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Non viviamo nell’epoca della tecnologia eccessiva, ma in quella della tecnologia non interrogata.


Tutto funziona, eppure qualcosa sfugge. Non crolla nulla, non esplode alcuna crisi evidente, ma il senso sembra disperdersi. È una deriva silenziosa, efficiente, perfettamente razionale nei singoli passaggi, ma profondamente incoerente nel risultato complessivo.

È ciò che possiamo chiamare Tecnotropìa, parola che nasce dalla crasi tra tecnologia ed entropia.

La Tecnotropìa non è un malfunzionamento, bensì una forma di entropia organizzativa che emerge quando i mezzi crescono più velocemente dei fini che dovrebbero servire. Non nasce dall’errore, ma dall’accumulo e non si manifesta come caos, ma come iperattività priva di direzione e, proprio mentre tutto sembra procedere, diventa sempre più difficile rispondere alla domanda che chiede perché si stia facendo tutto questo.

Il punto critico non è la tecnologia in sé, ma il modo in cui ha smesso di essere un mezzo per diventare un criterio implicito di scelta. Non ci si chiede più se una tecnologia sia opportuna, ma se sia disponibile; non se serva a qualcosa, ma se sia scalabile; non se migliori davvero l’azione umana, ma se sia allineata allo stato dell’arte. Il possibile prende così il posto del desiderabile e, in questo slittamento, il pensiero non guida più l’azione, ma la giustifica a posteriori.

La Tecnotropìa prende forma quando il mezzo smette di rimandare a un fine esterno e comincia a reggersi da solo, quando l’adozione diventa valore, l’implementazione sostituisce la decisione e l’innovazione viene trattata come una proprietà automatica della tecnologia, anziché come un atto intenzionale. Una condizione in cui le organizzazioni continuano a decidere, ma senza assumersi pienamente la responsabilità delle decisioni prese, perché queste vengono progressivamente attribuite ai sistemi, ai dati, agli algoritmi.

Qui emerge il paradosso più inquietante, ovvero che la tecnologia non impone nulla, e proprio per questo orienta tutto, non comandando, ma strutturando e non decidendo, ma rendendo alcune decisioni inevitabili e altre impensabili. Il potere non si manifesta più come autorità dichiarata, ma come infrastruttura cognitiva. Ci si muove all’interno di ciò che i sistemi rendono visibile, misurabile, ottimizzabile, mentre tutto ciò che sfugge a questa traduzione perde legittimità decisionale.

La Tecnotropìa non produce inefficienza, ma deresponsabilizzazione, perché quando “è il sistema che lo dice”, il conflitto decisionale viene anestetizzato, il dubbio diventa un fastidio e la scelta si trasforma in esecuzione. Il problema non è quindi che la tecnologia pensi al posto nostro, ma che offra un alibi perfetto per smettere di farlo.

Dare un nome a questa deriva non significa opporsi alla tecnologia, né invocare un ritorno nostalgico a un passato pre-digitale ma, al contrario, vuol dire rendere visibile ciò che funziona troppo bene per essere messo in discussione, perché il vero rischio non è l’errore tecnico, ma l’oblio del fine; non l’eccesso di strumenti, ma la rarefazione del senso.

Tecnotropìa è il nome di questo oblio e, forse, il primo passo per interromperlo non è progettare nuove soluzioni, ma recuperare il coraggio di fermarsi, prima dell’adozione, e chiedersi non che cosa si possa fare, ma che cosa valga davvero la pena fare.

Perché ogni mezzo, quando smette di essere interrogato, ha già iniziato a governare.


 

Pubblicato il 27 gennaio 2026