La novità contemporanea è l’informatica che cancella le distanze, proietta fuori dello spazio, nella virtualità di una nuova dimensione che annienta i territori, trasferisce in una realtà aumentata dove vince l’attimo, una corsa il cui fine sembra raggiungere e superare se stessa.
Bisogna correre, competere, battere primati senza voltarsi mai. I mercati finanziari vivono della celerità con cui gli algoritmi degli apparati informatici reagiscono ad ogni variazione dei titoli e delle condizioni, determinando fortune rapidissime e altrettanto fulminee cadute.
Le tecnologie postmoderne producono la sparizione dei corpi per smaterializzazione, svalutando l’esperienza.
Viviamo in un’epoca di voyeurismo permanente, spettatori del mondo e di noi stessi attraverso lo sguardo mediato di macchine, fotografie, TV, computer, telefono, protesi visive divenute insostituibili, parti integranti della nostra personalità. Le tecnologie di prossima generazione arriveranno a sostituire le dita con l’occhio: uno sguardo, un battito di ciglia, dirigeranno gli apparati artificiali.
C’è un movimento incessante e continuo che ci riguarda tutti e non è quello della terra sul proprio asso o intorno al sole. È il cambiamento.
Ma il cambiamento non è discutibile, fa parte della complessità delle società contemporanee, e la velocità è la malattia di questa epoca.
Stiamo dando troppa importanza alla velocità. E una società che ha un debole per la velocità tende a svilire il contributo dei meno giovani, facendo coincidere la vecchiezza con la lentezza, senza mai chiedersi se chi è lento non lo sia magari perché riflette.
Mi viene in mente una frase sentita pronunciare da un filosofo che mi guadagnerà non poche antipatie – “ignorante perché rapido, rapido perché ignorante”. Meglio chiarire subito che ignorante qui non viene usato nel senso dell’insulto ma nel suo senso etimologico, soggetto che ignora.
Ignorante perché rapido. Vuol dire che la velocità non si concilia con la riflessione?
Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia, ha scritto il saggio Pensieri lenti e pensieri veloci con il quale ci ha spiegato che le due tipologie di pensiero convivono più o meno pacificamente nel nostro cervello, come, rispettivamente, sistema di pensiero 2 e sistema di pensiero 1, perché si sono dati ruoli diversi.
Il pensiero lento, sistema 2, è il pensiero ragionato, quello che soppesa, che correla, che attinge a diversi cassetti della nostra esperienza di vita. Per fare questo esercizio serve una gran quantità di energie e se utilizzassimo questo sistema ogni momento della nostra giornata non arriveremmo interi a sera.
Così riserviamo il sistema 2 alle cose complesse e utilizziamo il sistema 1, quello veloce, per tutto il resto, e per risparmiare energie. Il sistema 1 è istintivo, rapido, salvavita e infatti viene da molto lontano; è quello che ci ha permesso di sopravvivere in epoche del passato molto pericolose, basato su istinti e automatismi. Ma per la nostra evoluzione sono serviti entrambi.
La tecnologia applicata di oggi esaspera la velocità ma offre capacità computazionali: praticamente un sistema 2 all’ennesima potenza, con la velocità di un sistema eccellente.
E’ sufficiente per assolverla? No, non basta per dirci salvi dal rischio che la nostra società metta al primo posto la velocità, con il risultato di perdere l’abitudine al pensiero ragionato. E qui viene in ballo la seconda parte dell’assioma, ignorante perché rapido, rapido perché ignorante.
Ignorante è più leggero, si fa meno domande, e quindi corre di più e in una società che premia la velocità questo è pericoloso.
La mitizzazione di tutte le forme di velocità è in realtà l’apologia di tutte le scorciatoie per ottenere prima ciò che si desidera.
E prima lo ottieni, prima si libera il posto per un altro desiderio da soddisfare subito.
Se ritieni che passare da un desiderio ad un altro non sia il tuo modo di essere umano, abbiamo qualcosa in comune.
Se vuoi approfondire temi come questo, leggi il mio libro Basta essere umani, All Around Ed. Lo trovi in libreria