Viviamo in una cultura che ha smesso di aspettare. Secondo una ricerca del 2024 condotta dalla Società Italiana di Medicina Estetica con l’Università di Catanzaro, quasi la metà dei ragazzi tra i tredici e i diciotto anni si dichiara disponibile a ricorrere alla medicina estetica, e un genitore su otto ha già suggerito ai propri figli di farlo. Le labbra rifatte, il naso corretto, il seno modificato: il corpo che non si riconosce ancora trova una risposta immediata, un aggiustamento tecnico prima ancora che sia stato davvero incontrato e abitato. E la stessa logica, sempre più spesso, si estende all’identità di genere: il disagio di non riconoscersi diventa diagnosi, la diagnosi diventa percorso, il percorso diventa scelta irreversibile, tutto prima che il ragazzo abbia avuto il tempo di capire chi è. La forma del disagio cambia, ma la logica è sempre la stessa, il corpo come problema da risolvere piuttosto che come luogo da attraversare.
Il corpo che cambia
L’adolescenza è il tempo in cui il corpo trasforma senza chiedere il permesso, e con esso cambiano la voce, i lineamenti, le proporzioni, tutto ciò che fino a ieri era familiare e oggi è diventato estraneo. La vergogna che accompagna questa trasformazione è un’emozione normale, fisiologica, universale: il disagio di non riconoscersi, di sentirsi guardati, di abitare un corpo che sembra procedere per conto suo. Quella vergogna non è un errore da correggere, è parte del processo, è la materia di cui è fatta la conoscenza di sé, e chi di noi non l’ha attraversata? Un corpo che non piaceva, una parte di sé che sembrava sbagliata, un’emozione che faceva vergognare: quella sofferenza, se attraversata, ha insegnato qualcosa di preciso. Se rimossa o risolta dall’esterno prima del tempo, ha lasciato un vuoto che prima o poi ha chiesto conto.
Piaget ci ha insegnato che a partire dagli undici anni il ragazzo entra nello stadio operatorio formale: per la prima volta è capace di pensare all’astratto e al possibile, di costruire ipotesi su se stesso e sul mondo, di aprire un laboratorio interiore che è per sua natura provvisorio e sperimentale. Chiudere quel laboratorio prima che l’esperimento sia concluso significa trasformare una sperimentazione necessaria in una scelta definitiva prematura. Le fasi di crescita non si possono saltare, perché ogni stadio non è solo una tappa ma la struttura su cui si costruisce la successiva: non attraversarlo non significa rimandarlo, significa che quello che viene dopo sarà edificato su un vuoto, e i vuoti, prima o poi, cedono.
Genere e scelte irreversibili
Il discorso si fa ancora più delicato quando riguarda il genere. Un ragazzo che sente che la propria identità di genere è in contrasto con ciò che vede allo specchio porta un disagio reale, che merita ascolto profondo e accompagnamento autentico. Ma il disagio reale non è la stessa cosa di una diagnosi definitiva, e l’accompagnamento non è la stessa cosa di una risposta immediata. Le scelte che modificano il corpo in modo permanente, ormonali o chirurgiche, richiedono una maturità che non si misura con l’urgenza del momento ma con la profondità della conoscenza di sé, e quella conoscenza si costruisce solo attraversando il processo, non scavalcandolo.
Daniel Siegel, studioso della mente adolescente, parla di questa fase come di un cantiere aperto: il cervello si ristruttura, pota le connessioni che non servono, ne costruisce di nuove. Le neuroscienze confermano questo quadro con un dato preciso: il cervello emotivo è già a pieno regime nell’adolescenza, mentre la corteccia prefrontale, sede del giudizio e della capacità di valutare le conseguenze a lungo termine, termina la maturazione verso i venticinque anni. Non è un giudizio morale sulla fragilità dei giovani: è una constatazione biologica. Chiedere a un ragazzo di sedici anni di compiere una scelta irreversibile sul proprio corpo significa chiedergli di usare pienamente una parte del cervello che non ha ancora terminato di formarsi. La confusione, il disorientamento, l’instabilità non sono sintomi di qualcosa che non va: sono il segno che il lavoro è in corso, e interromperlo troppo presto toglie al ragazzo il diritto di completare la propria costruzione.
La sequenza è questa: prima prendere coscienza di chi si è, abitando il corpo, attraversando il disagio, stando nella domanda senza fretta di chiuderla, e poi scegliere con consapevolezza chi si vuole diventare. Non il contrario. La consapevolezza non è il risultato della scelta: è la condizione perché la scelta esista.
Quando parlo di disagio, mi riferisco a quello naturale, biologico ed esistenziale che appartiene al crescere. Non parlo del dolore che viene da fuori, dal giudizio, dall’esclusione, dalla pressione sociale: quel dolore non va attraversato, va combattuto, rimosso e rifiutato. Confondere le due cose è un errore che costa caro, e costa caro soprattutto a chi già sta male.
Il ruolo dell’adulto
Se la cultura intorno ai ragazzi risponde al disagio con soluzioni immediate, anche noi adulti rischiamo di fare lo stesso, anche solo nel modo in cui ne parliamo. Nominare continuamente la loro ansia, trattarla come emergenza da gestire, rimuovere ogni ostacolo perché non soffrano non li protegge. Non esistono emozioni negative, esistono emozioni spiacevoli, e la differenza non è semantica. La paura ci salva la vita, l’ansia ci attiva, la vergogna ci segnala qualcosa di importante: sono strumenti, non nemici. Imparare a gestirle è un compito che richiede di attraversarle, non di eliminarle.
L’ansia è diffusa, è il sintomo di un’epoca intera, ma costruire intorno a essa una cultura dell’evitamento significa togliere ai ragazzi la possibilità di scoprire che ce la fanno. L’autostima non si costruisce al riparo dalle difficoltà, si costruisce attraversandole, e chi non ha mai avuto il permesso di fallire, di deludersi, di stare nel disagio senza che qualcuno corra a risolverlo, non impara che ce la può fare.
Il ruolo dell’adulto, dell’insegnante, del genitore, di chiunque stia accanto a un adolescente, non è dare risposte ma creare le condizioni perché il ragazzo possa trovare le sue, il che significa tollerare l’ambiguità senza risolverla, stare in una domanda aperta senza precipitarsi a chiuderla, avere il coraggio di sporcarsi le mani insieme al ragazzo, di entrare nel disagio con lui invece di tirarlo fuori in fretta.
Id
Lo stesso meccanismo che spinge a risolvere il disagio del corpo con un aggiustamento tecnico opera nel linguaggio. In un articolo precedente su queste pagine, Oltre le etichette, ho cercato di mostrare come l’ossessione contemporanea per le categorie identitarie produca paradossalmente nuove forme di esclusione: ogni etichetta include chi vi si riconosce ed esclude tutti gli altri, e nella corsa a nominare ogni sfumatura dell’essere abbiamo perso di vista ciò che ci accomuna. Lo stesso meccanismo opera nei pronomi. Lui, lei, loro: ogni parola è una casella, sceglierla significa già essere qualcosa di definito, e se non sei ancora definito, se stai ancora cercando, il linguaggio stesso ti chiede di concludere prima di essere pronto. La proliferazione dei neopronomi segue la stessa logica: aggiunge caselle invece di cercare il terreno comune.
Da qualche tempo uso una parola latina: id. Neutro singolare, terza persona, né maschile né femminile. Significa “esso”, “ciò”, qualcosa che ancora non ha preso forma definitiva.
Ma la ragione per cui mi interessa non è l’incertezza. È l’unità. Lui e lei dividono, tracciano un confine, collocano da una parte o dall’altra. Id viene prima. Viene dal corpo, da ciò che siamo tutti prima di essere maschi o femmine o altro, esseri umani, carne e pensiero, presenza nel mondo. Id non nega il corpo sessuato, lo presuppone, e poi guarda verso ciò che accomuna invece di ciò che separa. Non è una nuova etichetta: è un passo indietro verso il terreno comune, verso ciò che è uguale in tutti prima che le distinzioni comincino, verso quel piano da cui, soltanto, si può scegliere con consapevolezza chi diventare.
Id non separa. Riconosce.
Bibliografia
Piaget, Jean, La psicologia dell’intelligenza, Giunti, ed. italiana 1952.
Siegel, Daniel J., Brainstorm. Il potere e lo scopo del cervello adolescente, Raffaello Cortina, ed. italiana 2014.
Blakemore, Sarah-Jayne, Inventare se stessi. Il cervello adolescente, Raffaello Cortina, ed. italiana 2019.
Società Italiana di Medicina Estetica, Ricerca su adolescenti e medicina estetica, 2024.
Stultifera Navis
Mazzucchelli, Carlo, In difesa dell’umano, Stultifera Navis, dicembre 2025.
Varanini, Francesco, Architetti della disuguaglianza, Stultifera Navis, dicembre 2025.