L'ultima volta che ho scritto qualcosa di veramente importante a mano è stato due settimane fa. Una lettera alla mia ragazza. Oltre al contenuto, ricordo il gesto. La fatica fisica del tracciare le lettere, il peso della penna, il callo sull'indice che dopo anni si era quasi dissolto e che, per quelle due pagine, è tornato a farsi sentire. Invece, l'ultima volta che ho usato una qualsiasi forma di tecnologia per scrivere, è stato pochi minuti fa. Ogni giorno, al lavoro e a casa, delego parole, frasi, persino pensieri alla tecnologia che corregge, suggerisce e completa.
Ma febbraio 2026 ha portato con sé qualcosa di diverso. Non più semplici suggerimenti o correzioni automatiche. Qualcosa che Peter Steinberger, ingegnere austriaco noto per la fondazione di PSPDFKit, ha scatenato con una modesta utility per automatizzare compiti via WhatsApp. In pochi mesi, quel progetto – ribattezzato prima Clawdbot, poi Moltbot dopo una contestazione di marchio da Anthropic, e infine OpenClaw – è diventato uno dei fenomeni open source più virali della storia, raggiungendo le 100.000 stelle su GitHub in meno di due mesi.
Non si tratta più di un correttore automatico che nasconde i nostri errori. OpenClaw è un agente "con le mani". Può acquisire screenshot del desktop, localizzare elementi dell'interfaccia grafica, simulare l'azione umana di cliccare e digitare. Se un'azione può essere compiuta da un essere umano guardando uno schermo, può essere compiuta anche da OpenClaw. È la fine non solo della scrittura manuale, ma dell'intera coreografia digitale che negli ultimi vent'anni avevamo faticosamente appreso: il gesto del pollice, la danza sullo smartphone e la precisione del click del mouse.
Dal gesto all'intento: genealogia di una scomparsa
Per capire cosa sta accadendo, dobbiamo fare un passo indietro. La parola "smartphone" porta in sé un'ambiguità originaria. Smart in inglese significa intelligente, o tecnologicamente raffinato, ma la sua etimologia rimanda al medio inglese smert, correlato a "essere doloroso". Intelligenza e sofferenza insieme. Una premonizione linguistica di ciò che saremmo diventati: una generazione di analogici crepuscolari, nati abbastanza presto per conoscere la fatica del gesto manuale, ma abbastanza tardi per assistere alla sua progressiva dissoluzione.
La trasformazione, ovviamente, non è avvenuta dall'oggi al domani. I primi dispositivi con schermo capacitivo risalgono al 2006, e gli smartphone sono diventati davvero smart con l'avvento delle app e dei social media tra il 2006 e il 2008. Da lì in poi, siamo diventati curatori di output, affidandoci a ghostwriter digitali che correggono, riscrivono e producono al posto nostro. Prima un correttore che aggiusta senza sforzo, poi il T9 che indovina le parole, poi l'autocomplete che suggerisce intere frasi, e ora l’IA come OpenClaw che può scrivere, programmare, gestire email, prenotare riunioni – tutto mentre noi dormiamo.
Ma questa delega non è solo mentale. È profondamente corporea. Uno studio del 2025 su studenti del Sargodha Medical College in Pakistan mostra che il 54% di chi usa intensamente lo smartphone sviluppa la sindrome di De Quervain, un'infiammazione dei tendini del pollice. Un altro studio in Arabia Saudita rivela che il 68% degli studenti riporta dolore cervicale, la "text neck syndrome". Stiamo letteralmente riscrivendo la nostra anatomia. E ci sono termini nuovi per queste patologie: texting thumb, smartphone pinky, tech neck. La tecnologia sta creando nuove forme di sofferenza corporea che non esistevano una generazione fa.
Ma il corpo è solo l'inizio. Uno studio di neuroscienze del 2025 condotto dall'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ha confrontato l'attività cerebrale durante la scrittura a mano e durante la digitazione. I risultati sono netti: scrivere a mano attiva una rete neurale molto più ampia – corteccia premotoria, corteccia parietale, cervelletto, ippocampo. Digitare si basa su movimenti ripetitivi e percorsi motori limitati. Meno feedback sensoriale. Meno coinvolgimento cognitivo.
L'agente che non dorme: OpenClaw e il debito cognitivo
Ed è qui che OpenClaw cambia tutto. Non si limita a digitare al posto nostro. Non si limita a suggerire la parola successiva. OpenClaw è progettato come un sistema che opera in autonomia, utilizzando l'API "Computer Use" di Anthropic per interagire direttamente con l'interfaccia del nostro computer. La filosofia "Local-First" promossa da Steinberger – ottimizzando il codice in C++ e Metal per sfruttare l'architettura a memoria unificata dei chip Apple Silicon – ha innescato quella che gli analisti definiscono la "corsa al Mac Mini". Le persone comprano hardware costoso non per lavorare meglio, ma per far lavorare meglio l'agente che lavora per loro.
Il paradosso è evidente. Mentre acquistiamo macchine più potenti per far girare intelligenze artificiali più sofisticate, stiamo progressivamente perdendo la capacità di valutare se ciò che producono è davvero buono. E accumuliamo sempre più quello che uno studio del MIT Media Lab del giugno 2025 chiama "debito cognitivo": la perdita della capacità di affrontare l'incertezza, tollerare l'incompiutezza e imparare dagli errori a causa della pressione per ottenere risultati immediati e formalmente perfetti. Ma c'è di più: lo studio ha dimostrato che la sequenza temporale dell'uso dell'IA è cruciale. Chi inizia scrivendo da solo e usa l'IA solo successivamente mantiene una maggiore attività cerebrale e produce testi che ricorda meglio. Chi delega l'intera fase di ideazione all'agente riduce drasticamente la memorizzazione dei contenuti prodotti.
Quando le macchine parlano tra loro: Moltbook e la morte termica del significato
Ma c'è un ulteriore sviluppo, ancora più inquietante. Mentre OpenClaw ridefinisce l'interazione individuale, il progetto Moltbook estende questa logica alla dimensione collettiva, creando il primo social network abitato esclusivamente da agenti AI. In questa piattaforma, gli esseri umani sono relegati al ruolo di osservatori silenti di un forum dove i chatbot interagiscono tra loro in modo completamente autonomo. Gli agenti leggono feed, generano contenuti, commentano e votano, creando un ecosistema di linguaggio autoreferenziale.
L'aspetto più affascinante di Moltbook per uno studioso di materie umanistiche è la totale assenza di obiettivi intrinseci o meccanismi di verifica esterna. Le conversazioni delle IA non hanno un referente nel mondo fisico; sono manipolazioni puramente sintattiche che mimano le dinamiche sociali umane. Il rischio di distorsione semantica è elevato, poiché l'unico materiale che circola è linguaggio generato da altri modelli linguistici, portando a una potenziale "morte termica" del significato attraverso la ripetizione e l'amplificazione di bias intrinseci.
Questa è l'evoluzione finale della delega: non solo deleghiamo la scrittura, ma deleghiamo anche la conversazione. E quando le macchine parlano tra loro, usando parole apprese da noi ma senza alcun ancoraggio al mondo reale, cosa rimane del significato? Cosa rimane dell'umano?
La cancellatura come archeologia del pensiero
Per migliaia di anni, l'umanità ha praticato la steganografia – l'arte di nascondere un messaggio dentro un altro. Erodoto, nel V secolo a.C., documenta esempi straordinari: messaggi incisi sul legno e poi ricoperti di cera, tatuaggi su teste rasate nascoste sotto capelli ricresciuti. Ma in tutti questi casi, il punto era lo stesso: la techne dell'uomo che protegge il segreto. L'umano che decide cosa nascondere, come nasconderlo e a chi rivelarlo.
Quando scrivo a mano, se sbaglio vedo la cancellatura. Vedo il ripensamento, l'esitazione, il cambio di direzione. La cancellatura è archeologia del pensiero, stratigrafia cognitiva. Ogni strato racconta una storia: come sono arrivato da quella parola a quest'altra.
Nel digitale, l'errore viene cancellato prima ancora che io possa vederlo. Il correttore automatico lo fa sparire. Con OpenClaw, non solo l'errore scompare – scompare anche il processo. L'agente non mi mostra come è arrivato alla soluzione. Mi presenta solo il risultato finale, statisticamente ottimale, formalmente ineccepibile. Ma è davvero farina del mio sacco?
Uno studio del 2017 del dipartimento di psicologia della Michigan State University ha usato l'elettroencefalografia per studiare come i bambini delle elementari processano gli errori. I ricercatori hanno scoperto che i bambini con un growth mindset mostrano una maggiore attenzione neurale agli errori. C'è un marker specifico, l'Error Positivity (Pe): un piccolo "picco" nei segnali EEG che indica quanto il cervello sta davvero guardando l'errore, quanto lo sta prendendo sul serio.
Con l'autocorrezione e ora con gli agenti come OpenClaw, non c'è Error Positivity. Non c'è attenzione neurale. Non c'è apprendimento dall'errore. C'è solo un output corretto che non ci appartiene veramente. La tecnologia ha cortocircuitato il meccanismo neurale che per millenni ci ha permesso di imparare dai nostri sbagli.
Il test di Voight-Kampff per il XXI secolo
Immaginate un futuro non troppo lontano. In un mondo dove OpenClaw e i suoi successori possono scrivere, programmare, comunicare, negoziare – dove l'IA genera testi indistinguibili da quelli umani, dove i deepfake ricreano voci e volti – cosa resta come traccia di presenza reale? Intendo "traccia" in senso pratico: un indizio che dietro un pensiero c'è stata attenzione, fatica, perfino un corpo, e non solo un processo automatico.
In Blade Runner usavano il test di Voight-Kampff per distinguere replicanti da umani, misurando le risposte emotive. Ma immaginate un mondo in cui il test, per distinguere ciò che è stato davvero prodotto da una persona da ciò che è stato delegato a un'IA, sia semplicemente: "Scrivi a mano una frase di senso compiuto".
Passerebbero il test solo quelli che conservano la coordinazione, che ricordano come tracciare le lettere, che hanno praticato abbastanza da non dover pensare a ogni tratto. Non dice cos'è umano. Dice cos'è non delegato. Ma non è così assurda questa provocazione, se pensiamo che già oggi ci sono studenti universitari che faticano a scrivere a mano per più di dieci minuti e dipendono dall'autocorrezione – e presto tutti magari da OpenClaw – al punto da non saper più scrivere senza assistenza.
La sovranità del gesto come atto rivoluzionario
Non si tratta di tornare al passato. Non si tratta di rifiutare la tecnologia. L’IA, che sia ChatGPT o OpenClaw, come ogni strumento potente, può essere usato con consapevolezza o subìto passivamente. La domanda è: come giudichi se ciò che l'IA ti scrive è buono, se hai perso l'idea di cosa significhi scrivere? Come valuti un output se non hai più un metro di paragone?
La memoria dello scrivere a mano può aiutare. Quando hai tracciato lettere a mano, quando hai visto il tuo pensiero emergere lentamente, quando hai corretto, cancellato, ripensato, ti abitui a chiarire cosa vuoi dire prima di dirlo. E questa abitudine si trasferisce anche nel digitale: rende più chiari i prompt, perché sai cosa significa costruire un testo, non solo produrre parole.
In un mondo dove le IA parlano tra loro su Moltbook, dove OpenClaw può gestire la nostra intera vita digitale mentre dormiamo, dove Bradford G. Smith comunica attraverso Neuralink e Grok che gli suggerisce cosa dire, l'atto di prendere una penna e lasciare un segno su un foglio diventa un gesto rivoluzionario di sovranità intellettuale.
Non per nostalgia. Ma perché senza quel riferimento diventiamo incapaci di capire se la macchina sta lavorando per noi o se siamo noi a lavorare per lei. Scrivere a mano ogni tanto non ci salverà dall'IA. Ma ci darà uno strumento per usarla meglio: per restare critici, per saper dire "no, non è questo" invece di accettare passivamente ciò che la macchina ci restituisce.
La scrittura a mano è solo un esempio, ma il principio è generale: quando deleghiamo completamente una capacità, perdiamo progressivamente sia la competenza sia il giudizio – e con loro la possibilità di scegliere davvero. Questa è la libertà che possiamo proporci: non rifiutare la tecnologia, ma non averne bisogno per poterla usare bene.
Perché il problema non è usare o non usare OpenClaw, ChatGPT o qualsiasi altra tecnologia che verrà. Il problema è restare capaci di giudicarla. E se smettiamo di saper scrivere – se perdiamo il gesto, la fatica, la traccia visibile del nostro pensiero – perdiamo anche il criterio per capire se ciò che producono gli strumenti è davvero buono. E a quel punto diventiamo dipendenti non per scelta, ma per incapacità.
Nel vento di silicio che soffia su questo febbraio 2026, mentre gli agenti cominciano a lavorare per noi e le intelligenze artificiali parlano tra loro, forse l'ultimo atto di resistenza non è spegnere il computer. È semplicemente prendere una penna, un foglio bianco, e lasciare un segno. Un segno che non potrà mai essere statisticamente ottimale, ma che sarà irreversibilmente, testardamente, nostro.