«Uno spirito brillante, ed un'immaginativa lussureggiante erano i doni che il sofista siciliano aveva ricevuto dalla natura.» Theodor Gomperz, Pensatori greci
Può un testo del quinto secolo avanti Cristo far arrabbiare ancora qualcuno, come se fosse un editoriale uscito ieri sul Corriere della Sera? Evidentemente sì, se c'è chi si prende la briga, ventiquattro secoli dopo la morte di Gorgia di Leontini, di contestarne i giochi dialettici [autore e sede dell'intervento, con link].
Gorgia come pericoloso provocatore, negatore del libero arbitrio, promotore dell'irresponsabilità delle azioni umane; mercenario della verità; narcisista e autocelebrativo; falso sapiente; uno che «vorrebbe rendere "licito" tutto ciò che è "libito", per togliere il biasimo delle cattive azioni. Brutto mestiere, quello dell'avvocato difensore senza scrupoli, che farebbe assolvere il peggior criminale (purché lo paghi bene), con la scusa della non responsabilità degli uomini davanti al destino, o al plagio altrui, o all'amore…»
Le persone d'ingegno acuto provocano, e continuano a provocare nei secoli.
Ma qual è il testo capace di suscitare tanta riprovazione dopo tutto questo tempo? Lo riporto per intero in appendice, e ne discuto qui i passaggi decisivi.
La domanda
Tutto ruota attorno a una questione: Gorgia credeva davvero alle ragioni portate a giustificazione della «sventurata» Elena, oppure no? Per rispondere di sì, come molti fanno, occorre non tenere in alcun conto la dichiarazione con cui lo stesso Gorgia chiude il discorso, dove afferma trattarsi di un mero «gioco dialettico».
È ragionevole leggere il testo ignorando quella dichiarazione?
Provo a rispondere con l'analisi che segue, nata per i miei studenti di terza liceo, anche in vista della preparazione al Debate. Nessuna pretesa di profondità storico-filosofica: solo un gioco analitico, che è poi la forma di rispetto più adatta a un gioco dialettico.
Il prologo
Il prologo assolve a due funzioni insieme. Cattura l'attenzione del pubblico e assolve preventivamente Gorgia, che si appresta a difendere una causa moralmente indifendibile. L'immoralità è una macchia che si trasferisce dall'atto difeso al suo difensore, e ne pregiudica la credibilità.
Gorgia se ne libera con una serie di affermazioni condivisibili dal suo uditorio su ciò che è decoroso e indecoroso, onorevole e disonorevole, fino a stabilire ciò che è doveroso e giusto per un uomo:
«È invece dovere dell'uomo, sia dire rettamente ciò che si addice, sia confutare <il contrario; e dunque è giusto confutare> i detrattori di Elena.»
Il verbo è «confutare»: mostrare la falsità delle accuse, e mostrarla «secondo un certo metodo logico». Su questa dichiarazione di metodo torneremo, perché è il punto in cui il discorso si espone. Gorgia annuncia anche che non si fermerà lì: sarà per lui doveroso «sull'indegno riversar onta», e cioè capovolgere il giudizio morale che i Greci davano tradizionalmente di Elena, da causa volontaria delle loro disgrazie a vittima di forze più grandi di lei.
Che di questa difesa Elena avesse bisogno, basta una citazione a dimostrarlo:
«Cognato mio, di una cagna sfrontata e funesta, magari il giorno che mi ha partorito mia madre mi avesse portata via un'orrenda tempesta su un monte o tra le onde del mare risonante, e le onde mi avessero travolta prima di tutto questo. […] Ma tu vieni, siediti qui su questo seggio, cognato mio, giacché tante pene hanno invaso il tuo cuore per colpa di me cagna e della cieca follia di Paride.» Elena a Ettore, Iliade, VI
Il prologo prosegue sgomberando la mente dell'uditorio dalle immagini pregiudizievoli. Elena non era una donna qualunque: era figlia di Leda e di un dio, ed «ebbe bellezza di dea» che «non nascose d'averla», e Gorgia sembra quasi suggerire che questa sia stata la sua unica colpa. Quella bellezza attrasse non persone volgari, ma uomini di alto lignaggio, di grande ricchezza e grande sapienza, vogliosi di prevalere sulla concorrenza, «indotti da amore avido di vittoria e da invitta avidità di onore».
Immaginiamo qui Gorgia nello sforzo di evocare l'immagine di uomini avidi e bramosi di prendersi la giovane di così alti natali. È già l'apparecchiatura dell'argomentazione assolutoria.
La strategia difensiva
Al paragrafo 5 la strategia è dichiarata. Gorgia annuncia che non dirà chi conquistò Elena, per quale motivo e in che modo, e passa direttamente a esporre «le cause per le quali era naturale avvenisse la partenza di Elena verso Troia».
Due parole anticipano tutta la linea difensiva: cause e naturale. Gorgia non parla di ragioni o di motivazioni che spinsero Elena ad agire, ma di cause, cioè di eventi o forze contro cui per natura non si può nulla. Se le cause sono queste, la partenza era naturale.
Il sillogismo che regge l'intero discorso è questo:
Sillogismo maestro
PM Ha colpa solo chi è responsabile
mp È responsabile solo chi agisce
volontariamente
mp' Elena non agì volontariamente
C Elena non ha colpa
Le prime due premesse potevano essere date per scontate dall'uditorio, e Gorgia le aveva in qualche modo preparate nel prologo. Tutto il peso della dimostrazione cade quindi su mp', cioè sul mostrare che Elena fu forzata.
Il quadrilemma
L'argomentazione assume la forma di un quadrilemma:
«Infatti, ella fece quel che fece o per cieca volontà del Caso, e meditata decisione di Dèi, e decreto di Necessità; oppure rapita per forza; o indotta con parole, <o presa da amore>.»
Lo schema è questo:
Il quadrilemma
Elena agì per una di queste cause:
(a) Caso, Dèi, Necessità
(b) rapimento con la forza
(c) persuasione della parola
(d) amore
In (a) fu forzata
In (b) fu forzata
In (c) fu forzata
In (d) fu forzata
Dunque in ogni caso fu forzata
E dunque non ha colpa
Gorgia sfrutta l'argomento dilemmatico con abilità. Porta all'attenzione dell'uditorio solo le alternative favorevoli al proprio caso, ottenendo un effetto di presenza, e sottrae all'attenzione quelle che avrebbero giocato contro la sua tesi. Fra queste, per esempio, che Elena, pur potendo negarsi a Paride, lo abbia seguito volontariamente, incurante delle conseguenze e della disonestà del gesto in quanto moglie di Menelao, sfruttando la propria bellezza per spingere il povero Paride, lui sì forzato da amore, all'insano gesto. Un avvocato di parte avversa avrebbe potuto far notare l'assenza e costruirci sopra la linea contraria.
La mossa decisiva non è nessuno dei quattro argomenti, ma il quadrilemma che li contiene: quattro alternative presentate come esaustive, e tutte favorevoli alla difesa.
Da qui in avanti Gorgia gioca con l'uditorio, come se lo sfidasse: se vi dimostrassi che Elena è stata forzata ad agire come ha agito, la ritenereste ancora colpevole? Evidentemente no. Ebbene, ora ve lo dimostro.
Ognuna delle quattro alternative conduce alla stessa conclusione: Elena fu forzata, non c'era spazio per un atto di libertà. Va notato che questo non equivale a negare il libero arbitrio, come pure è stato sostenuto. Gorgia non afferma che nessun uomo sceglie mai; afferma che in questa azione particolare, e per le cause elencate, Elena non ebbe scelta, perché su di lei agirono forze o sovrumane (Caso, Dèi, Necessità) o fin troppo umane (la violenza fisica, quella della parola, quella delle passioni). Il passaggio dal caso singolo alla tesi generale sul libero arbitrio è un'operazione che il testo non autorizza, e che va imputata a chi la compie, non a Gorgia.
Argomento 1. Caso, Dèi, Necessità
A1
PM Il più debole non può opporsi
al più forte, ma ne è comandato
e condotto
mp La divinità supera l'uomo in
forza, in saggezza e nel resto
mp' Se Elena agì per decisione
divina, fu il debole di fronte
al forte
C1 Elena non poteva impedire
l'accaduto, e va liberata
dall'infamia
Il primo argomento parte da un assunto pienamente valido nel contesto culturale greco: gli dèi intervengono nel mondo umano e dirigono le azioni degli uomini. L'Iliade è piena di queste intromissioni. Se fosse questo il caso, Elena non potrebbe essere colpevole di qualcosa che le è stato imposto dalla divinità.
Gorgia non si dilunga, e la ragione è che non ne ha bisogno: la premessa maggiore, «la provvidenza divina non si può con previdenza umana impedire», è per il suo uditorio di immediata evidenza.
Argomento 2. Il rapimento
A2
PM Chi compie il male è colpevole,
chi lo patisce è sventurato
mp Il rapitore compì il male,
Elena lo patì
C2 La colpa è del rapitore; Elena
va compianta, non diffamata
Il secondo argomento ha lo scopo di invertire le parti nella tragedia. Non soltanto Elena non è colpevole: bisogna coprire di vergogna il vero colpevole. A lui spettano, dice Gorgia con una tripartizione che è già una sentenza, l'accusa sul piano verbale, l'infamia su quello legale, la pena su quello pratico.
Qui l'eloquenza lavora a pieno regime, per suscitare comprensione, solidarietà e compassione verso Elena, e insieme sdegno verso chi «intraprese da barbaro una barbara impresa».
Va notato che Gorgia mantiene solo a metà la promessa fatta al paragrafo 5. Non dice chi conquistò Elena, per quale motivo e con quali modi, ma il corresponsabile resta presente in tutto il discorso, prima come «rapitore» anonimo e poi, nel quarto argomento, con il suo nome: Alessandro, cioè Paride.
Argomento 3. La parola
Contro le forze sovrumane e contro la forza fisica nulla si può fare, e per stabilirlo bastano poche righe. La terza alternativa è invece la più esposta, e a essa Gorgia dedica la parte più ampia del discorso.
A3
PM Contro la potenza della parola
l'animo non può opporre nulla
mp Elena fu persuasa dalla parola
C3 Elena fu costretta: colpevole
è chi persuase, non chi fu
persuasa
Tutto il peso cade su PM, e Gorgia la sostiene con quattro linee convergenti, che insieme compongono un piccolo trattato di psicologia della persuasione.
La poesia. Definita «un discorso con metro», produce in chi ascolta brivido, compassione, lacrime, e le produce per fatti e persone estranee. L'anima patisce «un suo proprio patimento» per effetto delle sole parole. Se il discorso agisce così su chi non ha nulla in gioco, tanto più agirà su chi è coinvolto.
L'incantesimo. Gli «ispirati incantesimi di parole» si aggiungono alla disposizione dell'anima, la blandiscono, la persuadono, la trascinano col loro fascino. Fascinazione e magia sono arti che consistono in errori dell'animo e inganni della mente.
La fragilità dell'opinione. Se tutti avessero memoria del passato, coscienza del presente e previdenza del futuro, il discorso non avrebbe questa efficacia. Ma i più non ricordano, non meditano e non prevedono, e offrono all'anima come consigliera l'impressione del momento, che è fallace e incerta.
Le tre prove d'esperienza. I ragionamenti dei meteorologi, che sostituendo ipotesi a ipotesi fanno apparire credibile l'incredibile; i dibattiti politici e giudiziari, in cui un discorso «non ispirato a verità, ma scritto con arte» diletta e persuade la folla; le schermaglie filosofiche, dove si vede con quanta rapidità l'opinione muta.
La conclusione è l'analogia che chiude l'argomento, ed è la più bella del discorso: la parola sta all'anima come il farmaco al corpo. Alcuni farmaci eliminano certi umori, altri troncano la malattia, altri la vita. Allo stesso modo alcuni discorsi producono dolore, altri diletto, altri paura, altri infine «con qualche persuasione perversa, avvelenano l'anima e la stregano». Come il corpo non può sottrarsi all'azione del farmaco, l'anima non può sottrarsi a quella della parola.
Il rapimento dell'anima diventa così identico, quanto a effetti, al rapimento del corpo: «un discorso che abbia persuaso una mente, costringe la mente che ha persuaso, e a credere nei detti, e a consentire nei fatti». Il consentire e l'agire seguono il credere, e il credere non dipende da noi.
Perché il terzo argomento è il punto debole
Questa esaltazione della parola viene di solito spiegata con la professione di Gorgia, che avrebbe interesse a esaltare il prodotto che vende. La spiegazione è più semplice e più stringente: la difesa di Elena ha bisogno di una concezione della persuasione come induzione a fare qualcosa anche contro la propria volontà. Serve che la parola sia una forza sottile che supera le barriere della volontà e lascia l'uomo inerme.
Ed è qui che il discorso lavora contro se stesso. Se la persuasione non passa attraverso la ragione e spinge ad agire senza prima convincere, allora Gorgia non sta facendo ciò che dichiara di fare. Perché Gorgia sta cercando di persuadere il suo uditorio dell'innocenza di Elena, cioè di cambiarne il giudizio, e dichiara di volerlo fare «secondo un certo metodo logico», con il ragionamento, per quanto aiutato dall'eloquenza.
La distinzione è stata formulata con precisione da Massimo Piattelli Palmarini:
«Si può indurre qualcuno a fare qualcosa anche contro la sua volontà, mentre non si può persuadere qualcuno a fare qualcosa se non si passa sempre e solo attraverso un moto della volontà, attraverso un libero cambiamento di credenze e opinioni. […] Persuadere implica che la persona sia libera non solo di volere, di agire, ma anche di pensare, di credere, di decidere. Deve essere, insomma, libera di lasciarsi persuadere.»
La distinzione è moderna, e presuppone una nozione di volontà che il greco peithó non porta con sé: non la si può usare per attribuire a Gorgia un errore concettuale. La si può però usare per misurare la distanza fra ciò che il discorso dice e ciò che il discorso fa. E la distanza c'è, perché il testo stesso rivendica un metodo logico e un uditorio che giudica.
Gorgia difende una teoria della persuasione che il suo stesso discorso smentisce: mentre sostiene che la parola scavalca la volontà, lavora per convincere un uditorio libero di non lasciarsi convincere.
Se questo fosse reso manifesto all'uditorio, l'argomento si affloscerebbe come un soufflé riuscito male: Elena non è stata indotta, si è lasciata liberamente persuadere, ed è quindi responsabile della propria scelta. Ma il buon avvocato lascia nell'ombra le evidenze che danneggiano la difesa, e Gorgia lascia nell'ombra la più scomoda di tutte, che è il discorso stesso che sta pronunciando.
Argomento 4. L'amore
Il quarto argomento sviluppa implicitamente un trilemma.
A4
Se Elena agì per amore, allora
(i) l'amore nasce dalla vista, e
la natura delle cose viste
modella l'anima
(ii) oppure l'amore è un dio
(iii) oppure è infermità e cecità
della mente
In (i) non dipese da lei
In (ii) nessun inferiore vi resiste
In (iii) è sventura, non colpa
C4 Elena non ha colpa
Il primo corno è il più elaborato. La natura delle cose che vediamo non è quale la vogliamo noi, ma quale è propria di ciascuna, e per mezzo della vista l'anima ne viene modellata. Chi vede eserciti schierati si turba e fugge atterrito, benché il pericolo non sia ancora reale; chi vede cose spaventose perde nell'attimo la ragione che possiede; e all'opposto le figure dipinte e scolpite dilettano lo sguardo e destano desiderio. Se dunque la vista di Alessandro accese nell'anima di Elena «fervore e zelo d'amore», che meraviglia c'è?
Il secondo e il terzo corno chiudono le uscite residue. Se amore è un dio, un essere inferiore non può respingerlo. Se è un'infermità umana, va giudicato come sventura e non condannato come colpa: venne «per agguati del caso, non per premeditazioni della mente».
La conclusione di Gorgia
Nel finale Gorgia ribadisce tesi e ragioni in ordine inverso rispetto alla presentazione, e lo fa in forma di domanda retorica:
«Come dunque si può ritener giusto il disonore gettato su Elena, la quale, sia che abbia agito come ha agito perché innamorata, sia perché lusingata da parole, sia perché rapita con violenza, sia perché costretta da costrizione divina, in ogni caso è esente da colpa?»
Poi dichiara di avere tenuto fede a quanto promesso, «annientare l'ingiustizia di un'onta e l'infondatezza di un'opinione», e rivela che il discorso non era altro che «a me di gioco dialettico».
Che interpretazione dare
Studiosi ben più attrezzati di me hanno attribuito ai testi gorgiani, non solo all'Encomio ma soprattutto al Sul non essere, profondità speculative. Malgrado la confessione finale, secondo alcuni l'Encomio rivelerebbe una visione tragica dell'esistenza, intesa come qualcosa di fondamentalmente irrazionale e misterioso, e una consapevolezza della fragilità e della nullità della vita (Abbagnano, Storia della filosofia [vol. e pag. da inserire]). Altri vi leggono una vera e propria negazione del libero arbitrio, e ne sottolineano le conseguenze immorali, come se Gorgia ritenesse davvero che gli uomini siano sempre preda di forze più grandi.
Sulle reali intenzioni di Gorgia nulla ci è dato sapere con sicurezza. Ma la domanda si può porre in un altro modo. Mettiamo da parte la visione del mondo che Gorgia poteva avere, e mettiamoci nei panni di chi si proponga di fare da avvocato difensore a una donna che aveva fatto quello che Elena aveva fatto, cosa che nessuno poteva contestare. Quale strategia difensiva sarebbe disponibile, se non sollevarla dalla responsabilità dell'atto facendola ricadere su qualcun altro?
Nessun'altra. E questo è ciò che rende la dichiarazione finale credibile invece che sospetta. La difesa di Elena non è una tesi che Gorgia sostiene: è la soluzione obbligata di un problema che si è posto. L'arguzia sta nel modo, non nel contenuto, e cioè nel non farsi scrupolo di tirare in mezzo gli dèi, di scaricare tutto su Paride, di elaborare un'ingegnosa psicologia della persuasione e perfino un abbozzo di psicologia dell'amore, pur di ottenere l'assoluzione.
La difesa di Elena è la sola strategia disponibile a chi accetti quell'incarico: per questo la dichiarazione finale di «gioco dialettico» non è una civetteria, ma la descrizione esatta dell'esercizio.
Leggere l'Encomio ignorando quella dichiarazione significa attribuire a Gorgia una tesi là dove c'è una prestazione. E significa, per giunta, perdere la parte più istruttiva del testo, che è la dimostrazione di quanto lontano si possa arrivare quando la conclusione è data in partenza e resta solo da costruirle intorno le premesse.
Appendice. Il testo
[Testo integrale dell'Encomio di Elena, Fr. 82 B 11 DK, in I Presocratici, Laterza, Bari 1994, pagg. 927-933.]
Nota bibliografica
Massimo Piattelli Palmarini, L'arte di persuadere, Mondadori, Milano 1995