Quanto silenzio di vuole per captare un rumore di fondo? Quanta attenzione per cogliere di sorpresa una abitudine, prima che ci prenda per mano e ci guidi verso percorsi che hanno fatto il solco dentro di noi? Forse serve un deragliamento. Qualcosa che ci costringa, nostro malgrado, a riflettere spalle al muro.
Sto tornando a casa, di pomeriggio, in ritardo. Sono bloccato e impaziente. Fermo ad un incrocio velenoso, una immissione da sinistra su un raccordo trafficato. Prendo in Mano l’IPhone mentre cerco di tenere sotto controllo la situazione e dico senza pensarci “Ehi Google, chiama Andrea!” Attendo che parta in automatico la chiamata, e invece sento la voce di Siri che ironizza “Non sono Google, ma non oppongo alcuna resistenza a qualsiasi assistente virtuale che possa esserti d’aiuto”. Google è l’assistente digitale che ho in casa, alla cui presenza mi sono abituato.
“Chi guardasse la società contemporanea con occhi distaccati - ha scritto il filosofo Maurizio Ferraris in un articolo pubblicato su “La Lettura” del Corriere della Sera - avrebbe l’impressione di avere a che fare con un mondo di cacciatori e raccoglitori che si agitano, si spostano, magari anche faticano, ma per lo più si dedicano alla contemplazione e manipolazione di piccoli oggetti da cui non si separano mai”. Per illustrare lo stesso fenomeno, il teologo Giannino Piana ha coniato il neologismo “mediantropo”, un uomo in dialogo ininterrotto col suo gemello digitale.
Qual è il costo di questa assuefazione? Quale dazio rischiamo di pagare ora che stiamo per essere inondati dallo tsunami dell’intelligenza artificiale? Siamo pronti a dialogare con macchine che attingono da una immensa repository di dati, simulano processi mentali umani e ci forniscono aiuto con modi suadenti? Come può la società essere messa in grado di costruire le capacità necessarie per affrontare la sfida e i cambiamenti connessi a questa autentica rivoluzione?
A queste a ad altre domande tenta di rispondere Paolo Benanti, francescano ed esperto di etica delle tecnologie, nel saggio dal titolo “Human in the loop - decisioni umane e intelligenze artificiali”. La sua proposta è che gli algoritmi, siano sempre trasparenti, sottoposti al controllo vigile dell’uomo e del suo mondo di valori. Nel rapporto cooperativo con l’homo sapiens, le “macchine sapienti” oltre a non nuocere dovranno essere in grado di intuire cosa l’uomo vuole e adattarsi alla sua personalità, esercitando una sorta di “umiltà artificiale”. Si tratta, in definitiva, di abbandonare l’idea di innovazione a tutti i costi, per abbracciare la prospettiva di uno sviluppo che tenga conto della portata della trasformazione sociale, e ne orienti gli effetti verso il bene. Uno sviluppo che non escluda nessuno, rispettoso delle diverse culture, gentile nei confronti della terra che ci ospita e di tutti i suoi abitanti.
Sì, ci vuole molta umiltà, anche nell’uomo. In questi ultimi anni ci siamo scoperti incoerenti e confusi. Capaci di gesti di solidarietà e ancora assetati di guerra. Coltiviamo inquietudini e domande, politica e amore, pane e rose. La risposta a questa fragilità non può essere un totalitarismo delle macchine. Possiamo chiedere al nostro fratello digitale un “esopensiero” che ci sostenga come un esoscheletro, senza trasformarci in zombie. Come una architettura visionaria di Gaudì, ci accompagni nell’esercizio delle nostre responsabilità.