C’è una cosa curiosa della guerra: quasi tutti citano L’arte della guerra di Sun Tzu, ma pochi sembrano averla letta davvero. E la cosa è ancora più ironica se si considera che il trattato è minuscolo: poche decine di pagine, niente digressioni filosofiche interminabili, niente tecnicismi impossibili. In teoria si potrebbe leggere in una sera.
In pratica, però, è uno di quei libri brevi che richiedono anni per essere capiti davvero.
Non a caso è probabilmente il testo di strategia più studiato della storia, letto e riletto da generali, statisti e leader politici per oltre duemila anni. Imperi sono caduti, altri sono nati, la tecnologia militare è passata dalle lance ai droni ipersonici, ma quelle poche pagine continuano a circolare nelle accademie militari e nei corsi di leadership come una specie di manuale senza data di scadenza.
Per quanto mi riguarda, l’ho letto una trentina di volte. Più che studiato, direi interiorizzato. Ed è proprio per questo che osservando l’operazione americana contro l’Iran del 2026 – ribattezzata “Epic Fury” – la sensazione è quasi didattica: sembra un elenco ordinato di violazioni dei principi fondamentali dell’arte della guerra.
Ma prima di entrare nel merito bisogna chiarire un concetto centrale del pensiero di Sun Tzu, spesso citato e raramente spiegato: il Tao.
Nel trattato non è una parola mistica o filosofica nel senso vago con cui spesso viene usata oggi. È, molto concretamente, il fondamento politico e morale della guerra.
Sun Tzu lo definisce così:
“Il Tao è la Via secondo la quale il popolo accorderà il suo pieno sostegno al sovrano. Seguendo il Tao il sovrano si garantirà che il popolo muoia con lui, vinca con lui e non tema il pericolo.”
E quando parliamo di “pieno sostegno” e della capacità che un popolo sia disposto a “morire con il sovrano”, non stiamo parlando di retorica o di propaganda.
Stiamo parlando della variabile più potente di tutte in una guerra: la legittimità morale.
Un esercito può avere armi migliori, tecnologia superiore, più soldi e più uomini. Ma se perde il Tao – cioè il sostegno morale e psicologico della popolazione – la vittoria diventa molto più difficile.
E viceversa, quando un popolo sente di dover difendere la propria esistenza, la propria terra o la propria dignità, può diventare una forza quasi impossibile da spezzare.
Ed è proprio qui che l’operazione americana in Iran inizia a entrare in collisione frontale con le leggi strategiche di Sun Tzu.
1. Il primo principio ignorato: la guerra è inganno, non spettacolo
Sun Tzu lo dice chiaramente fin dalle prime pagine:
“La guerra è il Tao dell’inganno. Perciò se siete abili, di fronte al nemico fingete incapacità. Se siete costretti a impegnare le vostre forze, fingete inattività. Se il vostro obiettivo è vicino, fate credere che si trovi lontano; quando è distante, create l’illusione che si trovi nei paraggi.”
La strategia classica non ama le dichiarazioni roboanti né le dimostrazioni di forza troppo evidenti.
Preferisce la confusione, l’ambiguità, la manipolazione della percezione.
La strategia adottata dall’amministrazione di Donald Trump è andata nella direzione opposta: annunci, escalation dichiarata, bombardamenti dimostrativi.
Il problema è semplice: quando mostri chiaramente cosa stai facendo, permetti al tuo avversario di reagire con altrettanta chiarezza.
Sun Tzu suggerisce esattamente il contrario:
“Mostrate ai nemici delle brecce per allettarli a entrare in azione. Create disordine tra le loro file e sconfiggeteli. Se sono in numero ragguardevole preparatevi ad affrontarli; se sono troppo forti, cercate di evitare lo scontro. Se sono furiosi, irritateli ancor di più, assicurandovi di alimentare la loro arroganza. Se sono riposati fate in modo di stancarli. Se sono uniti, costringeteli a separarsi. Attaccate quando non sono preparati. Avanzate nel punto dove non vi aspettano.”
In altre parole: la guerra non è un martello. È un gioco mentale.
2. Combattere quando potevi vincere senza combattere
Un altro principio fondamentale riguarda la vittoria incruenta.
“Chi guida un esercito deve agire tenendo presenti questi principi: conquistare un regno senza produrre danni è preferibile; distruggerlo è solo una seconda opzione. Allo stesso modo catturare integro l’esercito nemico è l’obiettivo primario, mentre distruggerlo è secondario.”
L’Iran prima dell’intervento non era una società compatta. Proteste, tensioni sociali, fratture interne: il sistema era attraversato da crepe profonde.
E soprattutto esisteva una parte importante della società iraniana che stava pagando un prezzo altissimo per opporsi al regime. Migliaia di persone erano scese in piazza negli anni precedenti, molte avevano perso la vita, altre erano finite in carcere. Quella pressione interna stava lentamente erodendo la legittimità del sistema.
L’intervento militare ha avuto l’effetto opposto.
Chiedendo apertamente agli oppositori di armarsi – cosa che molti di loro non avevano né le armi né la struttura per farlo – l’operazione americana li ha messi in una posizione impossibile. Manifestanti civili sono stati trasformati, nella narrativa del regime, in potenziali collaboratori di una potenza straniera.
Peggio ancora, bombardamenti che hanno colpito infrastrutture civili – come la tragica distruzione di una scuola di ragazze – hanno cancellato in poche ore una parte della legittimità morale che gli oppositori avevano conquistato con anni di sacrifici e proteste.
Chi protestava contro il sistema non appariva più come un cittadino che chiede diritti, ma come qualcuno che – nella propaganda del regime – stava “aprendo la porta agli invasori”.
L’attacco ha DISTRUTTO IL TAO DI COLORO CHE LOTTAVANO CONTRO IL REGIME IRANIANO DALL’INTERNO.
Sun Tzu lo aveva previsto in modo quasi profetico:
“Per questa ragione ottenere cento vittorie in cento battaglie non è dimostrazione di grandissima abilità. Soggiogare il nemico senza combattere rappresenta la vera vetta dell’arte militare.”
3. Mettere il nemico nella posizione di combattere o morire
Uno dei concetti più potenti dell’opera di Sun Tzu riguarda ciò che oggi gli strateghi chiamano “terreno di morte”.
Sun Tzu lo applicava come strategia da usare anche all’interno delle proprie truppe, in condizioni eccezionali, naturalmente.
Quando un esercito o una popolazione percepisce di non avere vie di fuga, smette di cercare compromessi e combatte con una determinazione assoluta.
È esattamente la situazione che l’intervento americano ha creato in Iran.
Bombardamenti, minacce esistenziali e narrativa di guerra totale hanno finito per mettere molti iraniani – anche quelli critici verso il regime – davanti a una scelta brutale: combattere o subire la distruzione del proprio paese.
Sun Tzu lo spiega con la sua solita chiarezza:
“Se sono in numero ragguardevole preparatevi ad affrontarli; se sono troppo forti, cercate di evitare lo scontro.”
Ma soprattutto insegna che spingere il nemico in una posizione senza via d’uscita è uno degli errori strategici più pericolosi.
Quando le persone percepiscono di non avere alternativa, la resistenza diventa molto più forte. E il nemico, invece di indebolirsi, si rafforza.
4. Non conoscere davvero il nemico
La strategia richiede soprattutto conoscenza.
“Si dice che chi conosce il suo nemico e conosce se stesso potrà affrontare senza timore cento battaglie. Colui che non conosce il nemico ma conosce se stesso a volte sarà vittorioso, a volte incontrerà la sconfitta. Chi non conosce né il nemico né se stesso inevitabilmente verrà sconfitto in ogni scontro.”
Uno degli errori più comuni nelle guerre moderne è confondere due sentimenti completamente diversi:
- odio verso un regime
- accettazione di un intervento straniero
Molti iraniani possono essere ostili al sistema teocratico, ma questo non significa che accettino bombardamenti sul proprio paese.
E quando il conflitto assume questa forma, accade qualcosa di prevedibile: le divisioni interne si riducono e il nazionalismo prende il sopravvento.
In termini strategici, l’intervento esterno ha finito per compattare anche potenziali alleati del cambiamento attorno alla difesa del paese.
5. La trappola delle guerre lunghe
Uno dei capitoli più realistici del trattato riguarda il costo della guerra.
“Quando impegnate i vostri uomini in conflitti di lunga durata le loro armi perdono il filo e il loro ardore cala. Se attaccate le città fortificate, la loro forza si esaurisce. Se costringete l’esercito ad affrontare una lunga campagna, le risorse dello Stato si dimostreranno presto inadeguate.”
E ancora:
“Quando le vostre armi saranno smussate e lo spirito dei vostri uomini sarà a terra, quando sarete esausti e avrete consumato le ricchezze dello Stato, i vostri vassalli ne approfitteranno e si solleveranno contro di voi.”
Questo non vale solo sul piano militare, ma anche politico.
Negli stessi Stati Uniti l’operazione sta già generando critiche interne, sia nel dibattito politico sia nell’opinione pubblica. Una guerra costosa, lunga e con risultati incerti rischia di trasformarsi rapidamente in un problema elettorale.
Le tensioni politiche interne potrebbero infatti influenzare le prossime elezioni di metà mandato – le cosiddette midterm – che storicamente rappresentano un momento delicato per ogni amministrazione.
Sun Tzu aveva riassunto il problema con grande lucidità:
“Nel corso di molte guerre ho sentito parlare di azioni maldestre realizzate grazie alla rapidità, tuttavia non ho mai visto nessuna operazione condotta con abilità in campagne di lunga durata. Nessun paese ha mai tratto vantaggio da una lunga guerra.”
E non è solo una questione militare ma economica:
“I mercanti vicini all’esercito venderanno le loro merci a un prezzo esagerato. Se le merci diventano troppo care, la ricchezza del popolo dei cento cognomi si esaurisce in fretta.”
In altre parole: la guerra lunga logora prima la società che l’esercito. La crescita del prezzo del petrolio ne è l’effetto predetto 2500 anni fa.
6. L’arma più potente: le spie
Infine c’è il capitolo che molti politici sembrano dimenticare: quello sull’intelligence.
“Dovrete anche curarvi di individuare gli agenti nemici venuti a spiarvi. Tentateli proponendo loro dei vantaggi, istruiteli secondo i vostri interessi e impiegateli a vostro favore.”
E ancora:
“La conoscenza dei piani del nemico, inevitabilmente, dipenderà dalla qualità delle spie che abbiamo convinto a lavorare per noi, perciò è necessario essere generosi con chi fa il doppio gioco.”
Sun Tzu immaginava la caduta dei regimi non attraverso bombardamenti spettacolari, ma attraverso infiltrazione, pressione interna, intelligence e guerra psicologica.
Il contrario della guerra aperta.
Conclusione: il voto di Sun Tzu
Il trattato si chiude con un principio che riassume tutta la filosofia strategica di Sun Tzu:
“Perciò chi eccelle nella guerra si mette in una posizione in cui non può essere sconfitto e, nel contempo, non si lascia sfuggire alcuna occasione per battere il nemico.”
E ancora:
“Chi eccelle nell’uso dell’esercito coltiva il Tao e preserva le leggi; per questo è in grado di determinare la vittoria e la sconfitta.”
Coltiva il TAO… coltiva l’apprezzamento per il generale che conduce la guerra…. Ma le critiche arrivano anche dagli alleati storici degli USA e all’interno della cittadinanza americana stessa sembrano dire il contrario.
La tecnologia militare cambia continuamente: droni, missili ipersonici, guerra cibernetica.
Ma i principi della strategia restano sorprendentemente gli stessi da oltre duemila anni.
Se dovessimo tradurre questa analisi nel linguaggio più semplice delle pagelle scolastiche, la valutazione dell’operazione “Epic Fury” sarebbe piuttosto severa.
Perché trasformare potenziali alleati in nemici, mettere una popolazione nella condizione di combattere o morire, rafforzare il nazionalismo dell’avversario e aprire una guerra lunga e costosa non è esattamente ciò che il vecchio generale cinese avrebbe consigliato.
In termini scolastici, stavolta la strategia dell’amministrazione Trump prende un voto piuttosto basso.
Diciamo un quattro in strategia.
E Sun Tzu, probabilmente, non avrebbe nemmeno avuto bisogno di spiegare il perché.