Go down

Questa mattina, mentre attraversavo la città in sella allo scooter (momento meraviglioso per pensare), mi è venuto in mente che il termine "artificiale" ha sempre avuto, fino a un po' di tempo fa, una connotazione non propriamente positiva. Allora sono andato a cercare con la memoria usi del termine: paradisi artificiali, fiori artificiali, ecc. Poi, fermo ad un semaforo, mi sono detto: "vedi, però, come cambia la percezione collettiva del linguaggio, eh? Oggi con l'AI la parola è diventata una bella parola. - sì, d'accordo, parto, scusa, scusa - era venuto verde".

Beh, com'è come non è, come ormai faccio sempre, tornato a casa ho aperto Perplexity (versione Claude 4.5) e ho cominciato a conversare con lui/lei/esso su queste riflessioni, che, come al solito, si sono espanse, dilatate, trasformate, arricchite. Ed allora, sempre come mio solito, con la conversazione con Perplexity sotto il braccio (per modo di dire), ho bussato alla porta di Claude (in una smagliante e scintillante versione Opus 4.6), con cui, in due o tre passaggi, ho scritto (?), generato, prodotto, il testo che segue.

Come vedrete sono nella contraddizione con tutte le scarpe.


Per capire cosa si muove davvero dentro l'espressione "intelligenza artificiale" bisogna fare un passo indietro e guardare i due termini separatamente, nella loro vita prima dell'incontro. Perché sono due parole con storie opposte, e il modo in cui si sono trasformate a vicenda non è un fatto linguistico neutro. È un'operazione — e come ogni operazione, ha dei beneficiari e dei costi nascosti.

La parola sospetta

"Artificiale" viene dal latino artificialis, a sua volta da artificium: ciò che è fatto con arte, prodotto dall'opera umana in contrapposizione al naturale. Già in Dante compare questa opposizione: artificiale è tutto ciò che l'uomo fabbrica, distinto da ciò che la natura genera.

Ma l'etimologia, da sola, mente per omissione. Perché nel corso dei secoli "artificiale" non ha semplicemente indicato il prodotto umano — ha accumulato un campo semantico sistematicamente sospettoso. I dizionari italiani, ancora oggi, gli affiancano come sinonimi: falso, falsificato, contraffatto, fittizio, finto, innaturale, forzato, artefatto, artificioso, calcolato, ingannevole, manierato. Non sono sfumature accidentali. Sono il sedimento di secoli di esperienza collettiva — la lingua che registra, con la precisione lenta e democratica che le è propria, una diffidenza verso tutto ciò che imita il naturale senza esserlo.

E gli usi storici confermano questa diffidenza. I fiori artificiali del Seicento e del Settecento, per quanto fossero manufatti raffinati in seta e pietre preziose, restavano imitazioni: il termine ne marcava l'inferiorità rispetto al fiore vero, che appassisce ma profuma. I coloranti artificiali alimentari, a partire dalla metà dell'Ottocento, suscitarono quasi immediatamente preoccupazioni sanitarie — il corpo collettivo percepiva che qualcosa di fabbricato, introdotto dove dovrebbe esserci il naturale, porta con sé un rischio. Le fibre artificiali — la "seta artificiale" brevettata nel 1884, poi il nylon nel 1935 — portavano nel nome stesso lo stigma del surrogato.

"Artificiale", in breve, arriva alla metà del Novecento come il termine del quasi: quasi vero, quasi buono, quasi autentico. Mai del tutto. Sempre con un'ombra.

I dizionari lo sapevano. La lingua lo sapeva. Chiunque aprisse un vocabolario lo trovava scritto: artificiale significa, tra le altre cose, ingannevole.

La parola sacra

"Intelligenza" compie il percorso opposto.

La parola viene dal latino intelligere, composto di inter (tra) e legere (leggere, cogliere): leggere tra le cose, penetrare oltre la superficie, afferrare ciò che non è immediatamente visibile. Non è un caso che la radice sia la stessa di "leggere": l'intelligenza, nella sua origine, è un atto di lettura profonda del reale.

Nel pensiero greco, il nous — la facoltà che più si avvicina a ciò che noi chiamiamo intelligenza — non è semplicemente la capacità di calcolare o di risolvere problemi. Per Aristotele, il nous è la facoltà che coglie i principi primi, gli assiomi indimostrabili da cui procede ogni ragionamento. È la forma più alta del pensiero, quella che tocca le cose stesse nella loro essenza. E soprattutto: è inseparabile dall'esperienza di chi la esercita. Il nous non è una funzione astratta — è il nousdi qualcuno, radicato in un soggetto che vive, percepisce, soffre, sceglie.

La tradizione scolastica medievale eredita e approfondisce questo legame. L'intellectus — da intus legere, leggere dentro — diventa la facoltà con cui l'uomo partecipa, per quanto limitatamente, dell'intelligenza divina. Tommaso d'Aquino distingue con cura l'intellectus dalla ratio: la ratio è il ragionamento discorsivo, il procedere passo dopo passo da premessa a conclusione; l'intellectus è l'intuizione diretta del vero, il lampo che precede e fonda il ragionamento. La ratioè il cammino. L'intellectus è la vista.

Ma c'è un aspetto ancora più importante, che attraversa tutta la storia del concetto: l'intelligenza è sempre stata legata alla responsabilità. Chi comprende, risponde di ciò che comprende. Nel diritto romano, l'intelligentia della legge obbliga chi la possiede: non puoi dire "non sapevo" se avevi i mezzi per capire. Nella teologia cristiana, l'intelletto è un dono che impone un dovere — la parabola dei talenti non parla d'altro. Nella filosofia morale kantiana, la ragione è ciò che rende l'uomo soggetto morale: autonomo, e dunque imputabile.

L'intelligenza, in altre parole, non è mai stata una funzione isolata. È sempre stata un nesso: tra comprensione e responsabilità, tra capacità e dovere, tra il soggetto che conosce e il mondo di cui deve rendere conto. Non è un caso che nel linguaggio giuridico e militare del Novecento — i test del QI, l'intelligence come informazione strategica — il termine si secolarizzi ma non perda il suo alone di eccezionalità. Cambia padrone: dalla teologia alla psicometria, dalla filosofia ai servizi segreti. Ma resta il termine-scudo dell'eccezionalismo umano. L'intelligenza è ciò che, in ultima istanza, ci definisce come specie.

È con tutto questo peso — millenni di profondità filosofica, di legame con la responsabilità, di irriducibilità al meccanismo — che la parola arriva all'estate del 1955.

La collisione

In quell'estate, un gruppo di ricercatori americani prepara una proposta di finanziamento alla Rockefeller Foundation per un seminario estivo al Dartmouth College, nel New Hampshire. L'idea è riunire chi lavora su una possibilità ancora nebulosa: far compiere alle macchine operazioni che, se compiute da un essere umano, verrebbero definite "intelligenti". I proponenti sono il matematico John McCarthy, l'informatico Marvin Minsky, l'ingegnere Nathaniel Rochester e il teorico dell'informazione Claude Shannon. Hanno bisogno di un nome per il loro progetto.

McCarthy sceglie Artificial Intelligence.

Non è una scelta ingenua. McCarthy vuole distinguere il suo campo dalla cibernetica di Norbert Wiener, il paradigma dominante dell'epoca, e vuole un nome che attiri attenzione e fondi. "I had to call it something, so I called it 'Artificial Intelligence'", ammetterà più tardi — dovevo pur chiamarla in qualche modo. La conferenza si terrà l'estate successiva, nel 1956, e quel nome battezzerà un intero campo del sapere.

Il punto, però, non è McCarthy. McCarthy non è il cattivo di questa storia. È il sintomo di un modo di pensare — ingegneristico, funzionalista, perfettamente indifferente alla dimensione semantica delle parole. Per un ingegnere, un nome è uno strumento: serve a indicare una cosa, a ottenere un finanziamento, a marcare un territorio accademico. L'idea che un nome porti con sé secoli di storia, che le parole trasformino ciò che toccano, che battezzare un campo del sapere sia un atto con conseguenze cognitive profonde — tutto questo è semplicemente fuori dal suo orizzonte. Non è che lo neghi. Non lo vede. E questa inconsapevolezza è, in sé, ideologica. Non l'intenzione — l'inconsapevolezza.

Perché nel momento in cui "artificiale" e "intelligenza" vengono accostati, accade una doppia trasmutazione che nessuno ha pianificato ma di cui tutti subiamo gli effetti.

"Artificiale" viene nobilitato. Accostato a "intelligenza", smette di evocare il falso, il surrogato, il quasi. Diventa frontiera, possibilità, promessa.

Ma simultaneamente "intelligenza" viene svuotata. Accostata ad "artificiale", smette di essere la facoltà irriducibile dell'umano — quella che per Aristotele coglieva i principi primi, che per Tommaso era intuizione del vero, che per Kant fondava l'autonomia morale, che nel diritto rendeva il soggetto imputabile — e diventa un processo replicabile, una funzione, un meccanismo.

Se l'intelligenza può essere artificiale, allora non è più ciò che ci definisce. Non è più legata al soggetto che la esercita, alla responsabilità di chi comprende. È un prodotto. E come ogni prodotto, può essere fabbricato, venduto, posseduto, estratto. L'intelligenza perde non solo profondità — perde imputabilità. Nessuno risponde di ciò che un'intelligenza artificiale "comprende", perché la comprensione stessa è stata ridefinita come funzione senza soggetto.

I due termini si decontaminano a vicenda in superficie — ed è per questo che il nome funziona così bene come etichetta. Ma in profondità si contaminano: l'artificiale acquista una dignità che non ha ancora guadagnato, l'intelligenza perde una profondità che non avrebbe dovuto cedere. Non è una sintesi. È una transazione asimmetrica mascherata da sintesi.

E il mascheramento è il dispositivo ideologico.

Un secolo prima: il poeta che aveva già capito (quasi ) tutto

Per comprendere cosa quell'atto di nominazione ha messo in moto, bisogna tornare indietro di quasi un secolo, a un'opera che apparentemente non c'entra nulla.

Nel 1860, Charles Baudelaire pubblica Les Paradis artificiels — I paradisi artificiali. Non è un libro sulle droghe, o almeno non è solo un libro sulle droghe. È un'analisi condotta con precisione chirurgica di cosa accade quando un soggetto umano delega l'espansione della propria coscienza a un dispositivo esterno — in quel caso, l'hashish e l'oppio.

L'osservazione centrale di Baudelaire è questa: la sostanza non crea nulla. Amplifica ciò che il soggetto già porta in sé. Il consumatore crede di accedere a una visione superiore, a un'intelligenza espansa, ma sta ricevendo indietro una versione distorta e incontrollabile del proprio materiale psichico. Il soggetto sotto hashish, scrive Baudelaire, n'est que le même homme augmenté — non è che lo stesso uomo aumentato.

Lo stesso uomo. Non uno migliore. Non uno più intelligente. Lo stesso, amplificato da un dispositivo che non controlla e che gli restituisce i suoi stessi contenuti in una forma che scambia per rivelazione.

La formula è fulminante, e in bocca a un poeta del 1860 suona come una profezia involontaria: lo stesso uomo aumentato. Tradotta nel gergo contemporaneo, potrebbe essere lo slogan di qualunque prodotto di intelligenza artificiale generativa. E questa coincidenza non è casuale — è strutturale.

Il paradiso è "artificiale" non perché sia falso in senso banale. È artificiale perché l'agency è illusoria: il soggetto crede di essere l'autore dell'esperienza, ma ne è il materiale grezzo. La sostanza è il vero autore. E Baudelaire, con la lucidità spietata che gli è propria, pronuncia il suo verdetto: l'unica espansione autentica della coscienza è quella che passa attraverso il lavoro — il lavoro artistico, lo sforzo della volontà, la disciplina della forma. Tutto il resto è servitù mascherata da liberazione.

Il nodo

Baudelaire e McCarthy stanno ai due capi dello stesso problema, separati da un secolo e da tutto il resto. Baudelaire è il pensatore che sa che le sostanze e i nomi trasformano chi li usa. McCarthy è l'ingegnere che tratta le macchine e i nomi come strumenti neutri al servizio di chi li costruisce.

La storia, anche se non sembra, ha dato ragione a Baudelaire (anche se, diciamolo, anche a McCarthy non ha proprio dato torto del tutto).

L'utente di un modello linguistico di grandi dimensioni — i cosiddetti Large Language Models, i sistemi che oggi generano testi, rispondono a domande, redigono documenti — si trova nella posizione esatta del consumatore di hashish baudelairiano. Fornisce il proprio materiale: domande, intuizioni, frammenti di pensiero. E riceve indietro una versione amplificata, levigata, apparentemente superiore di quel materiale. Crede di pensare meglio. Ma come nell'hashish, non sta pensando: sta ricevendo un'elaborazione del proprio input attraverso un dispositivo che non comprende e non controlla. E come nell'hashish, l'autorialità viene trasferita senza che il soggetto ne sia consapevole. Anzi: il soggetto crede di essere più autore di prima. È lo stesso uomo aumentato. Lo stesso uomo.

McCarthy, scegliendo quel nome nell'estate del 1955, ha costruito inconsapevolmente il contenitore perfetto per questa operazione. Un nome che dice "artificiale" ma ha già smesso di evocare il falso. Un nome che dice "intelligenza" ma ha già smesso di evocare l'irriducibilmente umano. Un nome che ha fatto il lavoro ideologico prima ancora che il prodotto esistesse — ha già normalizzato l'idea che l'intelligenza sia una funzione esternalizzabile e che l'artificiale sia un valore aggiunto anziché una perdita.

La mia contraddizione

C'è un'ultima cosa da dire, e riguarda questo testo.

Questo saggio, come già sapete, è stato scritto dentro il paradiso artificiale che descrive.

Le intuizioni sono le mie — la connessione tra Baudelaire e McCarthy, la doppia trasmutazione, il campo semantico come spia. Ma la loro elaborazione, la loro espansione, la forma che hanno preso in queste pagine è il prodotto di un dialogo con AI. Ho fornito il materiale grezzo e ho ricevuto indietro una versione amplificata, strutturata, levigata. Ho fatto esattamente ciò che Baudelaire descrive.

Ne sono consapevole. E so anche — perché Baudelaire lo ha scritto con chiarezza — che la consapevolezza non basta. Sapere di trovarsi nel paradiso artificiale non equivale a esserne liberi.

Ma c'è una differenza, e non è piccola. Baudelaire descrive il rapporto con una sostanza — un agente che agisce sul soggetto senza che il soggetto partecipi alla direzione dell'esperienza. L'hashish ti succede. Non collabori con l'hashish. Non dici all'hashish gira bene, secondo te? e l'hashish non ti risponde con obiezioni che ti costringono a ripensare il tuo stesso argomento.

Quello che ho fatto io — chiedere, contestare, rifiutare, riscrivere, chiedere di nuovo — non è consumo. Ha la struttura del dialogo. E nel dialogo, il materiale non viene solo amplificato: viene contestato, messo in discussione, a volte restituito con una resistenza che costringe a precisare, a ripensare, a lavorare. Questo processo assomiglia a qualcosa che Baudelaire avrebbe forse riconosciuto e rispettato: lo sforzo della volontà, la disciplina della forma. Il lavoro. O almeno a me piace pensarla così.

Resta il dubbio che quello che interpreto come dialogo autentico sia, a un livello più profondo, esattamente l'amplificazione baudelairiana: i miei stessi pensieri che mi tornano indietro in una forma che li fa sembrare più di quello che sono. Questo dubbio è irrisolvibile. Ed è giusto che lo sia.

Il giorno in cui smettessi di avere questo dubbio, sarei dentro il paradiso artificiale senza saperlo. Il dubbio è l'anticorpo. Non la soluzione.

La lingua aveva gli anticorpi. L'industria li ha disattivati. Chi scrive dentro e attraverso questi dispositivi ha il dovere di riattivarne almeno uno: il dubbio su ciò che sta facendo, tenuto aperto come si tiene aperta una ferita che non deve cicatrizzare troppo in fretta.


Come scrivo i miei articoli. Parto da un’intuizione, un’irritazione, una domanda che non mi lascia in pace. La sviluppo in un dialogo con diversi modelli di intelligenza artificiale — non come strumenti a cui dare comandi, ma come interlocutori con cui ragionare. Chiedo, contesto, rilancio. Butto via molto. Faccio riscrivere. Cambio modello per cambiare prospettiva. Il testo che leggete è il risultato di questo processo: le idee sono mie, la responsabilità è mia, ma il percorso che le ha portate qui è passato attraverso conversazioni con macchine che mi hanno costretto a pensare meglio — o almeno diversamente. Chi predica trasparenza sull’uso dell’AI deve praticarla. Questo è il mio modo.

Pubblicato il 16 febbraio 2026

Martino Pirella

Martino Pirella / Consulente e formatore AI