Nel lessico lacaniano, il Fantasma non è un'illusione che nasconde la verità, ma la struttura stessa che organizza la realtà del soggetto, proteggendolo dall'incontro traumatico con il Reale — l'orrore indifferenziato, ciò che non può essere addomesticato dal linguaggio. Nel contesto israeliano, il Reale è la materialità strutturale dell'occupazione e della guerra asimmetrica: la carne del non-combattente, la polverizzazione del tessuto urbano, l'asimmetria radicale della forza. Se la coscienza civile incontrasse questo Reale senza filtri, l'Io ideale della nazione – la democrazia liberale, l'avanguardia dei diritti nel Medio Oriente – crollerebbe per frammentazione psichica.
Il testo dottrinale dell'IDF — Ruach Tzahal, lo Spirito dell'IDF — opera esattamente come la trama del Fantasma: interpone uno schermo linguistico e burocratico tra l'occhio del cittadino-soldato e la carne della vittima. La purezza delle armi, Tohar HaNeshek, ovvero il dogma etico che imporrebbe all'IDF l'uso della forza nei soli limiti della necessità militare e della tutela dei non-combattenti, si trasforma così da imperativo morale a dispositivo di immunizzazione.
In questo senso, l’IDF – di cui l’apparato giuridico costituisce lo scheletro strutturale – si configura come il punto di osservazione privilegiato per decodificare l'intero sistema-paese. L'analisi della giurisprudenza militare è fondamentale perché non rappresenta un mero orpello burocratico: essa opera come la Costituzione materiale dello Stato che normalizza l'eccezione, agisce come il mediatore formale che risolve l'ossimoro identitario tra democrazia liberale e occupazione, e costituisce l'infrastruttura normativa indispensabile per standardizzare e rendere esportabile la violenza algoritmica sul mercato globale.
Non siamo infatti di fronte a una forza armata separata dal corpo sociale, ma al nucleo originario in cui lo Stato di Israele si forma e affonda le su radici più profonde. È nel tempo della leva obbligatoria che si forgiano i rapporti di prossimità e di cameratismo che daranno vita all'intera impalcatura sociale ed economica della nazione. Il capitalismo tecnologico israeliano – le grandi aziende del tech e della cybersicurezza che competono su scala globale – non nasce esclusivamente nelle università, ma germina direttamente dagli incontri e dalle sinergie tra soggetti all'interno delle unità militari.
L'esercito agisce storicamente come il principale catalizzatore dell'unità nazionale, l'unico dispositivo in grado di cementificare e tenere insieme una società frammentata da profonde differenze interne culturali, geografiche, economiche e politiche altrimenti insanabili. Ed è precisamente per questa sua natura di baricentro totale che l'IDF rappresenta oggi il potenziale punto di rottura dell'intero sistema.
La faglia sociale più pericolosa non è solo esterna, ma si colloca all'interno del patto di cittadinanza militare, e ha il volto della comunità ultraortodossa, gli Haredim. La loro storica esenzione dal servizio militare, un tempo tollerata come eccezione numericamente marginale, si scontra oggi con tassi di crescita demografica verticali che renderanno questa componente politicamente determinante nelle prossime generazioni. Nel momento in cui la forza demografica trainante del paese rifiuterà in massa di integrarsi nel dispositivo militare, non assisteremo a una semplice crisi di reclutamento, ma al collasso del pilastro fondativo dell'identità collective. Se l'IDF è l'anestetico che purifica la violenza e unifica il corpo sociale, la sottrazione di una parte decisiva della popolazione da questo rito di passaggio rischia di spezzare il simulacro dell'unità nazionale, esponendo le contraddizioni etiche e politiche che l'apparato ha protetto per ottant'anni.
Questa mappatura diventa allora una chiave di accesso per decodificare due nodi altrimenti incomprensibili: come sia possibile giustificare internamente una violenza di questa portata e per quale motivo le critiche internazionali falliscano sistematicamente nel fare breccia nel discorso pubblico e nella sensibilità etica, e di qui politica, israeliana.
Il dispositivo dottrinale opera infatti come un sistema pneumatico, chiuso e impermeabile, che disinnesca l'efficacia della critica esterna attraverso due movimenti precisi. In primo luogo il rigetto della colpa per iper-regolamentazione. Di fronte alle denunce di violazioni dei diritti umani, l'opinione pubblica e i vertici militari non reagiscono con il cinismo di chi sa di violare la legge, ma con la certezza formale di chi la sta applicando. Non è ipocrisia: quando il diritto internazionale vede il massacro di un non-combattente, il filtro dottrinale ha già tradotto il corpo della vittima in un parametro di danno collaterale pre-calcolato o in una raccomandazione algoritmica validata. La violenza è accettata perché è stata interamente tradotta in procedura amministrativa. In seconda battuta si attiva l’immunizzazione alla pressione etica. Le critiche esterne non penetrano la coscienza civile perché parlano una lingua — quella del diritto internazionale universale — che l'apparato ha già squalificato e sostituito con la propria versione iper-formalizzata della legalità. Se l'atto cinetico è coperto da un protocollo approvato da filosofi e giuristi interni, la contestazione che arriva da fuori viene immediatamente rubricata a propaganda ostile o a incomprensione tecnica delle dinamiche di una guerra asimmetrica.
A queste due dinamiche tecno-giuridiche si sovrappone, blindandole sul piano emotivo, la condizione crescente di vittimismo ipertrofico che caratterizza in modo crescente la società israeliana. Non vi è qui lo spazio per sviscerare lo statuto epistemologico della vittima — un nodo cruciale che ho già trattato nei miei precedenti scritti a partire dalla lezione di Daniele Giglioli e la sua Critica della vittima. È tuttavia evidente come questa postura agisca come l'infrastruttura psichica dell'anestetico: il soggetto che si auto-percepisce come vittima assoluta è costitutivamente impossibilitato a riconoscersi nella posizione del carnefice. Qualsiasi accusa esterna viene neutralizzata prima ancora di essere compresa, rigettata come un ulteriore tentativo di persecuzione. Un aspetto decisivo, questo, che mi riprometto di indagare nei prossimi studi.
In altri termini, il blocco dell'angoscia morale elimina l'unico vero fattore in grado di imporre una deviazione politica: la crisi di coscienza collettiva. Finché l'anestetico tiene e la percezione del trauma viene dissolta nell'asettica efficienza dell'apparato, non può generarsi alcuna spinta interna verso un cambio di strategia nei confronti delle vittime civili. La distruzione può così continuare a ripetersi come un mero automatismo amministrativo, perfettamente protetto dal collasso etico della società che lo esegue.
Per mappare la traiettoria storica della violenza asimmetrica dello Stato israeliano, è necessario far collidere la sfera del simbolico con la durezza del Reale. È in questa frattura tra il simbolico e il Reale che si definisce lo statuto dell'inconscio geopolitico: non una categoria psicologica astratta ma la struttura di rimozione collettiva e istituzionale attraverso cui un soggetto politico gestisce la contraddizione tra la propria autopercezione morale e la materialità della sua prassi cinetica.
L’IDF ha fondato il proprio mito istituzionale sul concetto di Tohar HaNeshek, la purezza delle armi, presentandosi storicamente come l’esercito più morale del mondo. Questa autopercezione conscia costituisce l'apice del costrutto simbolico. Da qui, il retroterra rimosso riemerge ogni volta che la natura strutturalmente asimmetrica e iper-urbanizzata del conflitto contemporaneo costringe l'istituzione a produce violenza su larga scala contro bersagli civili.
La distanza tra l'etica formale dei manuali di condotta e la prassi sul terreno non è un semplice malfunzionamento operativo, ma la faglia in cui l'inconscio geopolitico opera. Si tratta di una tensione costante in cui il testo dottrinale deve continuamente espandersi, modificarsi e burocratizzarsi. Questo processo è vitale per evitare che il rimosso materiale — il numero di vittime civili — distrugga il simulacro morale su cui si regge il consenso interno e internazionale, nonché la tenuta complessiva della psiche dei suoi cittadini-combattenti.
Il discorso ufficiale del potere militare non serve più a spiegare la contingenza strategica, ma a paralizzare il pensiero critico attraverso la proiezione di simulacri etici. Il codice etico dell'IDF funziona oggi come un brand istituzionale svuotato del suo senso originario: l'istituzione mantiene intatta la bandiera della propria eccezionalità morale purché i singoli soldati e comandanti obbediscano a un protocollo invisibile di normalizzazione del danno collaterale.
Il linguaggio dottrinale subisce così una torsione perversa. Termini cardine del Diritto Internazionale Umanitario come proporzionalità, distinzione e necessità militare vengono riscritti: non per limitare l'uso della forza, ma per permettere all'apparato di esercitarla su contesti densamente popolati senza incrinare la narrazione della propria legittimità originaria.
Per comprendere l'evoluzione trentennale dell'etica politica israeliana e il suo recente approdo all'automazione computazionale del danno, è necessario saldare la cronologia degli eventi a un metodo ermeneutico. Le trasformazioni del Ruach Tzahal, la dottrina del trasferimento del rischio e l'impiego di intelligenze artificiali non sono accidenti storici isolati, ma le manifestazioni materiali di una precisa riconfigurazione dei concetti di sovranità, violenza e responsabilità statale. Attraverso le lenti del pensiero critico l'architettura etica dell'IDF si svela non come un limite all'esercizio della forza, ma come il dispositivo fondamentale per la sua perpetuazione e legittimazione.
Nella tesi classica di Carl Schmitt, il sovrano è colui che decide sullo stato di eccezione. La traiettoria storica israeliana opera tuttavia una torsione inedita su questo assunto: di fronte alle sfide della guerra asimmetrica e dell'occupazione prolungata, lo Stato non sceglie la via schmittiana della sospensione della norma, bensì quella della sua iper-estensione legale. È la colonizzazione giuridica dell'area di faglia, operata dal ruolo sacerdotale dell'International Law Department. Attraverso la proliferazione di sotto-regolamenti e interpretazioni elastiche del Diritto Internazionale Umanitario – si pensi a concetti come l'avvertimento preventivo o la ridefinizione delle infrastrutture dual-use, a doppio uso – il giurista militare stira i confini della legalità formale fino a farvi rientrare la distruzione sistemica. L'eccezione non è più l'opposto della norma, ma viene integralmente giuridicizzata, trasformandosi nel codice operativo standardizzato dell’istituzione.
Ma questa iper-estensione della norma schmittiana non è un mero esercizio teorico di palazzo: essa è il presupposto strutturale che produce e legittima quella che Walter Benjamin, nel suo saggio sulla critica della violenza, definiva “violenza che conserva il diritto”. La forza impiegata sul terreno non si manifesta come arbitrio o rottura, ma come la forza necessaria a proteggere l'ordine costituito e le frontiere normative che garantiscono il monopolio statale della legittimità. Il testo del Ruach Tzahal e il mito del Tohar HaNeshek agiscono precisamente come questa sovrastruttura estetica e mitica benjaminiana. Essi estraggono l'atto bellico dalla sua bruta materialità distruttiva e lo ricollocano in un orizzonte di necessità etica e di superiorità morale autoproclamata, neutralizzando preventivamente nell'inconscio geopolitico collettivo l'immagine dell'IDF come forza occupante o coloniale.
Tuttavia, affinché questa violenza che conserva il diritto possa tradursi in prassi ed essere concretamente eseguita sul campo, il mito benjaminiano deve farsi ingranaggio operativo: ha bisogno, cioè, del meccanismo della burocratizzazione della colpa e dell'irresponsabilità organizzata. Smontando l’atto militare del bombardamento o del presidio in una catena di flussi amministrativi, l'apparato dissolve la percezione del trauma morale nell'asettica efficienza del protocollo, consentendo al singolo operatore di eseguire la distruzione preservando intatto il proprio Io ideale.
La dottrina dell'IDF, nel corso dei suoi trent'anni di evoluzione, è stata scientificamente progettata per attivare questi specifici cuscinetti sociologici. Strutturando la catena di comando attorno a una sequenza infinita di validazioni legali, parametri di danno collaterale pre-calcolati e, infine, raccomandazioni algoritmiche, l'istituzione opera una radicale dissociazione tra l'azione cinetica e la coscienza del soldato.
La dottrina serve esattamente a questo: a far sentire il soldato al riparo dal Reale perché ha seguito una procedura validata a monte, anche da filosofi morali, come Asa Kasher, e da giuristi accreditati. Il pilota e l'artigliere premono il pulsante di sgancio non perché privati di moralità, ma perché la loro moralità è stata interamente appaltata a un protocollo istituzionale. L'ingegneria dottrinale dell'IDF agisce come un anestetico etico industriale: essa converte la scelta tragica sul destino del non combattente in un mero atto amministrativo iper-regolamentato, dissolvendo la percezione del trauma morale nell'asettica efficienza dell'apparato.
Questa vera e propria religione del diritto trova la sua sanzione sociologica più macroscopica – e apparentemente paradossale – nelle dinamiche della politica interna israeliana. La prova empirica della riuscita scissione della coscienza operata dal dispositivo è incarnata dalla figura del giovane soldato o riservista contemporaneo. Ci si trova di fronte al corto circuito cognitivo di operatori militari che, durante il servizio attivo, eseguono protocolli di bombardamento urbano a Gaza che decimano il tessuto civile, per poi svestire l'uniforme nel fine settimana e scendere in piazza a Tel Aviv per manifestare contro il governo Netanyahu, accusato di violare lo Stato di diritto, di minare l'indipendenza della Corte Suprema e di corrompere la democrazia israeliana.
Lungi dall'essere una forma di cinica ipocrisia cosciente, questo sdoppiamento è il capolavoro del Fantasma della Purezza. Il soldato non avverte alcuna contraddizione tra la distruzione cinetica esercitata sul campo e la militanza democratica professata nelle piazze della madrepatria. All'interno di questo orizzonte psichico la legalità interna, intesa come lo Stato di diritto difeso contro Netanyahu, è il nucleo sacro che garantisce l'identità del soggetto come cittadino illuminato, liberale e occidentale, mentre la legalità esterna, ossia la violenza amministrata a Gaza, è già stata interamente purificata e asetticamente vidimata dall'apparato tecno-giuridico dell'esercito.
Poiché la bomba è stata sganciata seguendo un iter burocratico formale, validato da algoritmi e consulenti legali, quell'atto di distruzione non intacca l'Io ideale del cittadino-soldato. La violenza asimmetrica viene espulsa dalla categoria del crimine o della colpa e derubricata a operazione amministrativa di difesa. Il soldato può così manifestare per la purezza della legge in patria proprio perché è convinto che la stessa legge, applicata in modo impeccabile dall'IDF, lo abbia assolto in anticipo sul campo di battaglia.
Questo medesimo sdoppiamento psichico, che permette la coesistenza tra la militanza democratica interna e la distruzione cinetica a Gaza, trova la sua estensione simmetrica e quotidiana nel teatro operativo della Cisgiordania. In questo spazio geografico frammentato, il Fantasma della Purezza non si serve dell'automazione algoritmica, ma di una micro-regolamentazione giuridico-amministrativa che anestetizza la coscienza del soldato di fronte a una prassi di occupazione diretta, alla neutralizzazione di civili e alla protezione sistemica delle violenze dei coloni.
All'interno di questo orizzonte, l'atto di sparare su un civile palestinese o di fare da scudo militare all'aggressione di un colono nazionalista non viene percepito dal soldato come una violazione del proprio codice etico. Il dispositivo opera qui attraverso una scissione ontologica dello spazio e del diritto.
La codificazione della minaccia vede le regole di ingaggio in Cisgiordania progressivamente adattate dalla dottrina per ridurre a zero la soglia della percezione del pericolo. Il lancio di una pietra o la semplice presenza in un'area interdetta subiscono una torsione semantica nei manuali operativi, venendo equiparati ad atti di guerra asimmetrica. Il civile palestinese colpito viene così istantaneamente espulso dalla categoria semantica di civile e registrato nella coscienza del soldato come minaccia imminente.
La legalizzazione dell'omissione si manifesta quando l'IDF interviene per proteggere i coloni durante le incursioni contro i villaggi palestinesi: il soldato non si sente complice di un crimine comune. L'apparato tecno-giuridico ha strutturato un'architettura di ordini militari in cui l'autorità del soldato è configurata per operare esclusivamente sulla popolazione araba, mentre la condotta dei cittadini israeliani, i coloni soprattutto, è demandata alla giurisdizione civile della polizia. Questa parcellizzazione burocratica della competenza legale permette al soldato di assistere o cooperare all'aggressione con la certezza formale di adempiere a un protocollo di sicurezza.
Il capolavoro del Fantasma consiste nel trasformare la complicità con la violenza ideologica dei coloni in un asettico compito di mantenimento dell'ordine e protezione dei cittadini dello Stato.
In questo modo, la Cisgiordania diventa il laboratorio in cui il diritto non viene violato, ma utilizzato come un'arma di segregazione. Il soldato che pattuglia Hebron o presidia un checkpoint a Nablus può continuare a considerarsi parte dell'esercito più morale del mondo e un cittadino liberale e illuminato. Ai suoi occhi, la violenza che esercita quotidianamente o l'ingiustizia che copre non sono frutti di una scelta morale arbitraria, ma la rigida e necessaria esecuzione di un'ordinanza militare che lo solleva da ogni colpa soggettiva, garantendo la persistenza del suo Io ideale.
Mappare la tenuta di questo anestetico contemporaneo impone tuttavia un passo ulteriore: abbandonare la superficie della contingenza militare per scendere nella carne viva dell'archeologia giuridica. L'atto di forza e la asimmetria della violenza statale non sono accidenti esterni o degenerazioni che violano la legge, ma la struttura fondamentale che il diritto si porta dentro fin dal principio, come suo codice genetico, suo arché e condizione stessa di possibilità.
Svelare la natura strutturale di queste antinomie significa dimostrare l'impossibilità di risolvere la crisi etica israeliana attraverso i suoi stessi strumenti giuridici: la violenza non è l'opposto del diritto, ne è la matrice originaria.