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Un refuso, una nota a piè di pagina, una traduzione “quasi giusta”: dettagli che sembrano rumore e invece cambiano la traiettoria di un’idea. Floridi propone una microstoria filosofica disciplinata dai livelli di astrazione, capace di dialogare con le digital humanities senza farsi ipnotizzare dai grafici.


La trappola comoda: la “storia ufficiale” delle idee

La storia della filosofia, quando viene raccontata bene, spesso viene anche… raccontata troppo bene. Lineare, pulita, inevitabile. Una sfilata di grandi nomi che si passano il testimone, come se le idee avessero una loro corsia preferenziale e un ufficio stampa. Il paper di Luciano Floridi  mette il dito proprio lì: molte narrazioni macro funzionano perché semplificano. Ma semplificare non è sempre sbagliare; è scegliere un livello di lettura. Il problema nasce quando ci dimentichiamo della scelta e la scambiamo per “come stanno le cose”. La microstoria filosofica è un antidoto a questa amnesia metodologica.

Che cos’è, davvero, la microstoria filosofica

Floridi definisce la microstoria filosofica come lo studio intensivo di episodi piccoli e delimitati (un aneddoto marginale, una citazione, un’immagine, una decisione editoriale, una glossa dimenticata) per chiarire sviluppi intellettuali più ampi. Non è un invito a perdersi nelle curiosità: è un invito a scegliere micro-casi che abbiano presa sul macro.

La parola chiave è selezione. Un buon micro-caso non è “strano”: è rivelatore. E qui la metafora è chirurgica: “Not every keyhole affords a revealing view; it depends on the vista beyond.” Se il “buco della serratura” non apre niente, non hai scoperto una profondità: hai solo trovato un buco.

Radici italiane: indizi, eccezioni e normalità sospetta

Floridi innesta la proposta su una tradizione precisa: la microstoria italiana (Levi), il paradigma indiziario (Ginzburg) e l’idea che l’eccezione possa illuminare la norma (Grendi). Il punto è quasi forense: i dettagli minimi possono essere tracce che rivelano ciò che la narrazione grande dà per scontato.

C’è anche un’idea gemella, altrettanto utile: a volte non è l’anomalia a parlare, ma ciò che sembra normalissimo finché non lo guardi da vicino. La microstoria non è “culto dell’eccezione”: è attenzione disciplinata alla frizione tra trasmissione e contesto.

Idee come “capitale semantico”: la filosofia non galleggia

Una delle mosse più operative del paper è trattare le idee come capitale semantico: contenuti che aumentano la capacità di dare senso (semanticizzare) e che, come asset, circolano, si rafforzano, si svalutano.

Questo cambia la domanda:

  • non solo “che cosa significa X?”,

  • ma “come X diventa ripetibile, insegnabile, citabile, autorevole?”
    e, simmetricamente, “come X viene distorto, domesticato, o messo in soffitta?”

In questo quadro diventano centrali attori spesso invisibili nei racconti canonici: traduttori, editori, commentatori, istituzioni, pratiche didattiche. L’idea non “vive” solo perché è brillante: può vivere perché è stata impacchettata bene e distribuita meglio.

Livelli di astrazione: lo zoom non è estetica, è epistemologia

Qui Floridi fa una cosa salutare: mette una cintura metodologica al passaggio micro↔macro usando i livelli di astrazione (LoA).

Un livello di astrazione è, in sostanza, un set di osservabili: decide quali caratteristiche di un oggetto/sistema sono pertinenti e quali no. Cruciale: non è un “punto di vista” psicologico; è un’interfaccia definita dallo scopo della ricerca.

Tradotto in italiano corrente: se non dichiari il livello, rischi il peccato mortale della discussione intelligente: cambiare livello a metà ragionamento e chiamarlo argomento. Floridi lo chiama “level-shifting” e lo tratta come ciò che è: una fallacia con i vestiti eleganti.

Il campo delle evidenze: contano anche i paratesti

Se le idee sono capitale semantico che viaggia, l’evidenza non è solo “il testo canonico”. Floridi allarga il campo a tutto ciò che guida la lettura e la trasmissione:

  • prefazioni e indici,

  • titolazioni, headings,

  • note, marginalia, errata,

  • commentari e scholia,

  • traduzioni (dove spesso avvengono conversioni non neutrali),

  • corrispondenze e documenti istituzionali.

Il messaggio implicito è severo: spesso il significato non cambia con una rivoluzione dichiarata, ma con micro-spostamenti ripetuti e normalizzati.

I “vicini di casa”: non una setta, un metodo che integra

Floridi posiziona la microstoria filosofica come complemento (non come sostituto) rispetto a vari approcci: storia delle idee (Lovejoy), rational reconstruction, Cambridge contextualism, storia concettuale (Begriffsgeschichte), storia della ricezione (Wirkungsgeschichte), genealogie in stile foucaultiano.

Questo è un punto importante: la microstoria non pretende il monopolio della verità storica. Pretende una cosa più scomoda: che la scala dell’analisi venga esplicitata e che le inferenze micro→macro siano difese con disciplina.

Le obiezioni serie (e perché sono utili)

Il paper affronta tre critiche che, se prese sul serio, migliorano il metodo:

  • Antiquariato: se il dettaglio non “aggancia” questioni più grandi, hai fallito l’esecuzione (non il metodo).

  • Rappresentatività: un caso singolo non vale come statistica; vale come sonda capace di rivelare meccanismi e generare ipotesi testabili altrove.

  • Micro–macro: lo zoom continuo rischia di farti perdere il bosco; lo zoom solo macro rischia di inventarsi un bosco troppo ordinato. La soluzione proposta è una dialettica regolata dai LoA.

Futuro: digitale e globale, senza perdere il mestiere

Floridi guarda avanti: microstoria filosofica come strumento per la storia intellettuale globale e come alleata delle digital humanities. Text-mining e metodi computazionali possono aiutare a individuare anomalie su scala: picchi, cluster di citazioni, silenzi improvvisi. Poi arriva il lavoro micro: spiegare l’anomalia senza schiacciarla.

C’è però un caveat che merita un evidenziatore: bias algoritmico e limiti dei corpora. Il digitale analizza ciò che è stato digitalizzato e indicizzato; non è “il mondo”, è un sottoinsieme con inclinazioni. Qui la microstoria può funzionare da correttivo: ti costringe a rientrare nel contesto e nei passaggi reali della trasmissione.

Chiusura

La microstoria filosofica, letta bene, non è “l’arte di amare i dettagli”. È l’arte di scegliere i dettagli che contano, e di dichiarare il livello a cui li stai usando.
In tempi di narrazioni iper-compatte e output “sempre confidenti”, è un metodo che fa una cosa preziosa: rimette al centro la responsabilità dell’inferenza.

Pubblicato il 09 gennaio 2026

Andrea Berneri

Andrea Berneri / Head of Architecture and ICT Governance Fideuram ISPB. I turn complex systems into strategies, bridging law, tech, and organization—with method, irony, and precision