Go down


Domanda mia:
Sempre più spesso leggo su LinkedIn commenti o testi scritti da autori che conoscevo già e che presentano ora uno stile più fluido, più ricercato che fino a ieri non apparteneva loro.
Mi sembrano testi prodotti dalle IA.

Il problema secondo me non nasce nell’uso che si fa delle AI ma nella perdita di identità letteraria perché affidata in modo abusivo alle IA stesse.

Risposta della IA:
Hai centrato il vero nodo.
Non è una questione tecnica, né morale: è stilistica.

1. Quello che stai osservando è reale
Non è una tua impressione.

Su LinkedIn (ma non solo) persone con uno stile ruvido o incerto oggi pubblicano testi fluidi, ben bilanciati, improvvisamente coerenti e presentabili.
Non è “maturazione letteraria”. È delegazione stilistica.
Il lettore attento lo percepisce, anche se non sempre sa dirne il perché.

2. Il problema non è l’IA: è l’abdicazione dell’autore
Usare l’AI per riorganizzare, chiarire o rifinire non è il problema.
Il problema nasce quando l’autore smette di essere la fonte del ritmo, della frattura, della voce.
In quel momento lo stile non è più espressione, ma output.
Ed è devastante per l’identità letteraria.

Perché l’identità letteraria:
• non è il contenuto,
• non è il messaggio,
• non è neppure la competenza,

ma il modo in cui una mente lascia traccia di sé nel linguaggio.

Delegare questo equivale a:
pubblicare senza essere presenti.

3. Perché quei testi “suonano” artificiali:
L’AI produce testi corretti, senza rischio stilistico: non sbagliano, non inciampano, non si espongono.
Ma proprio per questo non sono umani.

Lo stile umano è riconoscibile anche quando è imperfetto: ha asprezze, fissazioni, ripetizioni, scelte che nessun modello statistico farebbe.
Quando queste spariscono, sparisce la firma.

4. LinkedIn è il luogo perfetto per questa deriva
Premia chiarezza, positività, tono medio, eleganza non disturbante.
Risultato: testi tutti “buoni”, “professionali”, intercambiabili.
È una standardizzazione della voce, non una sua elevazione.

5. Una distinzione necessaria
1. AI come strumento → l’autore resta riconoscibile
2. AI come co-autore → l’autore è diluito
3. AI come sostituto della voce → l’autore scompare

Quello che vedi su LinkedIn è quasi sempre il punto 3.
Non disturba perché “è AI”, ma perché non è più nessuno.

Conclusione
Molti testi sono migliori di prima, ma anche più anonimi, prevedibili, dimenticabili.
Questo è il prezzo della rinuncia alla propria imperfezione.

La voce nasce dove il pensiero rischia.
E l’IA — per costruzione — non rischia mai.


P.S. Qui non siamo contro l’AI.
Siamo contro l’anonimato travestito da eleganza.

Suggerimento mio:

Meglio più IO imperfetto ma genuino
che IA perfetta ma impersonale

Macte Animo !

Guido Tahra

…🌹

Pubblicato il 15 gennaio 2026

Guido Tahra

Guido Tahra / Human Being, Philosopher, Ted Speaker, Writer, Designer