Nel mondo frenetico dell’urbanizzazione e del consumo, Le città invisibili di Italo Calvino si impone come un testo che invita a pensare, e soprattutto a ripensare, il modo in cui abitiamo il pianeta. Attraverso l’itinerario immaginario di Marco Polo, l’autore racconta città impossibili e simboliche che, dietro il velo della fantasia, nascondono riflessioni profondissime sulla sostenibilità, la memoria e il limite.
Nel mondo frenetico dell’urbanizzazione e del consumo accelerato, Le città invisibili di Italo Calvino è una bussola poetica per immaginare modelli di sostenibilità leggeri, rispettosi e visionari. Ogni città descritta da Marco Polo non è solo una metafora urbana, ma una lente per leggere i nostri fallimenti e possibilità.
Viviamo in città materiali e digitali sempre più pesanti: infrastrutture energivore, data center sovraccarichi, flussi informativi incessanti. In questo scenario, la leggerezza calviniana non è evasione ma necessità: una forma di resistenza estetica e morale contro l'accumulo insostenibile.
Calvino non parla mai esplicitamente di ecologia. Eppure, la sua poetica dell’essenziale, della leggerezza, della misura è profondamente ecologica. La “leggerezza” non è superficialità: è la capacità di esistere senza appesantire il mondo. Una città leggera è quella che non lascia tracce distruttive, che si evolve rispettando ciò che già esiste, che non impone ma convive. La “leggerezza” non è soltanto uno stile narrativo: è una visione del mondo, un principio ecologico e morale, un antidoto alla pesantezza fisica e simbolica che grava sulle città del nostro presente.
La leggerezza come principio estetico e morale
Calvino, nella sua Lezione americana dedicata alla leggerezza, la definisce come “planare sulle cose dall’alto, senza appesantirle”. Non si tratta di superficialità, ma di una forma di attenzione e rispetto per il mondo. In un contesto urbano, questo può tradursi in edifici che non invadono ma si inseriscono, in flussi che non congestionano ma scorrono armonicamente, in scelte progettuali che privilegiano il minimo impatto.
Le città invisibili sono in questo senso allegorie di tale leggerezza. Città come Diomira, che vive di immagini ed emozioni, o Isidora, costruita sull’intreccio di desideri, incarnano architetture del pensiero che non lasciano scorie, ma memorie. Sono città “leggere” perché costruite non per dominare lo spazio, ma per dialogare con esso.
Leggerezza strutturale: architetture impossibili e sostenibili
La leggerezza non è solo un concetto poetico: Calvino la traduce in strutture che sfidano le leggi della fisica e al tempo stesso suggeriscono modelli alternativi. Si pensi a Ottavia, città ragnatela sospesa in aria, una forma urbanistica che pare impossibile, eppure profondamente sostenibile nella sua esistenza precaria e rispettosa. Ottavia non invade il suolo, non consuma territorio: vive sospesa, instabile ma in equilibrio.
Queste architetture calviniane sono metafore di uno stile progettuale che oggi si ritrova nell'architettura biofilica, nelle costruzioni leggere, nei materiali riciclati e nelle soluzioni flessibili. La leggerezza è qui sinonimo di adattabilità: la capacità della città di modellarsi, di non opporsi all’ambiente ma di integrarsi con esso.
Leggerezza contro pesantezza: il peso delle città contemporanee
In opposizione a queste città leggere, Calvino presenta modelli urbani affaticati, carichi di materia e di senso. Leonia, ad esempio, vive nel culto del nuovo e del consumo, generando montagne di rifiuti che la minacciano dal passato. Leonia è la distopia del consumo: rappresenta l’apoteosi dell’insostenibilità: una società dove il nuovo rimpiazza il vecchio senza memoria, dove la produzione di rifiuti è celebrata come progresso. È la città pesante per eccellenza, dove l'accumulo sostituisce il ricordo, e il nuovo cancella il senso. È un monito attualissimo, se pensiamo alle città sommerse dai rifiuti, alle discariche invisibili, alla cultura dell’usa-e-getta.
Calvino non offre soluzioni, ma suggerisce una tensione: la leggerezza come forma di resistenza. Le città invisibili sono città che non pesano sul mondo, ma che lo sfiorano. In questo senso, la leggerezza diventa sostenibilità. Una sostenibilità che non si misura solo in chilogrammi di CO₂ evitati, ma in qualità del vivere, nella capacità di abitare il tempo e lo spazio con grazia e consapevolezza.
Verso un modello di sostenibilità narrativa
Rileggere Le città invisibili con occhi ecologici significa riconoscere che la sostenibilità non è solo tecnica, ma anche immaginativa. Le città di Calvino non sono reali, eppure ci parlano delle nostre città reali più di qualsiasi trattato di urbanistica. Ci offrono una grammatica della possibilità, un vocabolario alternativo per pensare l’abitare.
La leggerezza sostenibile è allora un atto creativo: progettare città che non sovraccarichino il pianeta, che non impongano la loro presenza, che non si dimentichino della fragilità del tempo e dello spazio. In un mondo pesante, la leggerezza è rivoluzionaria.
Uno degli snodi centrali è l’idea che la città sia un organismo vivente. In molte delle città descritte da Marco Polo, l’ambiente urbano si fonde con la memoria, con il desiderio, con il ciclo naturale. Questo approccio può essere letto come critica implicita alle città reali che, cresciute in modo disordinato, soffocano il territorio invece di respirare con esso. Città come Sofronia, costruita in due metà intercambiabili, o come Leonia, che ogni giorno butta tutto e si rinnova, parlano di spreco, di alienazione e di consumo sfrenato.
Al contrario, città come Zobeide, Armilla, Isidora, Diomira e Ottavia ci accompagnano nella scoperta del rapporto tra ciò che si cerca e ciò che si costruisce, spesso in una tensione tra il sogno e la sua delusione.
Zobeide, nasce dal desiderio comune di un sogno, eppure finisce per diventare una città chiusa, labirintica, dove la ricerca del sogno fallisce. Costruita per trattenere un sogno, ci parla del paradosso della memoria digitale: accumuliamo tutto, ma non ricordiamo nulla. La sostenibilità passa anche dalla capacità di selezionare, dimenticare, alleggerire.
Armilla, priva di porte, tetti e muri, è una città che sembra incompleta, ma invita a riflettere sul desiderio di un’architettura leggera, sensoriale e viva. Fatta solo di tubature, ci suggerisce un'estetica dell'essenziale. Mostra solo ciò che serve. È il design sostenibile: ogni pixel ha un senso, ogni funzione risponde a un bisogno reale.
Isidora, Diomira, Ottavia sono invece città costruite su desideri, sogni, equilibri sospesi. Non dominano lo spazio, lo ascoltano, offrono visioni di convivenza, di equilibrio sospeso.
In particolare, Ottavia, città ragnatela sospesa tra due montagne, diventa simbolo di una struttura urbana fragile ma possibile, in dialogo con la natura più che in competizione. Anche se molte di queste città sono paradossali o impossibili da realizzare, servono da specchio deformante per riflettere sui nostri modelli reali.
Nel suo celebre discorso “Lezioni americane”, Calvino attribuisce grande valore al concetto di “visibilità” come capacità di immaginare mondi alternativi. E Le città invisibili è proprio questo: una mappa di possibilità, un invito a pensare a città che non siano semplicemente costruite, ma “pensate” ecologicamente. Non si tratta di immaginare città perfette, ma città consapevoli, che non dimentichino il tempo, lo spazio, il limite.
La sostenibilità, nell’opera, non è mai un concetto tecnico ma un principio estetico e morale. È la tensione verso una convivenza armonica tra ciò che si costruisce e ciò che si conserva. In questo senso, il libro anticipa le riflessioni più moderne sull’urbanistica ecologica, sull’economia circolare, sulla città come ecosistema.
In un tempo come il nostro, dove la crisi climatica impone nuove visioni, rileggere Le città invisibili è un atto politico e poetico. Non ci offre soluzioni ingegneristiche, ma ci chiede di immaginare. Di desiderare città che non soffochino, ma respirino. Che non distruggano, ma dialoghino. Che non consumino, ma custodiscano.
In fondo, le città invisibili ci insegnano che abitare significa anche scegliere, limitare, disegnare relazioni autentiche. La città non è solo spazio, è racconto. E una città sostenibile è prima di tutto una narrazione condivisa. Quella narrazione che i primi gruppi di umani facevano quando si riunivano attorno al fuoco creando un legame sociale e culturale. Certo, la società nel suo insieme possiede una quantità maggiore di conoscenze - costruiamo automobili, computer e veicoli spaziali - ma in realtà ogni individuo ne sa di meno, chiuso nella sua narrazione individuale, quella che oggi chiamiamo INDIVIDUTOPIA.
Riconoscere l'inferno per salvarne la bellezza
Nel dialogo finale tra Marco Polo e Kublai Khan, l’esploratore dice:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere che e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Questa è la sfida più alta della sostenibilità: non disegnare città perfette, ma dare spazio a ciò che non è inferno. Riconoscere ciò che resiste, ciò che è vivo, leggero, possibile. E proteggerlo.
Conclusione
Le città invisibili di Calvino non raccontano utopie, ma illustrano mappe di possibilità, insegnandoci che la sostenibilità è innanzitutto un gesto poetico, un progetto morale, una scelta quotidiana.
Nel tempo della crisi climatica, delle metropoli energivore e delle tecnologie invisibili ma impattanti, abbiamo bisogno di questa immaginazione radicale. Per progettare città che non sovraccarichino il mondo, ma lo sfiorino con grazia.
La leggerezza non è fuga. È futuro.