Una riflessione su ciò che rimane alla fine di una vita e su ciò che “veramente” conta nella vita di un essere umano
ALLA FINE DI TUTTO
Alla fine di tutto conteranno
le mani che avremo saputo stringere,
conteranno quel chicco di bontà
che avremo saputo seminare
e quella bianca rosa del deserto
che avremo saputo amorevolmente
annaffiare preservando un barlume
di bellezza tra il fango del mondo.
Alla fine di tutto resterà
quel filo di speranza che avremo
saputo tirare tra sponde lontane
di isole sperdute nel vasto mare,
tra lingue incomprensibili e strane,
tra volti di un diverso colore.
Alla fine di tutto resterà
quella goccia d’amore che, lei sola,
potrà fecondare vita nascente,
potrà sanare ferite sofferte,
potrà donare quella dignità
che sempre merita ogni vivente.
Anche se la poesia “Alla fine di tutto” è stata composta dal poeta in occasione della prematura scomparsa di una persona cara, i versi si prestano bene a riflettere su ciò che veramente vale nella nostra vita di uomini, su quello che è il vero lascito dopo la nostra morte.
Per che cosa saremo ricordati dai posteri? Quale eredità desideriamo veramente lasciare a chi verrà dopo di noi? Non i beni materiali, non il famigerato “patrimonio”, tipico della cultura borghese. Il poeta mette a fuoco un’eredità morale fatta in apparenza di gesti semplici, quotidiani (stringere una mano), ma anche di gesti insignificanti in apparenza, o della massima liberalità (come coltivare una rosa “bianca” del deserto, che letteralmente non esiste, è un frutto della fantasia, può essere metafora della poesia) per preservare la bellezza nel mondo.
Condivisione, solidarietà, speranza, apertura all’altro, soprattutto quando è visto come “diverso” o “inquietante” (“volti di un colore diverso”) e soprattutto salvaguardia della dignità di ogni essere vivente, sia esso umano o animale o vegetale. Questi i valori che nella poesia “Alla fine di tutto” meritano di entrare a far parte di un’eredità morale e di affetti.