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Una conversazione con lo scienziato sociale e pensatore sistemico Piero Dominici, articolata e pubblicata in quattro parti separate. Una scelta che risponde a un’esigenza metodologica precisa: sottrarre il discorso alla continuità narrativa per riportare in primo piano la densità problematica di ciascuna domanda. Il testo della quarta domanda.


Riprendere un’intervista già pubblicata integralmente significa assumere che il testo non si esaurisca nella sua prima circolazione. La versione completa del dialogo con il professor Piero Dominici, apparsa su Stultifera Navis, ha restituito l’ampiezza di un confronto teorico articolato e stratificato. Tornarvi ora, articolandolo in quattro parti, risponde a un’esigenza metodologica precisa: sottrarre il discorso alla continuità narrativa per riportare in primo piano la densità problematica di ciascuna domanda.

La forma dell’intervista, nella sua versione completa, restituisce il movimento del dialogo, le connessioni tra i temi, le risonanze interne; questa continuità, tuttavia, può rendere meno visibili i nuclei concettuali che attraversano le singole domande. Isolare ciascun passaggio significa creare uno spazio di attenzione più concentrato, che consenta di sostare sui presupposti teorici, sulle implicazioni e sulle eventuali tensioni interne alle risposte.

Ogni domanda apre infatti un campo problematico autonomo. Lavorare su ciascuna di esse permette di esplicitare ciò che nell’andamento dialogico resta implicito e di approfondire passaggi che, nel flusso complessivo, rischiano di essere assorbiti dalla progressione del discorso. Non si tratta di ripetere quanto già pubblicato, ma di rileggerlo criticamente, mettendo a fuoco le categorie utilizzate, le scelte terminologiche, le prospettive teoriche che emergono.

Questa articolazione in quattro parti intende trasformare l’intervista da documento unitario a laboratorio concettuale. La pubblicazione integrale resta il riferimento necessario; la suddivisione successiva introduce una seconda fase di elaborazione, nella quale ogni domanda diventa occasione di analisi puntuale e di confronto.

In questo senso lo “spacchettamento” non riduce il testo, ma lo densifica: consente di rallentare la lettura, di assumere una postura più analitica e di restituire alle singole questioni il peso che meritano.


La quarta domanda assume la cura di sé come nodo etico e politico e costituisce la chiusura dell’intervista integrale. Foucault ne ha ricostruito la genealogia per sottrarla a una lettura intimistica e ricollocarla entro pratiche relazionali, istituzioni e rapporti di potere. La soggettivazione avviene dentro campi di forze, e la trasformazione di sé implica sempre una trasformazione dei rapporti che strutturano il vivere comune.

Se la complessità costituisce una postura necessaria per abitare la contemporaneità, investe direttamente il ruolo del sociologo e di chi opera nei contesti educativi. L’interdipendenza globale, le crisi sistemiche, l’intreccio tra saperi e dispositivi tecnologici impongono una ridefinizione delle responsabilità pubbliche del sapere. La questione non riguarda soltanto l’elaborazione teorica, ma le condizioni di possibilità di un agire collettivo capace di assumere l’incertezza senza ricadere in logiche riduttive. In questa prospettiva la domanda interroga le forme di responsabilità che si configurano oggi per chi lavora alla produzione e alla trasmissione del sapere, chiamato a coniugare analisi critica, impegno istituzionale e trasformazione sociale.

Il Prof. Piero Dominici (PhD, professore associato presso l’Università degli Studi di Perugia, scienziato sociale e filosofo, educatore e pensatore sistemico, Direttore Scientifico di CHAOS e – tra i più recenti incarichi internazionali – Executive President of the Board of Directors dell’International Engineering and Technology Institute (IETI) e Advisory Board Member presso l’Interdisciplinary Social Science Research Network, è da tempo impegnato in una riflessione profonda sulla complessità come paradigma epistemologico, etico e politico. Nei suoi scritti – tra cui i più recenti Proprietà emergenti. «Emergent properties»: dimensioni qualitative del sociale e sfide epistemologiche dell’Intelligenza Artificiale (FrancoAngeli, 2024) e Oltre i cigni neri. L’urgenza di aprirsi all’indeterminato (FrancoAngeli, 2023) – emerge con chiarezza l’urgenza, necessaria, di superare le semplificazioni, di ripensare i processi formativi e di restituire alla vulnerabilità, all’errore e all’indeterminato un ruolo generativo all’interno del pensiero critico.

Keren Ponzo -  Foucault ha contribuito a farci pensare la cura di sé non come pratica individuale e intimistica, ma come processo etico e politico che attraversa le relazioni, le istituzioni, il tessuto sociale. Lei ha spesso messo in luce come la complessità non sia soltanto una sfida teorica, ma una postura necessaria per abitare la contemporaneità. Quali responsabilità si configurano, oggi, per il sociologo e per chi si occupa di educazione e trasformazione sociale, in un mondo in cui l’interdipendenza globale ci obbliga a ripensare non solo le forme della conoscenza, ma anche le condizioni di possibilità di un agire collettivo responsabile e critico?
 
 [Per la cura di sé come pratica collettiva: Michel Foucault, Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983), trad. M. Galzigna, Feltrinelli, Milano 2015. Per l’educazione alla complessità: Piero Dominici, Dentro la Società Interconnessa. Proposte per un nuovo ecosistema della comunicazione, FrancoAngeli, Milano 2014.]

Piero Domici - Il riferimento a Foucault è essenziale, perché ci ricorda che la cura di sé non è mai separabile dalla cura delle relazioni e dei contesti in cui siamo immersi. In una società iperconnessa e interdipendente, la dimensione etico-politica della cura diventa ancora più evidente: non esiste un soggetto autonomo che agisce dall’esterno dei sistemi, così come non esiste una conoscenza neutra che possa sottrarsi alle proprie implicazioni sociali e in termini di potere.

Quando parlo di complessità come postura, intendo proprio questo: la necessità di assumere consapevolmente la propria responsabilità, in primo luogo, epistemologica. La complessità non è solo un oggetto di studio, ma un modo di stare nel mondo, di riconoscere che ogni atto di conoscenza è anche un atto che produce effetti, che include ed esclude, che orienta pratiche, decisioni e forme di convivenza.

In questo senso, la responsabilità del sociologo – da sempre, e per tante ragioni, mi convince di più il concetto di “scienziato sociale” - oggi non consiste nel fornire modelli predittivi o soluzioni semplificate a problemi che sono strutturalmente non riducibili. Consiste piuttosto nel rendere visibili le relazioni e le interdipendenze, nel mostrare come le dinamiche globali si intreccino con le pratiche locali, nel mettere in discussione quelle cornici interpretative che naturalizzano l’ingiustizia, la disuguaglianza e l’asimmetria di potere.

Per chi si occupa di educazione e trasformazione sociale, la sfida è ancora più radicale. Educare alla complessità significa educare all’incertezza, al limite, al conflitto, alla responsabilità. Significa contrastare la tentazione di ridurre la formazione a addestramento, il sapere a competenza misurabile, l’apprendimento a performance. In un mondo che, sempre più, chiede risposte rapide, educare diventa un atto profondamente controcorrente: un lavoro sul tempo lungo, sulla riflessività, sulla capacità di abitare l’ambiguità senza esserne paralizzati.

L’interdipendenza globale ci obbliga, inoltre, a ripensare le condizioni di possibilità di un agire collettivo responsabile. Non basta invocare l’etica o la partecipazione: occorre interrogare le strutture che rendono possibile o impossibile l’azione, le architetture tecnologiche, istituzionali e simboliche che orientano i comportamenti. La responsabilità, in questo senso, non è mai solo individuale, ma sistemica.

Infine, credo che il compito più urgente sia quello di restituire al pensiero la sua funzione critica, non come esercizio astratto, ma come pratica incarnata. Una pratica capace di tenere insieme cura di sé e cura del mondo, conoscenza e responsabilità, libertà e limite. In questa prospettiva, la complessità non offre consolazioni, ma strumenti per non cedere alla ideologia della semplificazione/facilitazione, per resistere alla delega, e per continuare a pensare — e agire — dentro un mondo che non possiamo più permetterci di ridurre a formule e algoritmi.

L’intelligenza artificiale e il digitale producono una “nuova frattura epistemologica” (1995) perché modificano in profondità il nostro modo di conoscere la realtà, ridefinendo le mediazioni cognitive, i criteri di legittimazione del sapere e il rapporto tra esperienza, interpretazione e decisione. Tuttavia, questa frattura non inaugura una nuova episteme già compiuta, ma apre una crisi epistemologica ancora irrisolta, che – come detto - rende evidente l’obsolescenza dei paradigmi riduzionistici e l’urgenza di un pensiero capace di abitare l’indeterminato e la complessità.

Al di là di come viene spesso rappresentata, la complessità è – e porta con sé - uno sguardo, un approccio, un’epistemologia, un sistema di pensiero; allo stesso tempo, è caratteristica strutturale e costitutiva degli “aggregati organici”, di tutte le forme e gli enti vitali. Richiamare la natura “complessa” dei soggetti, dei fenomeni, dei processi, significa sottolinearne la dimensione sistemica e relazionale e, nel farlo, avere la profonda consapevolezza che tali “oggetti” di studio sono, in realtà, “sistemi” che osservano dinamiche evolutive non-lineari, capaci di auto-organizzarsi e caratterizzati, nel loro essere complessi, da “proprietà emergenti” osservabili soltanto mentre i sistemi stessi evolvono. Tuttavia, richiamando un mio vecchio mantra, vorrei anche chiarire come l’opposto della complessità non sia la “semplificazione”, bensì il riduzionismo.

L’essere umano ritiene, da sempre, di poter controllare tutto, mantenendo ordine ed equilibrio. Una tensione continua dovuta, oltre che alla ricerca della felicità, alla sua incompletezza e fragilità, alle sue vulnerabilità costitutive, alla sua condizione di “razionalità limitata” (Simon). Al contempo, un’aspirazione legata al gigantesco fraintendimento tra “sistemi complicati” (meccanismi, gestibili) e “sistemi complessi” (organismi, non gestibili). L’obiettivo principale è sempre stato quello di gestire (management) e mettere in sicurezza gli ecosistemi che proviamo ad abitare. Ma la complessità non è il paradigma del “problem solving” e non è “design thinking” cui viene, spesso, erroneamente associata. E le soluzioni, nel loro essere provvisorie e mai “prototipabili”, richiedono una visione sistemica dei problemi, capace di individuarne connessioni e interdipendenze, evitando le scorciatoie della scomposizione  in parti.

All’interno di queste dinamiche  e processi, i dati sono fondamentali. Ma non parlano mai da soli, non sono auto-evidenti: sono i ricercatori e le ricercatrici, gli esperti, a doverli (saper) far parlare. Come? Cercando di individuarne connessioni e correlazioni. Ecco perché le sfide di questa civiltà ipertecnologica sono, in primo luogo, epistemologiche ed educative. Le straordinarie scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche stanno cambiando, in maniera radicale e irreversibile, il nostro modo di conoscere-vivere.

Per queste ragioni, fin dalla metà degli anni Novanta, ne parlo in termini di “nuova frattura epistemologica”. L’intelligenza artificiale è straordinaria opportunità che rischia di rimanere “esclusiva” - a disposizione di élites più o meno illuminate - e di continuare ad essere governata da potenti soggetti privati. A ciò si lega anche la questione della trasparenza degli algoritmi. Per ciò che concerne l’impatto sull’educazione: il rischio concreto è quello di continuare a far coincidere l’esigenza di ripensarla, radicalmente, con un processo di sostanziale adeguamento ed estensione, della stessa, alla natura del cambiamento tecnologico. Delegando tutto alle tecnologie e portando gli esseri umani a pensare come pensano (?) le macchine, da loro programmate, incapaci di pensare l’indeterminato e di raggiungere significativi livelli di astrazione; infine, utilizzando AI e tecnologie in una prospettiva fantasmagorica e degli “effetti speciali”.

In conclusione, la civiltà ipertecnologica dell’automazione si fonda, oltre che su tecnocrazia e tecnoscienza, su alcune “grandi illusioni”, alimentate e supportate da scoperte scientifiche straordinarie e dalle tecnologie della connessione. E, nella certezza illusoria di poter eliminare l’errore, in tutte le sue forme (devianza, conflitto, imprevedibilità, disordine etc.), continua ad essere progettata come un gigantesco “meccanismo” costituito da parti/ingranaggi sostituibili e gestibili in tutte le loro dimensioni.

Si tratta di logiche di sistema, tradotte in processi, procedure, regolamenti, culture educative, organizzative, della valutazione e della ricerca, in grado di alimentare anche la granitica convinzione di poter ridurre la qualità a quantità, misurando tutto. Anche l’Umano e la Vita.


 

 

 

Pubblicato il 17 febbraio 2026