentale importanza di multi/inter/transdisciplinarità, proprio per le ben note ragioni di valutazione della ricerca e di selezione (?) della carriera accademica (soltanto nel nostro Paese, sia chiaro), hanno dovuto fare i conti sempre con le ricadute/conseguenze legate, almeno per il sottoscritto, all’esigenza insopprimibile di provare a varcare i confini dei settori scientifico-disciplinari (SSD); il nucleo forte dei miei studi e delle ricerche empiriche condotte ha avuto origine ed è stato sempre fondato sulla centralità strategica del pensiero, dell’approccio (sistemico-relazionale) e delle fondamentali sfide epistemologiche che la civiltà dell’automazione e, nello specifico, l’intelligenza artificiale hanno fatto emergere in questi ultimi decenni. Dimensioni e questioni che, fino a poco tempo fa, erano considerate marginali e, addirittura, venivano utilizzate, addirittura, per screditare studiosi e ricercatori universitari.

Venendo alla prima serie di quesiti. Mi sembra che possano essere ricondotti, pur con tutte le sfumature del caso, alla domanda forse più impegnativa, relativamente parlando alla cd. civiltà ipertecnologica dell’automazione e delle macchine intelligenti: cosa significa, nella suddetta civiltà, “essere umani”? Una domanda, la domanda delle domande, che mi ponevo esattamente alla metà degli anni Novanta, in un contesto storico-culturale non ancora colonizzato dal digitale e, ancor di più, dai sistemi di intelligenza artificiale. Una domanda che porta con sé una serie, non lineare, di implicazioni epistemologiche, metodologiche ed etiche che, evidentemente, ha strettamente a che fare proprio con l’Umano e la sua interazione complessa con la Tecnica e la Macchina. Ne ho parlato in termini di “fratture” da ricomporre…una delle tante!

Non da oggi, sia chiaro, siamo sul punto di operare un irreversibile salto di qualità che si concretizza in quel cambio di paradigma che, in tempi non sospetti, ho definito in termini di processo (dinamico, non-lineare, irreversibile) di progressivo ribaltamento di quell’interazione complessa tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale. La civiltà ipertecnologica, con i suoi dispositivi tecnologici e le conoscenze scientifiche acquisite, ci ha messo in condizione, quanto meno, di provare a indirizzare dinamiche e meccanismi degli ecosistemi che abitiamo.

Si tratta del progressivo impossessarsi, da parte degli esseri umani, delle leve della propria evoluzione che, ancora una volta, mette radicalmente in discussione categorie, teorie, modelli, paradigmi tradizionali, obbligandoci (?) a rivedere/riformulare addirittura le stesse epistemologie e le questioni di metodo/approccio (spesso, proprio quelle più sottovalutate). Obbligandoci, appunto, a ripensare l’Umano e la sua interazione in divenire continuo e, per certi versi, ambigua con la tecnica, il tecnologico e, nello specifico, con le macchine intelligenti (?) e i robot: un’interazione complessa da cui non può che scaturire una sintesi complessa (1996) di cui, tuttavia, non siamo ancora in grado di valutare prospettive, sviluppi e implicazioni: e, sempre relativamente alla questione dei confini e dei limiti, è una “sintesi complessa” di cui, come scrissi in tempi non sospetti, non mi preoccupa tanto la questione di “dover abitare una nuova Natura (artificiale)” e/o della possibile, oltre che probabile, somiglianza delle macchine o dei robot agli esseri umani. Al contrario, vedo favorevolmente tale dinamica, dal momento che agevolerà sintesi e interazione; al contrario, mi preoccupa molto anche soltanto l’idea/l’aspirazione/la visione/la narrazione che gli esseri umani possano/debbano/desiderino sempre di più estendere il loro controllo sugli ecosistemi, arrivando addirittura ad assomigliare alle macchine, potenziando senza limiti le proprie capacità/abilità ma, soprattutto, eliminando l’errore, la possibilità di operare scelte differenti (anche sbagliate) e, ancor di più, l’imprevedibilità dalle proprie azioni e decisioni; in altre parole, eliminando proprio ciò che, al di là della corporeità e dei contesti relazionali, ci rende “esseri umani”.

Eppure, quasi paradossalmente, proprio nella civiltà ipertecnologica dell’automazione, stentiamo non poco nel prendere definitivamente coscienza di quanto il “fattore” strategico, alla base del cambiamento sistemico e dei processi di innovazione, sia proprio quello culturale e umano. Una variabile complessa in grado, nel lungo periodo, di innescare e accompagnare i processi economici, politici, sociali. Quel “fattore culturale” e umano che, proprio in conseguenza di quel processo di ribaltamento dell’interazione complessa tra ‘evoluzione biologica’ ed ‘evoluzione culturale’, si rivela sempre più determinante: attualmente, infatti, è l’evoluzione culturale a determinare, in maniera non-lineare, quella biologica. In questi termini, ho definito il complesso processo di trasformazione antropologica, con il cambio di paradigma che porta con sé, intendendo ri-affermare come gli esseri umani si stiano progressivamente impossessando delle ‘leve’ dei meccanismi evolutivi.

I tradizionali confini tra naturale e artificiale, tra implicazioni etiche ed epistemologiche, e, di conseguenza, quelli tra campi disciplinari e della ricerca, sono completamente saltati nonostante i nostri paradigmi, le architetture dei saperi e delle competenze, le culture della ricerca e della valutazione sembrino continuare a non volerne tener conto, arrivando anche a confondere “verità” e “oggettività”, verità e correttezza procedurale.

Una civiltà ipertecnologica, quasi ossessionata dalla performance e dai risultati osservabili, che intende raggiungere la perfezione, l’equilibrio perpetuo, il controllo totale, l’assenza di errori, anomalie e devianze, con derive estremamente preoccupanti in termini di controllo, sorveglianza, libertà, potere dei pochi sulle moltitudini. Come un mega-meccanismo artificiale perfetto, sincronizzato ed eterodiretto in ogni sua dimensione e processo; un mega-meccanismo edificato, come ripeto ogni volta, sul gigantesco fraintendimento tra  Autonomia e (vs.)) Automazione.

Dunque, prima di ogni altra dimensione, ripensare il pensiero e l’educazione (1995) anche, e soprattutto, per rimanere umani – consapevoli delle nostre vulnerabilità e, allo stesso tempo, della nostra potenzialmente illimitata generatività - e provare ad abitare un’ipercomplessità, irrefrenabilmente dinamica e irreversibile, in cui ordine e caos coesistono e si alimentano reciprocamente. D’altra parte, la sintesi complessa tra naturale e artificiale non può che determinare un’evoluzione che si sta già traducendo in un aumento/crescita della complessità, con l’emergenza di nuovi livelli di interconnessione e interdipendenza.

Il cambiamento e la trasformazione antropologica (iper)complessa, che stiamo attraversando, si presentano così, non soltanto come evoluzione della complessità sociale, ma anche, e soprattutto, come sfida epistemologica, educativa e di cultura della comunicazione. È tempo di agevolare, dopo decenni di stallo e resistenze, la realizzazione di ponti tra i saperi, tra le competenze, tra il naturale e l’artificiale (confini saltati), tra i saperi e la vita, tra l’umano e il tecnologico.

Abitare l’ipercomplessità* (1995-96), abitare il futuro  - un tempo “emergente”, non ancora realizzatosi -, iniziando a definire e costruire, oggi, le condizioni sociali e culturali di un’innovazione inclusiva e di una società meno asimmetrica e diseguale. Il Pensiero e l’educazione sono “le” questioni, anzi le questioni delle questioni (insieme con la formazione e la ricerca che, evidentemente, vanno ripensate nelle stesse direzioni); la tecnologia/le tecnologie, il digitale e l’intelligenza artificiale sono opportunità straordinarie di cui non abbiamo ancora colto la valenza e le implicazioni, e non soltanto in termini di cambiamento culturale. E, a maggior ragione, dentro sistemi complessi adattivi – come detto, segnati da non-linearità, imprevedibilità, capacità di auto-organizzazione e adattamento - il problema non è/non sarà soltanto saper gestire/controllare le tecnologie, sfruttandone al massimo le potenzialità.

Dobbiamo accrescere, già a livello dei processi educativi, la consapevolezza dei nostri limiti, delle nostre inadeguatezze, della nostra incompletezza per costruire ed educare ad una cultura del dubbio, sistemico e sistematico, e dell’errore; per educare alla complessità e all’imprevedibilità della vita in una prospettiva che non può che essere critica e sistemica (a questo livello la tecnologia e il digitale possono rivelarsi senz’altro decisivi per andare oltre i limiti del pensiero disgiuntivo e del riduzionismo): variabili complesse alla base, oltre che della ricerca scientifica, della vita e delle nostre esistenze, del “vivere insieme”, dell’incontro con l’ALTRO da Noi.

Ripensare il Pensiero e l’educazione e, con essa, la cultura della comunicazione per abitare il futuro (per certi versi…la “proprietà emergente” per eccellenza), per un “nuovo contratto sociale” e la democrazia; nella consapevolezza che soltanto la “fine delle certezze” (Prigogine) possa generare conoscenza, creatività e azione consapevole e che, allo stesso tempo,  la conoscenza si radichi sempre negli errori della vita (Canguilhelm).  Di conseguenza, la prospettiva/la visione/il paradigma egemone, che punta ad eliminarli, è ingannevole, oltre che fallimentare.

Non da oggi, dobbiamo confrontarci (e, soprattutto, “abitare”) con una ipercomplessità che, come detto, ha fatto saltare vecchi confini e separazioni, mettendo in discussione il nostro “essere umani”, la nostra visione antropocentrica, e ponendo all’ordine del giorno – non è inutile ribadirlo – l’urgenza di una “nuova epistemologia” e di una sfida senza precedenti: mettere in discussione, confutare, ridefinire/ripensare come pensiamo. Siamo ancora poco consapevoli che la (iper)complessità, di cui ognuno di noi è parte attiva e integrante, non può essere in alcun modo gestita: possiamo soltanto imparare e provare ad abitarla. Nel mezzo di dinamiche sistemiche, non-lineari, caotiche e inarrestabili, dobbiamo impegnarci, in questa prospettiva, a tutti i livelli di azione (individuale e sistemica) e della prassi, per costruire una “cultura dell’errore” (1995), educando e formando all’imprevedibilità, ripensando in chiave relazionale gli stessi concetti di libertà e responsabilità.

Questioni ancor più ineludibili oggi che la globalizzazione è diventata la condizione empirica del mondo moderno: un sistema-mondo segnato da molteplici livelli di “connettività complessa” e da un’intensificazione delle reti di interdipendenza. E dobbiamo senz’altro prendere atto anche di un sistema-mondo sempre più “multipolare” che, tra numerose guerre e conflitti di varia natura, fatica molto a ritrovare assetti, gerarchie, relazioni stabili, ma soprattutto fatica a ritrovare umanità. Si tratta di dinamiche non-lineari e sistemiche, che non sono mai gestibili fino in fondo. Tra queste tendenze, la globalizzazione ha reso ancora più evidenti una trasformazione della prassi, dei modi di agire e relazionarsi degli esseri umani e una proliferazione dei livelli di interconnessione. Si sono così andate affermando nuove logiche di potere e di dominio, parallelamente alla dimensione un tempo fondamentale della Politica.

La crisi dell’epoca attuale – un’epoca di dialettiche aperte* e di transizione instabile - dal punto di vista dei paradigmi, dei saperi e della produzione intellettuale, rappresenta un momento di transizione estremamente problematico, che ci vede in grande difficoltà e che si sostanzia in una crisi soprattutto culturale e di civiltà, e soltanto in parte economica. 

Le società avanzate, non a caso, si rivelano sempre più caratterizzate da profonde asimmetrie sociali, oltre che da processi di individualizzazione e frammentazione, che innescano dinamiche conflittuali in grado di testare la resilienza dei sistemi sociali e organizzativi, basati su una razionalità limitata scaturita anche dall’indebolimento dei meccanismi della fiducia e della cooperazione. La Modernità radicale e complessa, da questo punto di vista, sembra aver, ulteriormente, radicalizzato i processi di disancoramento dell’individuo dal gruppo, mettendo in contrapposizione libertà e responsabilità. Ne vediamo gli effetti e le conseguenze anche in questa lunga fase di emergenza globale e sistemica. In tale contesto, la comunicazione, intesa come processo sociale di condivisione della conoscenza (potere), sembra aver ormai assunto – definitivamente – una centralità strategica in tutte le dimensioni della prassi organizzativa e sociale.

Nell’epoca del “biopotere” e della “biopolitica” (Foucault), l’ipertrofizzazione degli apparati burocratici, la progressiva dissoluzione dello spazio pubblico e l’evoluzione delle democrazie, fondate sulla trasparenza, sull’accesso, sul concetto di sovranità popolare e, da un punto di vista culturale, sull’individualismo economico (egemone rispetto a quello democratico) hanno causato una radicale politicizzazione della sfera pubblica, il cui spazio operativo si è significativamente ridotto alla sola questione della rappresentanza e al ruolo di “ancella del sistema di potere” (1996).

Il processo di evoluzione dei neonati regimi democratici, spesso culturalmente fondati sul concetto di sovranità popolare – intesa come egemonia o predominio delle maggioranze – e sulla mancata definizione del rapporto tra i valori fondanti della libertà e dell’uguaglianza, ha spinto la sfera pubblica, articolatasi poi in istituzioni politiche e in nuove istanze sociali in cerca di un riconoscimento pubblico e di una traduzione operativa in norme di diritto, a configurarsi sempre più come sistema autopoietico. In quel momento è venuto meno, per dirla con Habermas (1981), quel livello di mediazione tra sistema e mondo della vita che si fonda su un agire comunicativo in grado di tematizzare criticamente istanze sociali e opinioni generatesi all’interno del mondo della vita e della società civile, dando loro piena legittimità oltre che rilevanza pubblica.

 Gli attuali sistemi sociali, così caotici e disordinati, attraversano un’ulteriore fase (critica) di mutamento segnata dall’avvento dell’economia interconnessa che pone all’attenzione anche nuove questioni in materia di cittadinanza e inclusione. Dentro la “società asimmetrica”, pur così segnata da nuove disuguaglianze e da nuove regole d’ingaggio della cittadinanza (questione, ormai, globale), in ogni caso, in discussione ci sono nuove (potenziali) opportunità di emancipazione offerte dalla conoscenza diffusa e dal “sapere condiviso” che alimenta le reti di protezione e promozione sociale: come detto, si intensificano i legami di interdipendenza e di interconnessione, anche se alcuni osservatori continuano ad ipotizzare la possibile fine del legame sociale. Da sottolineare l’interessante processo di crescita di movimenti sociali e di gruppi di pressione che, non sentendosi rappresentati da una politica sempre più distante, si assumono la responsabilità di rendere visibili al Sovrano – oltre che alle opinioni pubbliche – istanze sociali generatesi dal basso. Il vecchio modello industriale, costituito da assetti consolidati, gerarchie, logiche di controllo e di chiusura al cambiamento, sembra davvero sul punto di essere scardinato dalle dinamiche innescate dal nuovo ecosistema della conoscenza.

La conoscenza comincia (finalmente) ad essere (anche) riconosciuta come bene comune e come risorsa in grado di (ri)stabilire rapporti sociali meno asimmetrici con una maggiore inclusione anche se manca la consapevolezza di come digitale e intelligenze artificiali stiano trasformando la “natura” stessa della conoscenza e dei processi cognitivi. Ma le nuove forme di produzione sociale di conoscenza potranno essere decisive soltanto a condizione che gli attori dell’arena pubblica sappiano cosa progettare/realizzare/fare con la conoscenza, le reti e i media sociali e, più in generale, la tecnologia: e ciò riporta in primo piano l’urgenza di una riforma complessiva del pensiero (complesso) e del sapere.

Viviamo, d’altra parte, in un’epoca sempre più segnata dalla frantumazione dei sistemi di appartenenza e credenza – veri e propri produttori di identità individuali e collettive – e dalla conseguente affermazione di valori individualistici e utilitaristici. Non a caso si è dibattuto da più parti di tirannia dell’individuo, vera e propria forza centrifuga in grado di corrodere i legami dei sistemi sociali. Un processo di progressivo indebolimento e sfaldatura che trova ulteriori conferme nel diffuso deficit di partecipazione sociale e politica, a sua volta alimentato da un clima di sfiducia generale nei confronti di tutte le istituzioni (formali e informali), in passato uniche responsabili della trasmissione dei sistemi di orientamento valoriale e conoscitivo.

Uno scenario estremamente complesso e di difficile lettura che, sulla scia della perdita di credibilità e di autorevolezza della Politica, sempre più ridotta a tecnocrazia, ha lasciato campo aperto all’ipotesi, non inedita, di una democrazia oltre i partiti, essendo quest’ultimi non più in grado di intercettare il consenso e mediare le nuove forme di conflittualità come in passato. Sullo sfondo, una crisi della stessa forma partito, che si aggiunge a quella, ben più profonda, riguardante la rappresentanza.

La Politica, in questa prospettiva, sempre più esposta al rischio di esser ridotta a “tecnocrazia” – uno dei tanti processi di riduzione e semplificazione funzionali alla realizzazione/edificazione della Società-Meccanismo – deve/dovrebbe attivarsi affinché i media sociali e le reti possano diventare tecnologie di cooperazione e non di controllo/sorveglianza (come sta accadendo, almeno per ora), aprendo alla sperimentazione di nuove forme di partecipazione democratica ed al potere delle moltitudini mobili e intelligenti.

Come scrivevo alcuni anni fa, l’individualismo dominante nei nostri sistemi sociali è l’esito, per certi versi inevitabile, del processo/progetto di emancipazione portato avanti nel corso della Modernità. Un processo di emancipazione delle masse, prima, del Soggetto, poi, che se, da un lato, ha accresciuto gli spazi di libertà e ha portato al riconoscimento di alcuni diritti fondamentali (almeno in linea teorica), dall’altro ha contribuito ad indebolire i vincoli e i legami di appartenenza alla comunità.

Il trionfo del Soggetto non soltanto libero di ma anche libero da ha determinato, paradossalmente, in un’epoca che sembra segnata da maggiori opportunità di emancipazione e da straordinarie potenzialità comunicative – anche se, a mio giudizio, si fa spesso confusione tra comunicazione e connessione – uno scollamento del tessuto sociale, costituito da persone sempre più sole nell’affrontare tale complessità. Quella contemporanea è un’epoca in cui i meccanismi sociali della fiducia e della cooperazione – struttura portante, insieme ai rapporti economici e di potere – sono stati messi a dura prova anche da processi di precarizzazione che hanno reso l’instabilità condizione esistenziale.

 

Il pensiero è, non  da oggi, dimensione sottovalutata in un’epoca che considera significativo soltanto ciò che è “osservabile” dei fenomeni, con le relative evidenze empiriche (quantitative). Il pensiero è riconosciuto marginale a tal punto di pensare di delegarlo alle macchine, erroneamente, definite, intelligenti! Una definizione che, come scrivevo molti anni fa, ha senso soltanto se siamo disposti a far coincidere - come in molti casi, sta avvenendo - lo stesso concetto di “intelligenza” con le capacità logiche, di calcolo ed elaborazione; direi di più, a far coincidere, in qualche modo, i dati con il senso. Gli stessi sistemi educativi e formativi vengono sempre più progettati e programmati (controriformati) sulla base di un grande equivoco*: che la civiltà ipertecnologica, dell’automazione e della simulazione, abbia bisogno soltanto di saperi tecnici, delle relative competenze, e degli (iper)specialismi capaci di produrre misure e dati, presentati come auto-evidenti, nonostante gli stessi sistemi e strumenti di misurazione siano figli di processi di astrazione.

L’obiettivo principale continua a rimanere quello di eliminare errori ed incertezze, elementi costitutivi del “vitale” e dell’Umano, e, in qualche maniera, continuare a raccontarci/rappresentarci che tutto sia sotto controllo, se non addirittura prevedibile/pre-determinabile.

Come ripeto da molti anni, il pensiero causale (lineare) e, soprattutto, quello analitico, che ci hanno portati ove siamo, attualmente mostrano tutta la loro inadeguatezza nel guidare l’osservazione e l’analisi di processi e fenomeni emergenti, sistemici e interconnessi: essi non sono in grado di cogliere, in maniera precisa ed efficace, la rilevanza strategica delle “connessioni” tra le variabili e tra i processi, oltre che la natura ambivalente e contraddittoria dei fenomeni sociali.

Tra dinamiche di frammentazione e interdipendenza, estese su scala globale, non possiamo che rilevare un deficit drammatico: una crisi del pensare e del pensiero, che non è più in grado di offrire chiavi interpretative e soluzioni accettabili dei problemi. Con un progressivo e sistematico aumento delle anomalie.

A questo punto, potremmo chiederci: ma dobbiamo rassegnarci a tutto questo? Tanto varrebbe smettere del tutto di «pensare»?

Assolutamente no, non dobbiamo affatto arrenderci anche perché, da sempre, ritengo che proprio nella civiltà dell’automazione e della ipersimulazione, il pensiero e il fattore umano torneranno, per tante ragioni, ad essere decisivi. Ma, spetta ancora alla Politica, nonostante la profonda crisi in cui versa, co-creare le condizioni, sociali e culturali, affinché nessuno rimanga escluso. La Politica, in altre parole, deve cercare dei modi e definire delle strategie per contenere quella condizione e, allo stesso tempo, quella percezione di “isolamento caotico” che è divenuta un sentimento di fondo del nostro tempo e che si accompagna a condizioni evidenti di vulnerabilità e precarietà delle esistenze, delle appartenenze e dei vissuti sociali. La complessità – lo ripeto sempre – caratteristica costitutiva degli aggregati organici, insita anche nel processo di globalizzazione, ci obbliga a riformulare tutte le categorie del passato e ad allargare i nostri orizzonti di pensiero e di azione, elaborando una Politica che non si limiti soltanto ad osservare le regole, bensì provi a cambiarle nel profondo, con radicalità (anche perché la stragrande maggioranza delle regole attuali erano state definite nel contesto storico-culturale di uno Stato-nazione forte). Anche perché il mercato mondiale non può, come finora è accaduto, essere lasciato andare alla deriva senza un progetto transnazionale. autorevole e credibile, di sviluppo globale. Quanto affermava Max Weber (1922), agli inizi del Novecento risulta ancora più attuale: “Dove il mercato è abbandonato alla sua autonormatività, esso conosce soltanto una dignità della cosa e non della persona, non doveri di fratellanza e di pietà, non relazioni umane originarie di cui le comunità personali siano portatrici”». Ancora una volta, questioni profonde e sistemiche strettamente correlate a quel mito della razionalità calcolante e calcolatrice che tuttora segna in profondità il sistema-mondo, contribuendo anche ad alimentare nuove disuguaglianza e asimmetrie.

Nonostante se ne parli/dibatta molto, l’assenza di un pensiero critico e, ancor di più, nella società ipercomplessa, di un “pensiero sistemico”, genera e continuerà a generare, non soltanto “società chiuse”, asimmetriche e sempre più esclusive, ma anche tirannidi e guerre.

La questione della ricerca di un nuovo stile di pensiero potrebbe sembrare astratta; al contrario – lo ripeterò sempre - è la questione delle questioni. La logica tradizionale del “pensiero lineare e causale”, talvolta “analitico” (disgiuntivo) non può che portare allo scontro, essendo totalmente incapace di comprendere la complessità (non significa: la difficoltà!) e la coesistenza di contraddizioni, dicotomie e dialettiche aperte** (senza una sintesi conclusiva e, in qualche modo, superiore): genera e continuerà a generare ed alimentare tirannie e indicibili mostruosità come la guerra e la sopraffazione dell’Altro da Noi. Non è inutile ribadirlo: potrebbe sembrare una questione molto astratta ma, al contrario, è la questione delle questioni.

La logica tradizionale del pensiero lineare e causale non può che portare allo scontro, totalmente incapace di comprendere la complessità (non la difficoltà o la grandezza) e la coesistenza di contraddizioni, dicotomie e dialettiche aperte (senza una sintesi conclusiva).  Già a metà degli anni Novanta, in alcuni miei saggi, segnalavo ironicamente la propensione diffusa a ricercare le ben note soluzioni semplici a problemi complessi. In fondo, queste polarizzazioni e queste logiche di schieramento hanno fatto e ancora fanno comodo, non solo perché rafforzano l’illusione di poter gestire la complessità, rendendola decodificabile e accessibile a tutti, ma anche perché conferiscono posizioni di visibilità e prestigio sociale a chi, nei media, cavalca tale tendenza».

Non possiamo permetterci di perdere altro tempo. Occorre impegnarsi per co-creare una cultura della complessità (implica corresponsabilità), dell’errore e dell’imprevedibilità.

La questione dirimente è eminentemente epistemologica ed educativa. Eppure, fin dai primi anni di vita, e della vita scolastica, l’errore è, puntualmente, stigmatizzato, un po’ come le emozioni e la creatività che cerchiamo di espellere dai processi educativi. L’illusione di poter eliminare l’errore nega il presupposto fondamentale di qualsiasi apprendimento e della stessa ricerca scientifica. Talvolta, gli stessi ricercatori vengono formati ad andare alla ricerca di ciò che confermi le loro ipotesi e teorie, piuttosto che tentare di confutarle. Come già accennato, si tratta di contrastare, sul piano educativo, un grande equivoco: credere che, per la civiltà dell’automazione, siano utili soltanto i “saperi tecnici”, produttori di esattezza e calcolabilità (STEM), e gli (iper)specialismi, capaci di ridurre tutto a misure e calcoli (=prevedibilità) e, allo stesso tempo, di ridurre al minimo le probabilità (tema cruciale) di commettere errori.

Pur gettati nell’emergente incertezza e incommensurabilità, continuiamo ad educare al controllo ed alla razionalità, con ricadute anche in termini di disagio psichico e sociale. In questa prospettiva, educare all’imprevedibilità implica destabilizzare le conoscenze dogmatiche e le pratiche consolidate, ribaltando il modo in cui osserviamo la realtà ed educhiamo/formiamo a pensarla ed investigarla. Consapevoli che la nostra osservazione non è mai esterna, né neutrale, e che ciò che osserviamo è la “natura” esposta ai nostri metodi di indagine (Heisenberg). Prepararsi alla coesistenza con l’imprevedibile e il non-osservabile, invece di puntare tutto sulla conoscenza di ciò che è già accaduto e di quei modelli/pratiche che hanno sempre – metafora meccanicistica - “funzionato”, precludendoci innovazione e cambiamento. Per abitare il presente, immaginando il futuro.

In Oltre i cigni neri, e più di recente, ho continuato a cercare di mostrare proprio questo: l’imprevedibilità e l’emergenza non sono l’eccezione, bensì la regola. E se l’imprevedibilità è la regola, allora la vulnerabilità non è un difetto del sistema, ma la sua condizione naturale. Accettare la vulnerabilità significa accettare che non esistono soluzioni ideali/perfette, che ogni innovazione autentica nasce da tentativi, fallimenti, correzioni, ripensamenti.

Il problema è che viviamo immersi in un immaginario tecnocratico che ci promette esattamente il contrario: efficienza assoluta, controllo, ottimizzazione, neutralizzazione dell’errore attraverso algoritmi, procedure, protocolli…felicità. Ma questa è un’illusione estremamente pericolosa. Più aumentano la complessità e l’interconnessione dei sistemi, più cresce l’incertezza, la zona di non-osservabilità e incommensurabilità. E più crescono l’incertezza e l’emergente, più diventano inadeguate le logiche riduzionistiche e deterministiche. E il mono-disciplinarimo che, con il “pensiero disgiuntivo”(cit.), tanti danni continua a produrre.

In definitiva, l’approccio sistemico alla complessità, che propongo da tempo, è legato intimamente alla  consapevolezza della nostra vulnerabilità e ci restituisce una serie di premesse fondamentali: non esiste possibilità di innovazione/cambiamento senza rischio, non esiste conoscenza senza errore ed esperienza, non esiste progresso umano senza la capacità di mettere in discussione continuamente le nostre stesse certezze.

Pubblicato il 17 febbraio 2026