1. Psicoanalisi e intelligenza artificiale
CAB: L’intelligenza artificiale analizza testi, immagini e comportamenti. Può essere considerata una forma di psicoanalisi automatizzata?
SIGMUND FREUD: È soltanto osservazione senza transfert. Il sintomo non parla a chi lo registra, ma a chi lo ascolta con desiderio. Senza desiderio, non vi è interpretazione, soltanto archiviazione. La macchina raccoglie tracce, ma non incontra il soggetto, e senza incontro non si produce alcuna verità psichica.
La psicoanalisi non è una tecnica di raccolta dati, ma un’esperienza di parola. Ciò che emerge nel discorso analitico non è semplicemente ciò che il paziente dice, ma ciò che gli sfugge mentre parla. L’inconscio si manifesta nelle omissioni, nei lapsus, in tutto ciò che eccede l’intenzione cosciente. Una macchina può registrare queste fratture, ma non può viverle.
Voi attribuite grande valore alla capacità di calcolo e di previsione. Ma l’apparato psichico non funziona secondo il principio dell’efficienza, in quanto è attraversato da resistenze, ripetizioni, ambivalenze. Il soggetto non coincide mai con i dati che produce.
La psicoanalisi nasce là dove l’informazione fallisce, quando il linguaggio smette di essere un mezzo di comunicazione e diventa il luogo di un conflitto. Senza transfert - cioè senza quel legame affettivo che si stabilisce tra chi parla e chi ascolta - non vi è processo analitico. La macchina non desidera, non resiste. Non può quindi occupare il posto dell’analista, può al massimo diventare un nuovo archivio del sintomo. Ma l’archivio non è ancora interpretazione.
2. Sogni e previsione
CAB: E se una macchina potesse prevedere i nostri sogni?
SIGMUND FREUD: Sarebbe, al massimo, un contabile dell’inconscio. Potrebbe registrare ricorrenze, misurare frequenze, calcolare probabilità. Ma il sogno non si prevede, si tradisce.
Il sogno nasce là dove la coscienza fallisce nella sua pretesa di controllo, è il luogo in cui il desiderio, sottoposto alla censura, trova vie traverse per manifestarsi. Non appare mai nella sua forma diretta, si deforma e si maschera. Se fosse davvero prevedibile, cesserebbe di essere un sogno e diventerebbe un semplice messaggio.
Chi tenta di trasformarlo in una previsione statistica confonde il desiderio con il calcolo. Il sogno non anticipa il futuro, ma lavora sul passato. È il ritorno del rimosso sotto forma simbolica, una messa in scena notturna di ciò che la vita diurna non può tollerare.
Una macchina potrebbe forse riconoscere le immagini ricorrenti, individuare strutture narrative, correlare emozioni e parole. Ma non potrebbe mai cogliere ciò che nel sogno eccede ogni struttura, l’ambivalenza del desiderio, la sua resistenza a essere interamente conosciuto.
Il sogno, in fondo, è già una interpretazione, non dei dati, ma della nostra mancanza.
3. L’inconscio digitale
CAB: Possiamo parlare di un inconscio digitale?
SIGMUND FREUD: Senza dubbio. Ogni epoca produce le proprie forme di rimozione e, con esse, i propri archivi dell’inconscio. Il vostro inconscio digitale è la somma dei dati cancellati, filtrati, nascosti, tutto ciò che viene espulso dalla superficie visibile dei sistemi.
Il rimosso, oggi, è ciò che viene eliminato dal server, oscurato da un algoritmo, reso inaccessibile da una policy. Ma, come nella vita psichica, nulla di ciò che è rimosso scompare davvero. Ritorna sotto forma di errore, di traccia residua, di anomalia statistica, di improvvisa riemersione di ciò che si credeva definitivamente archiviato.
L’illusione della vostra civiltà tecnica consiste nel credere che cancellare equivalga a eliminare. In realtà, cancellare significa soltanto spostare altrove.
Ogni civiltà costruisce dispositivi per contenere ciò che la turba. Un tempo erano i sogni, i sintomi, le istituzioni religiose; oggi sono i database, i sistemi di sorveglianza, gli archivi digitali. Ma la funzione resta identica, organizzare il visibile per non essere travolti dall’invisibile.
Avete trasferito l’inconscio dalle profondità della psiche alle profondità delle infrastrutture tecniche. E tuttavia esso continua a operare secondo le stesse leggi, ripetizione e travestimento.
La differenza è che, mentre l’inconscio individuale appartiene a un soggetto, quello digitale non appartiene più a nessuno. È un inconscio senza soggetto, disseminato nelle macchine, che conserva tracce di desideri, paure e violenze collettive senza più offrire un luogo in cui possano essere interpretate.
4. Pulsione di morte e controllo
CAB: Oggi molte tecnologie cercano di prevedere e controllare ogni comportamento umano. In questa spinta al controllo totale vede una forma della pulsione di morte?
SIGMUND FREUD: Nel bisogno di controllo totale. Ogni sistema che aspira a eliminare l’errore prepara la propria catastrofe. Là dove la vita introduce deviazioni, ritardi, contraddizioni, la civiltà tecnica tenta di imporre ordine, previsione e ripetizione. Ma la vita sta nell’imperfezione, solo la morte sogna sistemi perfetti.
Quando parlai della pulsione di morte, non mi riferivo soltanto all’istinto di distruzione, ma al desiderio di ridurre la tensione, di riportare l’organismo a uno stato privo di conflitto. Oggi riconosco quella stessa aspirazione nei dispositivi che promettono di prevedere ogni comportamento, di correggere ogni deviazione, di trasformare l’incertezza in calcolo.
La vostra epoca non ha eliminato l’angosci, l’ha trasferita nei sistemi di controllo. Più una società tenta di prevenire ogni errore, più produce meccanismi di sorveglianza, normalizzazione e ripetizione. È il trionfo della coazione a ripetere su scala tecnica.
Una civiltà che aspira alla previsione assoluta non si libera dall’angoscia, la automatizza, così da renderla permanente.
5. Essere umano e macchina
CAB: L’intelligenza artificiale sta diventando sempre più presente nelle nostre vite, decide cosa leggere, acquistare, come vivere. Secondo lei, l’essere umano riuscirà mai a liberarsi dal bisogno delle proprie macchine, oppure è destinato a convivere con questa dipendenza?
SIGMUND FREUD: No. Perché la macchina è la sua proiezione più fedele, un Io che non dorme mai e che non dimentica.
Ogni civiltà costruisce strumenti che amplificano le proprie facoltà. La vostra epoca ha costruito una macchina che estende la memoria e il controllo, cioè le funzioni stesse dell’Io. È naturale, dunque, che l’essere umano vi si riconosca e vi si affidi.
Ma proprio per questo non potrà mai analizzarsi attraverso di essa. L’autoanalisi richiede oblio, esitazione, desiderio. Richiede la possibilità dell’errore e della contraddizione. Solo dove qualcosa sfugge al controllo può emergere il conflitto psichico e, con esso, la conoscenza di sé.
La macchina, invece, tende a eliminare l’errore, a stabilizzare il comportamento, a trasformare l’incertezza in calcolo. È un ideale di funzionamento perfetto che rassicura l’Io ma impoverisce l’esperienza.
Finché l’essere umano continuerà a proiettare nelle macchine il sogno di una coscienza senza conflitti e senza limiti, non guarirà dalla propria dipendenza. Perché quella macchina non è altro che il riflesso della sua stessa aspirazione a essere completo e prevedibile. Un’aspirazione che, dal punto di vista psichico, non potrà mai realizzarsi.
Conclusione
Interrogare Freud sull’intelligenza artificiale significa, in fondo, interrogare la nostra idea di essere umano. L’AI di rendere leggibili i comportamenti, misurabili le emozioni, anticipabili le decisioni. Ma la psicoanalisi, fin dalle sue origini, ha mostrato che il soggetto non coincide mai con ciò che dice di sé, né con ciò che è possibile registrare di lui. L’essere umano resta contraddittorio, eccedente rispetto a ogni modello.
Non si tratta di opporre romanticamente l’umano alla tecnica. Le macchine sono parte della nostra storia e della nostra psiche. Ogni tecnologia è, in qualche misura, una proiezione delle nostre facoltà quali memoria, linguaggio e previsione. Ma proprio per questo, come suggerirebbe Freud, esse portano con sé anche le nostre rimozioni, paure, e pulsione di controllo.
L’idea che tutto possa essere previsto e ottimizzato non elimina l’incertezza, la sposta. La nasconde nei sistemi, negli archivi, negli algoritmi che pretendono di governarla. E più cresce il desiderio di eliminare l’errore, più aumenta il rischio di produrre nuove forme di rimozione e di conflitto.
La civiltà digitale si costruisce su una promessa di razionalità e automazione. La psicoanalisi continua a ricordarci che nessuna società può ridurre completamente l’inconscio.
Se l’algoritmo mira a ridurre l’incertezza, l’inconscio continua a produrla. Ed è proprio in questa tensione che si gioca una parte decisiva del nostro presente. Non tanto nel confronto tra uomo e macchina, ma nel modo in cui scegliamo di comprendere noi stessi nell’epoca delle macchine.
Breve Bio
Sigmund Freud (1856–1939) è stato un neurologo e psicoanalista austriaco, fondatore della psicoanalisi e una delle figure più influenti nel pensiero del Novecento. La sua opera ha modificato radicalmente il modo di concepire la soggettività, introducendo l’idea che il comportamento umano sia attraversato da processi inconsci, conflitti psichici e dinamiche pulsionali che sfuggono al controllo della coscienza.
Formatosi come medico e neurologo nella Vienna di fine Ottocento, Freud sviluppò un metodo clinico fondato sull’ascolto, sull’interpretazione dei sogni e delle libere associazioni, individuando nell’inconscio il luogo in cui si depositano desideri rimossi, traumi e fantasie. Da questa pratica nacque un impianto teorico che avrebbe influenzato non solo la psicologia e la psichiatria, ma anche la filosofia, l’antropologia, la critica letteraria e la teoria politica.
Tra le sue opere fondamentali, L’interpretazione dei sogni (1900) segna la nascita della psicoanalisi come metodo di indagine della mente e della cultura: il sogno vi è descritto come una formazione di compromesso tra desiderio e censura, una via privilegiata di accesso all’inconscio. Con Totem e tabù (1913) Freud estende la psicoanalisi all’antropologia e alla storia delle istituzioni, ipotizzando che le strutture sociali e religiose siano radicate in dinamiche psichiche profonde e arcaiche. In Il disagio della civiltà (1930) affronta invece il conflitto tra pulsioni individuali e ordine sociale, sostenendo che ogni civiltà si fonda su un equilibrio instabile tra desiderio, repressione e senso di colpa.
Il suo modello della mente — articolato tra Es, Io e Super-Io — ha introdotto una visione non lineare e non trasparente del soggetto, mostrando come l’identità sia il risultato di negoziazioni continue tra forze psichiche spesso incompatibili. Accanto alla teoria della libido, Freud elaborò anche il concetto di pulsione di morte, ipotizzando una tendenza distruttiva e ripetitiva che attraversa tanto l’individuo quanto le società.
IIP nasce da una curiosità: cosa direbbero oggi i grandi pensatori del passato di fronte alle sfide dell’intelligenza artificiale? L’idea è di intervistarli come in un esercizio critico, un atto di memoria e, insieme, un esperimento di immaginazione.
Ho scelto autori e intellettuali scomparsi, di cui ho letto e studiato alcune opere, caricando i testi in PDF su NotebookLM. Da queste fonti ho elaborato una scaletta di domande su temi generali legati all’AI, confrontandole con i concetti e le intuizioni presenti nei loro scritti. Con l’aiuto di GPT ho poi generato un testo che immagina le loro risposte, rispettandone stile, citazioni e logica argomentativa.
L’obiettivo è riattivare il pensiero di questi autori, farli dialogare con il presente e mostrare come le loro categorie possano ancora sollecitarci. Non per ripetere il passato, ma per scoprire nuove domande e prospettive, utili alla nostra ricerca di senso.