Go down

La Groenlandia più che un’isola è un test: qui l’idea non è conquistare, ma pagare; non trattare con uno Stato, ma sedurre un popolo.
Quando il denaro si offre come scorciatoia della storia, che cosa resta di una cittadinanza ridotta a cifra e convenienza?

«Un cinico è colui che conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla.» Oscar Wilde, "Il ritratto di Dorian Gray" (1890)


Quanto vale una patria; quanto pesa una bandiera; quanta storia, quanta lingua, quanta memoria collettiva occorrono perché una comunità non sia ridotta a un numero su un foglio Excel?

La domanda, che pare oziosa nelle democrazie ben pasciute, torna improvvisamente concreta quando la sovranità irrompe nel lessico degli affari, e ciò che un tempo si prendeva con la baionetta, oggi si tenta di ottenere con un bonifico: non carri armati, ma trasferimenti bancari; non conquista, ma acquisizione ostile; non popoli, ma prede da convincere con il denaro, come se il consenso fosse un accessorio o un optional da spuntare al momento della firma.

La Groenlandia, maestosa isola di ghiacci e silenzi, diventa così il trofeo di Trump, il quale nel 2026 non si limita più alle boutade: offre bonifici individuali da diecimila a centomila dollari a cranio per strappare l’isola alla Danimarca e farne un avamposto americano. Ecco il capitalismo terminale che non si accontenta di merci e servizi ma divora sovranità, identità, terre ancestrali; e lo fa con l’aria innocente di chi “fa un’offerta”, come se la storia fosse un mercato e l’autodeterminazione una clausola contrattuale.

Con la brutalità del presente, Trump ripete una lezione antica: Jefferson, nel 1803, si prese la Louisiana dalla Francia napoleonica per 11,25 milioni di dollari; una somma che cresce assai se si conteggiano debiti e interessi. Ma più del prezzo conta ciò che quell’atto pretendeva di comprare: non la “proprietà” pacifica di un continente, bensì il diritto di disporne, salvo poi negoziare, comprare, espellere e spezzare pezzo dopo pezzo le genti che già lo abitavano. Seward, nel 1867, si portò a casa l’Alaska dai russi per sette milioni e rotti, deriso all’epoca come folle, poi osannato per i tesori estratti. Wilson, nel 1917, comprò le Isole Vergini dalla Danimarca per venticinque milioni in oro; ma qui pesa un dettaglio che ai moralisti della storia piace ignorare: a Copenaghen ci fu un passaggio popolare, un referendum che approvò il trattato, come se la vendita del territorio dovesse almeno indossare la maschera della legittimazione. 


Truman nel 1946 tentò lo stesso con la Groenlandia offrendo cento milioni per farne una sentinella contro i sovietici. La Danimarca disse no, ma aprì le porte a basi militari.
Oggi, attualizzando quell’offerta, Trump dovrebbe sborsare almeno tredici miliardi. Ma il valore reale? Trilioni, se conti le viscere dell’isola: terre rare che spezzano la dipendenza dalla Cina, petrolio e gas nell’Artico che si scioglie, rotte marittime che riducono i tempi di navigazione del quaranta per cento.

A questo punto qualcuno applaude e recita il catechismo dell’utile: soldi nelle tasche, infrastrutture, lavoro, passaporto americano, difesa garantita, insomma una modernizzazione rapida che Copenaghen, lenta e paternalista, non avrebbe saputo offrire; e magari anche, dicono, la fine di una dipendenza da sussidi che umilia. Ma è proprio qui la trappola perché l’argomento “economico” diventa il cavallo di Troia con cui si scardina la premessa politica: non si discute più di sovranità come legame, responsabilità e identità; si negozia una compravendita e si chiede al popolo di firmare la ricevuta.

Ecco l’oscenità: non si compra soltanto la terra, si compra la gente. Cinquantaseimila anime, per lo più Inuit, ricevono già sussidi danesi da mezzo miliardo all’anno. Centomila dollari a testa fanno cinque miliardi e rotti, un’esca per un referendum drogato dall’oro. Un conto è il rifiuto dell’annessione agli Stati Uniti, che oggi arriva a percentuali schiaccianti; altro conto è il desiderio di indipendenza dalla Danimarca, anch’esso larghissimo ma di segno diverso. 
L’ottantacinque per cento dei groenlandesi non vuole diventare americano e, separatamente, l’ottantaquattro per cento sogna l’indipendenza da Copenaghen come se la stessa parola, “libertà”, potesse indicare strade opposte. 

È la democrazia del portafoglio dove il voto si compra come azioni in borsa. Il diritto internazionale, con la Carta dell’ONU e la Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, proclama autodeterminazione e consenso non estorto ma il lessico della coercizione è nato per i cannoni, non per i bonifici, e l’avidità sa sempre travestirsi da libertà.

E poi c’è la memoria dei tribunali, più dura dei comunicati stampa. Nel 1933 la Corte permanente di giustizia internazionale, nel caso della Groenlandia orientale (Danimarca c. Norvegia), riconobbe la sovranità danese valorizzando il controllo effettivo, la continuità di atti di governo, perfino il peso delle dichiarazioni e degli impegni assunti: un intreccio di fatti, presenza, responsabilità. Può davvero un assegno cancellare in un attimo ciò che allora pretese anni di atti di governo e di riconoscimento; e ciò che oggi dovrebbe passare per una decisione politica solenne, non per una campagna promozionale travestita da referendum?

L’alternativa? 

Il Compact of Free Association, quel trucco usato con Micronesia, Marshall e Palau: indipendenza di facciata ma difesa americana, basi ovunque, aiuti in cambio di obbedienza. Applicato alla Groenlandia punta a trattare direttamente con Nuuk e a mettere Copenaghen davanti al fatto compiuto politico, se non giuridico. Sovranità sulla carta, indipendenza nominale e dipendenza strutturale nei fatti. È l’imperialismo soft, il quale non spara ma compra. 
E la Cina? Si aggira nell’ombra, investe in miniere e aeroporti, sussurra indipendenza per piantare bandiere rosse nel Nord Atlantico. Russia assertiva, Europa balbettante: la Groenlandia è pedina in un grande gioco dove i popoli sono pedoni sacrificabili.

Ma scaviamo più fondo: questo non è un capriccio di Trump, è un sintomo, forse il più sfrontato, di un mondo nel quale tutto tende ad assumere un prezzo, persino ciò che per definizione dovrebbe stare fuori dal mercato. I debiti sovrani, quando diventano cappio, non si limitano a impoverire: piegano le scelte politiche, impongono priorità, trasformano i bilanci in sentenze e, secondo stime del 2025, cinquantadue Paesi sono già in grave affanno con l’FMI che detta condizioni come un usuraio, chiamando queste riforme e presentandole come inevitabilità.

Poi ci sono le grandi aziende: non “convincono” soltanto, ma fanno pressione sui governi, orientano leggi e decisioni, riducono gli Stati a uffici di ratifica, a filiali con il timbro.
Infine il neocolonialismo, più elegante e non meno feroce: ex colonie libere sulla mappa ma legate a scambi sbilanciati, a materie prime vendute a poco prezzo, a dipendenze che cambiano nome e non sostanza.

In questo clima si inserisce la provocazione rilanciata in rete: se già oggi il denaro condiziona politiche, riscrive priorità, compra influenza, perché non dire apertamente l’ultima parola, perché non comprare direttamente il consenso dei cittadini per mettere le mani su uno Stato? Nessuna ipocrisia, sottintende: tutto dichiarato, tutto contrattualizzato, tutto messo a prezzo.

Ma è proprio questo il terrore: non l’invenzione del male, bensì la sua esposizione; la nudità del meccanismo che, una volta mostrato senza vergogna, rende normale l’osceno.

Pensate agli Inuit: custodi di una terra fragile dove l’estrazione di terre rare avvelena ghiacci e accelera lo scioglimento innalzando i mari su scala globale. Diritti indigeni calpestati, culture millenarie ridotte a folklore per turisti. E noi? In Italia, sovranità erosa da debiti e vincoli, dovremmo rabbrividire. La Groenlandia vuole indipendenza dalla Danimarca, l’ottantaquattro per cento lo sogna, ma senza sussidi crolla. Dilemma crudele: libertà o pane? Trump offre il secondo e intanto insegna a scambiare la prima per un saldo sul conto.

E se funziona?

Precedente letale: Russia, Cina, potenze emergenti comprerebbero territori a colpi di yuan o rubli. La NATO? La Danimarca avverte: fine dell’alleanza, dell’ordine post-bellico. Ma l’ordine è già marcio, corroso dal denaro che tutto livella. La sovranità non è astrazione: è legame con la terra, storia condivisa, identità che resiste al mercato. Comprarla è profanarla, trasformare popoli in consumatori, nazioni in startup.

Quanto vale la cittadinanza quando la si riduce a un prezzo? E chi lo scrive quel listino: il popolo, oppure chi ha la moneta e quindi pretende di avere anche l’anima? 
Nel capitalismo terminale la risposta è semplice e tremenda: vale quanto basta per convincerti a confondere il bene con il vantaggio, la patria con un saldo disponibile.
Ma l’uomo non è merce, né la comunità un bene alienabile, e chi accetta il bonifico per rinnegarsi scopre troppo tardi che il denaro compra il gesto, non redime la perdita. 
Se questa logica passa, tutto passa: Stati come lotti, popoli come pacchetti, identità come accessori. 

Il ghiaccio scricchiola e sotto i piedi di tutti non c’è soltanto una calotta, c’è una regola antica: quando il denaro compra l’appartenenza, nessuno appartiene più a niente.


Pubblicato il 12 gennaio 2026

Vimana Grioni

Vimana Grioni / Ghostwriter, divulgatore e illustratore nei settori IP&Tech, mi occupo principalmente di Proprietà Industriale e Intelligenza Artificiale.

https://iptopics.com/