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L’emergenza si configura come un meccanismo di malafede collettiva durante il quale continuiamo a sperare di “tornare alla normalità”. Se ci piacesse la normalità, però, non avremmo bisogno delle emergenze per andare avanti. Abbiamo costruito una casa che non vogliamo abitare, quindi salpiamo per l’emergenza.

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Molto è stato detto sull’emergenza come metodo di governo: accentramento decisionale, velocità esecutiva, legittimazione popolare, eroificazione e riabilitazione di tecnici e politici, e così via. Un aspetto, però, è passato inosservato: la segreta attrazione che la mente comune nutre per essa. Se la moltitudine non fosse inconsciamente attratta dalla catastrofe, questa non si verificherebbe o non avrebbe seguito. Lungo questa pista, individuiamo una psicopatologia diffusa che somiglia alla sindrome di Stoccolma, ma su vasta scala. Per capire il rapporto profondo tra stato d’emergenza e normalità dobbiamo indagare come questi vengano recepiti dalla nostra psiche, cosa significhino per noi.

La nostra indagine deve partire dall’orizzonte in cui ci troviamo: il nichilismo. Approssimativamente, lo possiamo descrivere come l’assenza programmatica di qualunque valore autentico e progetto vitale che consentano all’uomo di realizzare i suoi autentici bisogni e le sue profonde aspirazioni. Il nichilismo è come un campo pieno di sale, sul quale non può crescere la vita. In un sistema nichilistico possono esserci, naturalmente, individui o gruppi non nichilisti, che fioriscono durante l’incendio. Questi, però, sono l’eccezione.

L’Occidente, privo di bussole autentiche e stregato dai mantra transumani, galoppa nel Vuoto: i suoi unici progetti a lungo termine sono anti-umani. Il transumanesimo (ideologia del turbocapitalismo digitale) non pone l’essere umano come fine delle sue pratiche e del suo volere, ma il meccanismo. Il campo in cui giochiamo è dunque alienato in partenza, come desumiamo dal mantra ubiquo l’intelligenza artificiale è il futuro. Nessuna menzione dell’uomo, che finisce a piè di pagina – ponte tra la bestia e il robot. L’animale razionale castra il suo logos consegnandosi definitivamente alla macchina. La trasvalutazione auspicata da Nietzsche non si è verificata, il paradigma dell’uomo-pulce si compie. I Paesi cosiddetti avanzati sono impegnati ad erigere l’Ultimo Idolo, per il resto si “naviga a vista”, o almeno così sembra.

Quando il nichilismo diventa la cifra di una civiltà, questa deve escogitare degli antidoti alla mancanza di senso della normalità: il funzionamento robotico e l’obbedienza alienante non si autolegittimano ad oltranza. L’emergenza è quindi l’antidoto all’insensatezza, alla banalità, alla bruttezza della normalità: rimette in moto il reale, spezza il grigiume quotidiano – dà la parvenza di uscire dal nichilismo con un nuovo senso. Per suscitare l’impressione del cambiamento non è necessario che l’evento scatenante sia positivo, anzi. Il nichilismo, per perpetuarsi, ha bisogno di emergenze che impediscano un autentico cambiamento.

La moltitudine agogna inconsciamente l’emergenza come narrazione collettiva che, almeno temporaneamente, le faccia dimenticare la totale assenza di senso (o il senso disumano) del sistema in cui è intrappolata. L’emergenza è l’accanimento terapeutico che consente la perpetuazione del nichilismo tramite finestre temporali che ne approfondiscano il solco. È la finta scialuppa di salvataggio nel naufragio dell’Occidente, la pillola in grado di farci deglutire la realtà dando un altro senso all’esistenza collettiva.

La verità più scomoda non è la singola emergenza, né la serie delle emergenze, quanto il fatto che la normalità non piaccia più a nessuno. L’emergenza si configura come un meccanismo di malafede collettiva durante il quale continuiamo a sperare di “tornare alla normalità”. Se ci piacesse la normalità, però, non avremmo bisogno delle emergenze per andare avanti. Abbiamo costruito una casa che non vogliamo abitare, quindi salpiamo per l’emergenza, ognuno col suo ruolo: spettatore, fanatico, critico, vittima, eroe, e così via.

Le vie d’uscita da questa impasse storica-esistenziale sono due: o si verifica l’emergenza finale che, per la sua gravità, inneschi un cambiamento di coscienza su vasta scala, o una nuova élite (umana) immagina e inizia ad attuare un mondo diverso.


Pubblicato il 03 aprile 2025