Go down

Gigafactory europee e modello svizzero Apertus: due infrastrutture, due immaginari opposti di sovranità. Una lettura di psicologia politica della scelta di unirsi nella paura anziché nel desiderio.


C'è un esperimento naturale in corso nel cuore dell'Europa, e quasi nessuno lo sta leggendo per quello che è: un esperimento di psicologia politica. Conviene partire dai fatti, perché il lettore ha diritto di sapere di cosa parliamo.

I fatti, prima di tutto

Primo termine del confronto. Nel febbraio 2025, al vertice di Parigi sull'AI, la Commissione Europea ha lanciato InvestAI, un programma che mobilita 20 miliardi di euro per costruire quattro o cinque "AI Gigafactory": centri di supercalcolo da almeno centomila processori specializzati ciascuno, destinati ad addestrare i grandi modelli di intelligenza artificiale, quelli che stanno dietro strumenti come ChatGPT (Commissione Europea, comunicato dell'11 febbraio 2025). Secondo la vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen, ogni impianto costerà tra i 3 e i 5 miliardi di euro; il consumo energetico si colloca nell'ordine delle centinaia di megawatt, quanto una città di media grandezza. Il meccanismo di finanziamento, definito negli atti dell'impresa comune EuroHPC che gestisce il bando aperto nel luglio 2026, merita attenzione: il contributo europeo copre circa il 17 per cento dell'investimento in infrastruttura di calcolo, il resto arriva da Stati membri e capitali privati, e in cambio le istituzioni pubbliche ricevono una quota della potenza di calcolo per cinque anni. L'Italia si è candidata con un consorzio guidato da Eni e Leonardo, con TIM, Cineca e la fondazione governativa AI4I di Torino, come annunciato dal ministro delle Imprese Adolfo Urso nel maggio 2026: energia, industria della difesa, reti di telecomunicazione, sotto regia ministeriale.

Secondo termine. Il 2 settembre 2025 due politecnici pubblici svizzeri, ETH Zurigo ed EPFL di Losanna, insieme al Centro nazionale svizzero di supercalcolo (CSCS) di Lugano, hanno rilasciato Apertus, il primo grande modello linguistico interamente pubblico d'Europa (comunicato congiunto ETH-EPFL-CSCS, 2 settembre 2025). Interamente in un senso preciso: non solo il modello è scaricabile gratuitamente con licenza Apache 2.0, ma sono pubblici i dati di addestramento, il codice, le scelte tecniche, ogni fase del processo. Addestrato su 15 mila miliardi di token in oltre mille lingue, comprese le minoritarie come il romancio, gira su Alps, un supercomputer accademico che assorbe 10 megawatt a pieno carico, un centesimo di una gigafactory, ed è raffreddato con l'acqua del lago di Lugano. Costo dell'infrastruttura: circa 100 milioni di franchi, più 37 milioni l'anno di gestione, interamente pubblici (dati CSCS; Swissinfo, maggio 2025). Nel luglio 2026 il progetto ha rilasciato la versione 1.5 e una famiglia di modelli compatti, dichiarando esplicitamente l'obiettivo di "un'infrastruttura AI sovrana come alternativa aperta ai modelli commerciali proprietari" (CSCS, 24 luglio 2026).

Due infrastrutture, dunque. Ma soprattutto due dispositivi psichici collettivi, due modi di organizzare il desiderio, la paura e l'immaginario di un continente.

L'uomo che ha dato il nome

"Gigafactory" è un prestito da Elon Musk, che così battezzò nel 2014 le sue fabbriche di batterie. Vale la pena fermarsi su chi presta il nome, perché con il nome si importa un modello di potere. La traiettoria di Musk è nota nei fatti e istruttiva nella struttura. Cresciuto in una famiglia benestante del Sudafrica dell'apartheid, arricchito dalla prima ondata di internet con Zip2 e PayPal, ha costruito i suoi imperi successivi su un paradosso che il suo personaggio pubblico rimuove sistematicamente: già nel 2015 un'inchiesta del Los Angeles Times quantificava in quasi 5 miliardi di dollari il sostegno pubblico ricevuto da Tesla, SpaceX e SolarCity tra contratti governativi, sussidi e crediti d'imposta, cifra da allora ampiamente cresciuta con le commesse NASA e del Pentagono. Il libertario che irride lo Stato è, storicamente, uno dei suoi maggiori beneficiari.

Il passaggio decisivo è la conversione progressiva del potere economico in altre forme di potere. Con Starlink, Musk è diventato un attore geopolitico privato: la biografia di Walter Isaacson (2023) documenta come abbia deciso in autonomia di limitare la copertura satellitare durante un'operazione militare ucraina in Crimea. Con l'acquisto di Twitter nel 2022, ribattezzato X, ha acquisito il controllo diretto di un'infrastruttura del discorso pubblico globale. Con la guida del Department of Government Efficiency nell'amministrazione Trump, nel 2025, ha sperimentato l'esercizio diretto di potere statale senza mandato elettorale. E ha esteso il raggio d'azione all'Europa: nel dicembre 2024 firmava sulla Welt am Sonntag un intervento a sostegno dell'AfD, definita "l'ultima scintilla di speranza" per la Germania, mentre moltiplicava su X gli endorsement all'estrema destra continentale.

Le aspirazioni, per chi voglia dedurle dalle sue dichiarazioni pubbliche, sono coerenti: rendere l'umanità "specie multiplanetaria" colonizzando Marte, obiettivo che ripete dai tempi del primo discorso programmatico di SpaceX e che relativizza ogni vincolo terrestre; l'ossessione demografica e pronatalista ("il collasso della popolazione è il più grande rischio per la civiltà", ha dichiarato più volte); l'insofferenza per regolazione, sindacati e contropoteri; l'idea, mai formulata come programma ma costantemente agita, che le decisioni fondamentali spettino a chi costruisce la tecnica, non a chi vota. Quando la Commissione Europea battezza il proprio programma industriale con il lessico di quest'uomo, non compie un innocuo omaggio al marketing: adotta, senza dirselo, l'immaginario di un potere che è l'esatto contrario della democrazia costituzionale che l'Europa dichiara di voler difendere. Cornelius Castoriadis, ne "L'istituzione immaginaria della società" (1975), ci ha insegnato che ogni società è tenuta insieme da significazioni immaginarie che precedono e orientano le scelte tecniche. Qui la significazione è presa in prestito dall'avversario.

Uniti dalla paura o dal desiderio

C'è un secondo livello, più profondo, che riguarda l'affetto fondativo dell'operazione. Spinoza, nel "Trattato politico" (1677), distingue le moltitudini tenute insieme dalla paura da quelle tenute insieme da una speranza e da un desiderio comuni, e avverte che chi è guidato dalla paura obbedisce ma non agisce: è suddito, non cittadino. L'Europa delle gigafactory è, alla lettera, un'Europa unita dalla paura: paura del ritardo tecnologico, paura della Cina, paura di un'America diventata inaffidabile, paura di contare sempre meno. Lo stesso rapporto Draghi sulla competitività (settembre 2024), matrice intellettuale di questa stagione, si apre con la constatazione di una "sfida esistenziale": il lessico della minaccia precede ogni progetto.

L'Europa delle gigafactory è, alla lettera, un'Europa unita dalla paura: paura del ritardo tecnologico, paura della Cina, paura di un'America diventata inaffidabile, paura di contare sempre meno.

La paura, in psicologia politica, non è un motore neutro. Produce esattamente ciò che vediamo: imitazione del modello temuto, delega agli apparati, compressione dei tempi deliberativi, accettazione di alleanze altrimenti indigeribili, come quella tra fondi pubblici e industria degli armamenti. Un'Europa unita dal desiderio si chiederebbe che cosa vuole fare con l'intelligenza artificiale: quali servizi pubblici, quale sapere condiviso, quale qualità del lavoro e della vita. Un'Europa unita dalla paura si chiede solo come non restare indietro, e la risposta è sempre la stessa: più scala, più potenza, più fretta. La prima domanda è costituente; la seconda è reattiva, e consegna il progetto a chi la potenza già ce l'ha.

Lo Stato che vede come una gigafactory

James C. Scott, in "Seeing Like a State" (1998, trad. it. "Lo sguardo dello Stato", Elèuthera 2019), ha descritto con la categoria di alto modernismo la tendenza ricorrente degli Stati a preferire i progetti giganteschi, centralizzati e leggibili dall'alto: la diga, la città pianificata, la monocoltura. Progetti che semplificano il mondo per renderlo amministrabile, e che falliscono con regolarità proprio perché cancellano il sapere locale e la complessità che pretendono di governare. La gigafactory è alto modernismo computazionale allo stato puro: un unico punto di accumulazione, visibile, inaugurabile, perfetto per la rendicontazione politica e assai meno per l'apprendimento distribuito.

La composizione del consorzio italiano aggiunge un secondo strato. Energia, armi, reti: la saldatura materiale tra potenza computazionale, energetica e militare in un unico blocco, nel momento esatto in cui l'Europa riarma. Lewis Mumford, nel saggio "Authoritarian and Democratic Technics" (1964), distingueva tra tecniche autoritarie, centralizzate e potenti ma intrinsecamente instabili, e tecniche democratiche, disperse, controllabili da chi le usa. Una infrastruttura da gigawatt governata da un consorzio energetico-militare appartiene senza ambiguità alla prima famiglia. E la lezione di Max Weber sulle burocrazie ("Economia e società", 1922) vale doppio: gli apparati creati per un'emergenza sopravvivono all'emergenza, e orienteranno le priorità pubbliche per decenni. La deriva non richiede intenzioni autoritarie: basta l'inerzia dell'apparato, il suo bisogno di autogiustificarsi, l'opacità di ciò che viene classificato come strategico.

La rimozione: economia senza demos

Qui sta la rimozione, in senso propriamente psicoanalitico, che sorregge l'intera costruzione: l'Europa si sta dotando di una politica industriale continentale senza essersi dotata di una democrazia federale. Le gigafactory vengono decise da Commissione, board dell'impresa comune EuroHPC e consigli di amministrazione di consorzi; nessun parlamento, né europeo né nazionale, ha deliberato nel merito la visione che incarnano. Wolfgang Streeck, in "Tempo guadagnato" (2013), ha descritto la traiettoria del capitalismo democratico come progressivo trasferimento delle decisioni dalle arene elettorali a quelle dei mercati e degli apparati tecnici; Karl Polanyi, ne "La grande trasformazione" (1944), ci aveva avvertito che un'economia disincastrata dalla società produce contromovimenti che raramente sono gentili. Un'integrazione economica che corre più veloce dell'integrazione democratica non è un incidente di percorso: è la condizione di possibilità di un capitalismo istituzionalizzato, in cui apparati pubblici e corporate si fondono in blocchi che nessun elettorato può più sciogliere, e in cui il denaro dei contribuenti cementa strutture sottratte al loro giudizio. Ciò che viene rimosso dal discorso pubblico non è un dettaglio tecnico: è la domanda su chi decide. E come ogni rimosso, tornerà, presumibilmente nella forma peggiore: quella del risentimento antieuropeo che già oggi prospera ovunque l'Unione appaia come pura tecnostruttura.

L'alternativa: piccolo, locale, ispezionabile

Il modello svizzero scommette su una definizione diversa di sovranità, che chiamerei epistemica: non accumulare più potenza, ma rendere verificabile il potere. Apertus non compete sulle classifiche, e i suoi stessi autori lo ammettono. Compete su un altro terreno: la possibilità per chiunque, ricercatori, amministrazioni, cittadini organizzati, di ispezionare ogni fase del processo e di adattare il modello ai propri fini. Ignacio Martín-Baró, lo psicologo assassinato in El Salvador nel 1989 per il suo lavoro con le comunità (i suoi scritti sono raccolti in "Psicologia della liberazione"), avrebbe parlato di de-ideologizzazione: restituire alle persone gli strumenti per vedere come viene prodotta la realtà che le governa.

Ma l'alternativa vera non è la Svizzera in quanto tale: è il principio organizzativo che incarna. Elinor Ostrom, premio Nobel per l'economia 2009, ha dimostrato in "Governing the Commons" (1990, trad. it. "Governare i beni collettivi", Marsilio 2006) che i beni comuni possono essere governati da sistemi policentrici: molte unità decisionali, a scale diverse, con regole scritte da chi usa la risorsa, senza bisogno né del Leviatano né del mercato. Tradotto nel nostro campo: invece di cinque cattedrali, una rete federata di centri di calcolo medi, radicati nei territori, presso università, regioni, consorzi civici; modelli aperti e ispezionabili come infrastruttura comune; dati governati da istituzioni di prossimità con organi partecipativi reali, non consultazioni ornamentali. Non è utopia: la rete europea delle 19 AI Factory già attive presso i centri universitari di supercalcolo, i data commons civici, la stessa distribuzione di Alps su più siti mostrano che il policentrismo computazionale è tecnicamente banale. Ciò che manca non è la tecnica: è la volontà di rinunciare al monumento. E sarebbe, per inciso, l'unico modo di costruire quel demos europeo la cui assenza abbiamo appena rimosso: la partecipazione non si decreta, si pratica, e le infrastrutture sono palestre di cittadinanza o non sono nulla.

Ciò che l'infrastruttura insegna

Le istituzioni non si limitano a erogare servizi: formano disposizioni, plasmano ciò che un collettivo ritiene pensabile. La gigafactory produce sudditi spettatori di una potenza che li protegge e li supera; il modello aperto e policentrico produce, almeno potenzialmente, cittadini che possono guardare dentro la macchina e mettere mano alle sue regole. Decidere oggi tra le due strade significa decidere quale rapporto tra cittadini e potere tecnico istituiamo per i prossimi decenni.

La cosa più preoccupante non è che l'Europa abbia scelto la prima. È che l'abbia scelta senza discuterla, per paura, dentro un lessico preso in prestito dall'uomo che meglio incarna ciò da cui dice di volersi difendere. La fretta e la paura possono essere pessime consigliere.


Riferimenti

Opere citate

  • Castoriadis, C. (1975), L'institution imaginaire de la société, Seuil, Paris; trad. it. L'istituzione immaginaria della società, Bollati Boringhieri, Torino 1995.
  • Martín-Baró, I. (1994), Writings for a Liberation Psychology, a cura di A. Aron e S. Corne, Harvard University Press, Cambridge MA; trad. it. Psicologia della liberazione, Bordeaux, Roma 2018.
  • Mumford, L. (1964), "Authoritarian and Democratic Technics", Technology and Culture, 5(1), pp. 1-8.
  • Ostrom, E. (1990), Governing the Commons. The Evolution of Institutions for Collective Action, Cambridge University Press, Cambridge; trad. it. Governare i beni collettivi, Marsilio, Venezia 2006.
  • Polanyi, K. (1944), The Great Transformation, Farrar & Rinehart, New York; trad. it. La grande trasformazione, Einaudi, Torino 1974.
  • Scott, J.C. (1998), Seeing Like a State. How Certain Schemes to Improve the Human Condition Have Failed, Yale University Press, New Haven; trad. it. Lo sguardo dello Stato, Elèuthera, Milano 2019.
  • Spinoza, B. (1677), Tractatus politicus; trad. it. Trattato politico, a cura di P. Cristofolini, ETS, Pisa 1999.
  • Streeck, W. (2013), Gekaufte Zeit. Die vertagte Krise des demokratischen Kapitalismus, Suhrkamp, Berlin; trad. it. Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, Milano 2013.
  • Weber, M. (1922), Wirtschaft und Gesellschaft, Mohr, Tübingen; trad. it. Economia e società, Edizioni di Comunità, Milano 1961.

Fonti documentali e giornalistiche

  • Commissione Europea (2025), EU launches InvestAI initiative to mobilise €200 billion of investment in artificial intelligence, comunicato stampa, Parigi, 11 febbraio 2025.
  • CSCS - Centro Nazionale Svizzero di Supercalcolo (2026), comunicato sul rilascio di Apertus 1.5 e della famiglia di modelli compatti, Lugano, luglio 2026.
  • Draghi, M. (2024), The Future of European Competitiveness, rapporto per la Commissione Europea, settembre 2024.
  • ETH Zürich, EPFL, CSCS (2025), Apertus: a fully open, transparent, multilingual language model, comunicato congiunto, 2 settembre 2025.
  • EuroHPC Joint Undertaking (2026), documentazione del bando AI Gigafactories, luglio 2026.
  • Hirsch, J. (2015), "Elon Musk's growing empire is fueled by $4.9 billion in government subsidies", Los Angeles Times, 30 maggio 2015.
  • Isaacson, W. (2023), Elon Musk, Simon & Schuster, New York; trad. it. Mondadori, Milano 2023.
  • Ministero delle Imprese e del Made in Italy (2026), annuncio della candidatura italiana all'AI Gigafactory (consorzio Eni, Leonardo, TIM, Cineca, AI4I), maggio 2026.
  • Musk, E. (2024), intervento a sostegno di Alternative für Deutschland, Welt am Sonntag, 28 dicembre 2024.
  • Swissinfo (2025), servizio sui costi di realizzazione e gestione del supercomputer Alps, maggio 2025.

Pubblicato il 03 agosto 2026

Alessandro Reati

Alessandro Reati / Head of People & Culture; Head of HR & Management Division, Cegos Italia spa; Chartered Psychologist