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L’errore non è un elemento accidentale della conoscenza, né un semplice inciampo nel percorso del pensiero, ma una manifestazione essenziale della condizione umana. Esso non rappresenta una mera privazione o un limite da colmare, bensì l’apertura stessa al divenire, il segno di un’intelligenza che si misura con l’incompletezza e con la necessità di trascendersi. Ogni atto cognitivo autentico si radica in questa dialettica tra ciò che è dato e ciò che può essere ripensato, tra la stabilità del sapere e la sua continua ridefinizione. Lungi dall’essere una deviazione dalla verità, l’errore ne costituisce il motore segreto: disarticola le certezze consolidate, introduce uno scarto nell’ordine del già noto e rende possibile l’emergere di nuove prospettive.


In questa prospettiva, l’errore non è un semplice deficit epistemico, ma un’interruzione feconda, un punto di frattura che obbliga a ripensare i criteri stessi della conoscenza. Mettendo in discussione le evidenze su cui si fonda il pensiero, l’errore sospende il consenso immediato e apre lo spazio per una mediazione critica. È attraverso il confronto con il proprio fallimento che il sapere si riorganizza, non come accumulo lineare, ma come movimento dialettico in cui ogni affermazione si modella a partire dalla sua stessa negazione.

Questa dinamica si riflette nella storia del pensiero, della scienza e delle istituzioni etiche, dove il superamento degli schemi precedenti non avviene per semplice progressione, ma attraverso crisi, rotture e rielaborazioni. La conoscenza non avanza per mera addizione di elementi, ma si trasforma ridefinendo i propri orizzonti, riformulando i presupposti su cui si fonda. L’errore, lontano dall’essere un’anomalia, è il principio strutturante di questa evoluzione: è ciò che spezza l’immobilità del sapere e lo costringe a ripensarsi, sfidando le proprie categorie e aprendosi a nuove configurazioni.

Pensare significa misurarsi con il limite, accettare la provvisorietà del proprio sguardo sul mondo e riconoscere nell’errore non un nemico da eliminare, ma una condizione imprescindibile del sapere umano. Non vi è autentica comprensione che non passi attraverso l’esperienza della crisi, né crescita intellettuale che non si nutra della capacità di rimettere in discussione ciò che appariva certo. L’errore, in questo senso, non è un ostacolo, ma la possibilità stessa del pensiero in atto.

L’Errore e l’Ordine del Sapere: Storia di una Costruzione

Ogni società ha stabilito, in epoche diverse, ciò che costituisce un errore e ciò che invece rientra nell’ordine della verità. Le categorie di normalità e devianza non sono dati oggettivi, ma risultano da configurazioni storiche che determinano quali discorsi possano essere accettati e quali, invece, debbano essere esclusi o marginalizzati. Michel Foucault ha mostrato come i sistemi di sapere e potere siano strettamente intrecciati. La conoscenza non è mai neutrale, ma è sempre accompagnata da meccanismi che disciplinano ciò che può essere detto e chi ha l’autorità per dirlo, è «l’insieme formato dai tipi di discorsi […] che [la società] accoglie e fa funzionare come veri; i meccanismi e le istanze che permettono di distinguere gli enunciati veri o falsi; le tecniche e i procedimenti che sono valorizzati per arrivare alla verità; lo statuto di coloro che hanno l’incarico di designare quel che funziona come vero» (Foucault, 1976, p. 118-119).

In testi come Storia della follia e Le parole e le cose, Foucault analizza i modi in cui la società ha costruito figure di esclusione, etichettando come errore ciò che metteva in crisi il suo assetto epistemico. Il folle, il criminale e il malato mentale non erano semplicemente individui che si discostavano da una norma oggettiva, ma rappresentavano minacce per l’ordine del discorso dominante. La loro emarginazione non rispondeva solo a esigenze di controllo sociale, ma era il risultato di un preciso sistema di veridizione: un insieme di pratiche che stabilisce cosa debba essere riconosciuto come vero e chi abbia il potere di stabilirlo.

La percezione dell’errore, dunque, si è trasformata nel tempo in base alle strutture concettuali prevalenti. Nel Medioevo, la trasgressione dell’ordine divino era considerata l’archetipo dell’errore, indissolubilmente legato al peccato. Con l’avvento della modernità, e in particolare con l’Illuminismo, l’errore assume una connotazione razionale: diventa il segno di una deviazione rispetto alla ragione universale, qualcosa da correggere attraverso il progresso del sapere. Tra Ottocento e Novecento, con l’ascesa della psichiatria e delle scienze sociali, l’errore si sposta sempre più sul piano della patologia: viene medicalizzato, inscritto in categorie cliniche e trattato come un’anomalia da normalizzare.

Attraverso il concetto di episteme, Foucault permette di comprendere come il confine tra verità ed errore non sia fisso né immutabile, ma risponda a logiche storiche precise. Ogni epoca costruisce i propri criteri di legittimità del sapere e ciò che viene considerato errore in un contesto può divenire verità in un altro. Questo significa che le categorie attraverso cui interpretiamo la realtà non sono universali, ma frutto di un intreccio di saperi, pratiche e istituzioni che plasmano il nostro modo di pensare e agire.

In questa prospettiva, l’errore non è mai un dato neutrale, ma il risultato di una rete di relazioni di potere che stabilisce cosa debba essere incluso nell’orizzonte della conoscenza e cosa, invece, debba esserne escluso. Decostruire le forme storiche dell’errore significa quindi mettere in discussione la presunta naturalità delle verità che ci appaiono evidenti, riconoscendo che ogni sapere è sempre situato all’interno di una configurazione di potere e che ciò che oggi appare come deviazione potrebbe, in futuro, rivelarsi il principio di una nuova possibilità di comprensione. 

L’Errore nell’era della complessità: Limite o Risorsa?

Nella contemporaneità, caratterizzata da interconnessioni pervasive e dinamiche di sapere in continua trasformazione, l’errore non può più essere concepito come un’anomalia da correggere. La conoscenza, in prima istanza pensabile come un sistema chiuso e autosufficiente, si configura invece come un processo collettivo, esposto a continue revisioni e soggetto a condizioni di instabilità. Il sociologo Piero Dominici, nelle sue analisi sulla complessità, evidenzia come l’errore non sia un accidente marginale, ma una componente strutturale dei sistemi sociali e cognitivi. In un mondo sempre più interdipendente, esso non rappresenta un semplice fallimento, ma un principio di trasformazione che consente di riconfigurare modelli e strutture consolidate.

Se in passato la ricerca della conoscenza si è spesso accompagnata all’aspirazione a una verità stabile e definitiva, oggi diventa evidente come ogni forma di sapere sia inevitabilmente situata e provvisoria. Il tentativo di neutralizzare l’errore attraverso tecniche di standardizzazione o automatismi decisionali, come quelli proposti dalle intelligenze artificiali, non elimina l’incertezza, ma la nasconde dietro l’illusione di un’infallibilità algoritmica. Tuttavia, la pretesa di un sapere perfetto, esente da contraddizioni e sempre verificabile, rischia di produrre una paralisi del pensiero critico e una crescente intolleranza verso l’imprevedibilità:

[...] la nostra civiltà iperconnessa si trova ad affrontare è che, ancora una volta, sono state reintrodotte narrazioni semplificate, riduzioniste e deterministiche per risolvere problemi che, al contrario, sono complessi, non lineari e non deterministici. Sono certamente tempi molto duri per chi si sforza di costruire strategie di lungo periodo, per chi è capace di riconoscere l'urgenza di creare una cultura della responsabilità e della prevenzione, per chi ha l'abitudine di studiare il su questa situazione emergente che, ormai da tempo, indipendentemente dalle sue molteplici sfumature, si configura essenzialmente come una crisi di pensiero. (P. Dominici, 2024, p. 148)

L’errore, dunque, non è un ostacolo da rimuovere, ma il segnale di una tensione tra stabilità e mutamento, tra ordine e apertura al possibile. Nella misura in cui disarticola certezze consolidate, esso si rivela un motore di evoluzione epistemica, favorendo il superamento di modelli interpretativi divenuti inadeguati. Questa prospettiva permette di ripensare il sapere non come accumulo di verità definitive, ma come un processo in costante ridefinizione, dove la revisione critica e la capacità di rielaborare le proprie concezioni diventano condizioni imprescindibili per ogni autentico avanzamento.

In una società che tende sempre più a minimizzare il margine di errore, cercando di prevedere e controllare ogni aspetto del reale, si assiste a una progressiva riduzione della capacità di accettare l’incertezza e il fallimento come elementi costitutivi dell’esperienza umana. Il pensiero filosofico, in questo contesto, non ha il compito di offrire risposte definitive, ma di sviluppare strumenti per navigare nell’indeterminatezza. Piuttosto che eliminare l’errore, occorre imparare a farne uso, a interrogarlo, a trasformarlo in occasione di crescita e di apertura a nuove possibilità di comprensione.

Se la conoscenza è un processo sempre incompiuto, la filosofia deve farsi carico di questa condizione e assumere l’errore non come un limite da superare, ma come il luogo stesso in cui il pensiero si esercita nella sua funzione più autentica: quella di rimettere in discussione le proprie certezze, di riconoscere il proprio carattere fallibile e di generare, attraverso questa crisi, nuove forme di sapere e di esperienza.

Conclusione

Si afferma spesso che l’errore è intrinseco alla natura umana, ma questa constatazione racchiude un’intuizione più radicale: l’errore non è solo una caduta, ma un principio generativo del pensiero e dell’esperienza. L’uomo, in quanto finito, non possiede accesso a una conoscenza assoluta; tuttavia, proprio questa condizione di limitatezza si rivela il punto d’avvio per un movimento incessante di interrogazione e trasformazione.

La polisemia del verbo "errare" suggerisce due traiettorie speculative. Da un lato, indica il fallire, il discostarsi da una norma predefinita e incorrere in uno scarto rispetto a ciò che viene considerato corretto. In questa accezione, l’errore rivela le tensioni interne a ogni sistema di sapere e diventa occasione per decostruire le certezze, mostrando che la verità non è mai data una volta per tutte. Dall’altro lato, errare significa vagare, muoversi senza una direzione rigidamente prescritta, aprendosi all’imprevisto e al possibile. In questa prospettiva, il pensiero stesso si configura come un’esplorazione erratica, non finalizzata al raggiungimento di un punto fermo, ma all’ampliamento degli orizzonti del conoscibile.

Se smettiamo di pensarlo come un difetto da correggere, l’errore emerge come una condizione strutturale della conoscenza e un principio di apertura: non si limita a segnalare le lacune di un paradigma, ma permette di oltrepassarlo, forzando il pensiero a ripensarsi. In una realtà caratterizzata dall’indeterminatezza e dall’intreccio di sistemi complessi, ogni verità è sottoposta a continua revisione: il sapere non avanza per accumulo lineare, ma attraverso fratture, crisi e rielaborazioni.

In questo contesto, la filosofia non è chiamata a eliminare l’errore o a risolvere problemi secondo schemi predeterminati; piuttosto, il suo compito è quello di mantenere aperta la possibilità di porre nuove domande, di destabilizzare l’ovvio e di trasformare l’incertezza in un campo fertile di ricerca. Non si tratta di correggere per stabilizzare, ma di abitare il margine dell’errore come spazio di libertà e di rinnovamento critico.

L’essere umano, dunque, non è semplicemente un soggetto che sbaglia, ma un essere che, attraverso l’errore, si espone a un processo di continua reinvenzione. Nell’incrocio tra il fallimento e il vagabondare, tra il limite e la possibilità, si dischiude la vera natura della conoscenza e del suo stesso essere: non una conquista definitiva, ma un cammino che si costruisce nel movimento, nell’apertura e nella costante messa in discussione di sé.


Riferimenti bibliografici

  • Canguilhem, G. (1996). Il normale e il patologico. Feltrinelli, Milano.
  • Dominici, P. (2023). Oltre i cigni neri. L'urgenza di aprirsi all'indeterminato. FrancoAngeli, Milano.
  • Dominici, P. (2024) Proprietà emergenti, FrancoAngeli, Milano.
  • Foucault, M. (2020). Le parole e le cose. Bur, Milano.
  • Foucault, M. (2003). Sorvegliare e punire. Einaudi, Torino.
  • Foucault, M. Intervista a Michel Foucault, del 1976 da A. Fontana e P. Pasquino, cit. in G. Guadagni, Regimi di verità in Michel Foucault, Materiali foucaultiani, a. V, n. 9-10, gennaio-dicembre 2016, pp. 107-126, p. 118-119.
  • Morin, E. (1993). Introduzione al pensiero complesso. Sperling & Kupfer, Milano.

 

 

 

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Pubblicato il 18 marzo 2025