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Note critiche su Critica della ragione digitale di Eugenio Mazzarella


Eugenio Mazzarella non è un filosofo della tecnologia nel senso convenzionale del termine. È un Heideggeriano, uno dei pochi in Italia che ha praticato Heidegger non come erudizione accademica ma come strumento vivo di analisi del presente. Ha insegnato filosofia teoretica all'Università Federico II di Napoli per decenni, ha attraversato l'esperienza parlamentare senza perdere il rigore speculativo, e ha costruito nel tempo un'opera coerente che da Tecnica e metafisica arriva a Contro metaverso (2022) e ora a questo breve, denso, necessario saggio pubblicato da Castelvecchi nel febbraio 2026.

Critica della ragione digitale è un libro di 124 pagine. Non è un trattato, è un  breve, mirato intervento. E la scelta del formato non è accessoria. In un momento in cui il dibattito sull'intelligenza artificiale è inondato di volumi enciclopedici, di rapporti tecnici, di manifesti entusiastici e di denunce apocalittiche, Mazzarella sceglie la concentrazione. Dice quello che deve dire, con la precisione di chi ha pensato a lungo prima di scrivere, e si ferma.

Il titolo è un omaggio esplicito a Kant, e non è una scelta decorativa. La Critica della ragion pura non chiedeva se la metafisica fosse vera o falsa, ma quali fossero le condizioni di possibilità della conoscenza, dove arrivasse la ragione umana e dove si fermasse. Mazzarella fa la stessa operazione con la ragione digitale. Non chiede se l'intelligenza artificiale sia buona o cattiva, utile o pericolosa. Chiede quali siano le condizioni trascendentali entro cui essa sta ridefinendo il soggetto che conosce, quindi la conoscenza stessa, e quindi il mondo.

È una domanda filosoficamente più radicale, e più difficile, di qualsiasi dibattito su regolamentazione, etica applicata o impatto economico.

l'intelligenza artificiale si avvia a proporsi, e in massima parte lo è già diventata, come la condizione trascendentale di qualsiasi operatività nello spazio e nel tempo

Il punto di partenza di Mazzarella è una constatazione che, formulata con questa precisione, ha la forza di uno shock: l'intelligenza artificiale si avvia a proporsi, e in massima parte lo è già diventata, come la condizione trascendentale di qualsiasi operatività nello spazio e nel tempo. Non solo dell'operatività riferita agli oggetti della conoscenza, ma del soggetto stesso della conoscenza, di qualsiasi umana operatività anche cognitiva.

Vale la pena fermarsi su questa formulazione. In Kant, le condizioni trascendentali dello spazio e del tempo, le categorie dell'intelletto, sono le strutture attraverso cui il soggetto umano organizza l'esperienza. Non sono oggetti nel mondo, ma le forme a priori attraverso cui il mondo diventa esperienza per noi. Dire che l'intelligenza artificiale si sta proponendo come condizione trascendentale significa dire qualcosa di radicalmente diverso da "l'IA è uno strumento molto potente". Significa che l'IA non è dentro l'esperienza umana come un oggetto tra gli altri, ma sta diventando la struttura dentro cui quella esperienza si organizza. Non è ciò che usiamo per pensare, è ciò dentro cui pensiamo.

Siamo di fronte a una vera e propria ri-ontologizzazione dell'umano, che ne ridisegna i confini nella continua transizione tra natura e artificio. In questo scenario, il dossier digitale non riguarda più soltanto regole o governance, ma investe il piano stesso delle possibilità dell'esistenza quali la presenza a sé, la libertà, l’autodeterminazione e la dignità. Quali giochi restano ancora praticabili quando la tecnologia incide sulla struttura dell'essere?

È una domanda che non ammette risposta tecnica. Richiede filosofia, e una filosofia più impegnativa, quella che non si accontenta di descrivere i fenomeni ma risale alle loro condizioni di possibilità.

La formazione heideggeriana di Mazzarella è al tempo stesso il punto di forza più evidente del libro e il suo limite strutturale più visibile.

Il punto di forza è nella capacità di vedere nella tecnologia digitale non un fenomeno contingente ma una manifestazione della Gestell (l'impostazione, la struttura di dominio) che Heidegger aveva identificato come l'essenza della tecnica moderna, ossia il modo in cui la tecnologia non si limita a trasformare il mondo ma trasforma il modo in cui il mondo ci appare, riducendo ogni ente, ogni cosa, ogni persona, ogni relazione, a risorsa disponibile, a fondo da cui attingere, a dato da elaborare.

Nell'IA generativa questa struttura raggiunge la sua forma più compiuta. Non è più solo il mondo naturale ad essere ridotto a risorsa ma è il linguaggio, la forma stessa del pensiero, ad essere trasformato in dato, in pattern statistico, in output ottimizzato. La Gestell si è installata dentro il soggetto.

Il limite heideggeriano è altrettanto visibile, e Mazzarella lo conosce bene, tant'è che il libro si chiama critica e non denuncia. Il rischio della prospettiva heideggeriana applicata alla tecnologia è quello che Umberto Eco chiamava la posizione dell'apocalittico. È la posizione di chi vede nella tecnica moderna solo dominio, solo perdita, solo alienazione, rischia di non vedere le possibilità reali che ogni configurazione tecnica apre insieme a quelle che chiude. Mazzarella evita la tentazione apocalittica, ma solo parzialmente. Il libro è più efficace nella diagnosi che nella proposta, più preciso nell'identificare la perdita che nell'immaginare la resistenza.

Uno dei passaggi più originali e più coraggiosi del libro è quello dedicato a Peter Thiel, il filosofo-imprenditore della Silicon Valley, cofondatore di PayPal, proprietario di Palantir, primo investitore esterno in Facebook, ideologo del neoreazionarismo tecnologico. Mazzarella dedica ampio spazio nelle pagine finali del saggio a Thiel, vedendo nella sua visione transumana l'uso degli esseri umani da parte di altri esseri umani speciali, che potremmo definire nietzscheanamente la Razza dei Signori, tramite l'intelligenza artificiale.

È una lettura che merita di essere presa sul serio, perché identifica nella Silicon Valley non solo un polo economico ma un progetto filosofico, e un progetto politico, che ben racconta la fase attuale del tecnocapitalismo fondato sulla centralizzazione dei capitali, su tecno-monarchi e sulla messa in discussione della democrazia occidentale. Thiel non è solo un imprenditore che ha avuto successo, è un pensatore che ha elaborato una visione del mondo coerente, in cui l'accelerazione tecnologica è lo strumento attraverso cui una élite di soggetti eccezionali si emancipa dai vincoli della democrazia, dello stato, della solidarietà. Il transumanesimo non è, in questa lettura, la liberazione dell'umanità, ma la liberazione di alcuni uomini dall'umanità.

Qui Mazzarella si incontra con Slavoj Žižek, che ha identificato nel trumpismo la radicalizzazione delle contraddizioni del liberalismo, e con Orain, che nel capitalismo della finitudine ha mostrato come la consapevolezza della scarsità generi predazione invece che cura. Il denominatore comune è preciso. Il sistema non è in crisi nonostante queste derive, le produce come esito logico della propria struttura.

Il contributo più importante di Mazzarella al dibattito contemporaneo sull'IA è la categoria di shock antropologico. Quella a cui stiamo assistendo e preparando, anche con il nostro uso diffuso dell’intelligenza artificiale e la sua socializzazione, non è una crisi settoriale, economica, occupazionale, culturale. È una trasformazione della struttura stessa dell'essere umano come soggetto. Non di ciò che l'essere umano fa, ma di ciò che è.

Questa categoria permette di mettere in relazione Mazzarella con altri pensatori che ho citato in altri scritti precedenti e con il cui pensiero  coltivo da tempo una feconda conversazione, e di vedere come le loro diagnosi convergano su un unico problema fondamentale.

Günther Anders, che scriveva in un'epoca in cui le macchine erano ancora fuori dall'uomo, aveva già intuito la struttura di questo shock antropologico anticipandolo nel suo concetto della “vergogna prometeica”, intesa come la vergogna dell’uomo di fronte alle proprie macchine dopo che si è adeguato ad esse. Mazzarella descrive una fase nella quale le macchine sono entrate dentro il soggetto, hanno colonizzato le sue facoltà cognitive, stanno diventando la struttura attraverso cui pensa. Più che di una vergogna prometeica, per Mazzarella si dovrebbe parlare di dissoluzione prometeica.

Giorgio Agamben ha mostrato come il dispositivo tecnologico non si limiti a governare i comportamenti ma produca soggetti. Chi usa un dispositivo, una tecnolog-IA, viene catturato, orientato, formato fino a diventare irriconoscibile rispetto a ciò che era prima dell'incontro con esso. Mazzarella porta questa analisi al livello ontologico sostenendo che il dispositivo digitale non produce un soggetto diverso, ma la scomparsa progressiva delle condizioni di possibilità del soggetto come tale. Presenza a sé, libertà, autodeterminazione sono esattamente le strutture che la condizione trascendentale digitale sta erodendo.

Con il suo libro Mazzarella dà alla descrizione del deserto di noi stessi, tesi dell’ultimo libro di Éric Sadin, il suo fondamento filosofico. Quel deserto non è un effetto collaterale, è la conseguenza logica di un sistema che sta diventando la condizione trascendentale del soggetto, e che quindi, nel diventarlo, non lascia più spazio per il soggetto che era prima.

Infine, Mazzarella sembra offrire una genealogia filosofica anche al malessere di massa, alle passioni tristi, alla depressione come condizione strutturale di cui parla Miguel Benasayag nelle sue opere. Il malessere per Mazzarella non può essere una patologia individuale, non è nemmeno una patologia sociale. È il sintomo di uno shock antropologico in corso, di una trasformazione della struttura dell'essere umano che il corpo registra prima che la mente possa nominarlo.

Fin qui ho cercato di valorizzare un testo che ho apprezzato. Non può però mancare anche una breve riflessione su ciò che forse manca, che rimane irrisolto, anche per la prospettiva adottata, che se fosse stata diversa avrebbe potuto fornire analisi diverse. Il primo limite è la sproporzione tra diagnosi e proposta. Mazzarella è straordinariamente preciso nell'identificare lo shock antropologico e nel descriverne le condizioni di possibilità filosofiche. È molto più reticente, quasi silenzioso, quando si tratta di indicare forme di resistenza, pratiche di recupero, modalità di abitare il presente digitale senza esserne dissolti. Il libro si chiude con una domanda aperta su quali giochi siano ancora praticabili ma non offre alcuna risposta precisa, forse perché non ne esiste una o non ne esistono di facili. È una scelta intellettualmente onesta, ma lascia il lettore con una consapevolezza aumentata e una capacità di azione invariata.

Il secondo limite riguarda la dimensione collettiva e politica dello shock antropologico. Mazzarella analizza la trasformazione del soggetto con gli strumenti della fenomenologia e dell'ontologia, strumenti potentissimi per descrivere l'esperienza individuale, meno adatti a descrivere le strutture di potere che quella trasformazione producono e governano. La domanda che si potrebbe porre a Mazzarella è: chi decide che l'IA diventi condizione trascendentale del soggetto? Non è una legge della natura che lo diventi, è una scelta politica ed economica di soggetti precisi con interessi precisi. La critica della ragione digitale richiede anche una critica dell'economia politica digitale.

Il terzo limite è la questione del linguaggio. Mazzarella scrive per filosofi. Scrive bene, ma scrive per filosofi. Un libro che diagnostica uno shock antropologico che riguarda tutti gli esseri umani connessi a una rete digitale dovrebbe cercare un pubblico più ampio. Non rinunciando al rigore ma scrivendo per farsi capire da tutti come fanno altri filosofi come alcuni di quelli che ho citato, Sadin e Benasayag ad esempio. Mazzarella resta dentro un registro accademico che riduce la portata potenziale di un'analisi che meriterebbe di circolare molto più largamente.

Critica della ragione digitale è un libro che fa le domande giuste nel momento in cui farle è ancora possibile fare la differenza. Non offre soluzioni. Non è questo il compito di un libro come questo, né sarebbe onesto pretenderlo dal suo autore. Offre qualcosa di più difficile e di più raro. Offre una mappa filosofica precisa di ciò che sta accadendo alla struttura stessa dell'essere umano nell'epoca della condizione trascendentale digitale.

In un panorama editoriale saturo di libri sull'IA che oscillano tra l'entusiasmo acritico e la denuncia apocalittica, Mazzarella sceglie la terza via più difficile: la critica nel senso kantiano del termine. Non giudica, ma prova ad analizzare le condizioni, senza condannare ma provando a identificare i limiti di una rivoluzione con l’intenzione di obbligare a pensare e a riflettere in modo critico. Finché si legge, si pensa. Finché si pensa, si è.

Alla fine della sua analisi, Mazzarella una proposta dal carattere forte e rivoluzionario, la elabora e la propone. È una risposta che si pone dentro l’insostenibilità antropologica, economica e geopolitica dell’universale neoliberista nella fase attuale di tecnocapitalismo digitale e finanziario. Quasi rispondendo alla sfida posta da pensatori come Peter Thiel che parlano di Anticristo travestito da Salvatore, Eugenio Mazzarella suggerisce di ripartire dalle radici cristiane del trilemma dell'illuminismo declinabile in fraternità (Fratelli tutti), libertà e uguaglianza. Un modo per ripartire dalle radici sta nel riscoprire e rivitalizzare la cultura del limite, proprio ciò che nella filosofia apocalittica di Thiel è il temuto demonio, visto come essenza di ogni umanesimo. Riscoprire il limite e l’attrito umani è un modo per resistere a chi ha ormai sposato l’IA come l’unica via per la salvezza, in realtà per futuri possibili autoritari, distopici e per niente inclini alla fraternità.


StultiferaBiblio

Pubblicato il 12 maggio 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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