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Se mi capita di trovare un autore o un’autrice di cui si scrive che è marginale nel dibattito intellettuale, filosofico o economico in corso, la mia scelta si acquisto e di lettura diventa quasi necessaria, dovuta.

Se poi il libro suggerisce di immaginare un mondo senza il capitalismo, o quantomeno senza le forme di (tecno)capitalismo attuale, la scelta di leggerlo trova motivazioni ancora più forti.

Il libro di cui parlo è Fuga dal capitalismo, è stato scritto dall’economista Clara Mattei, che propone una difesa intransigente e marxiana della società sostenendo la necessità del controllo democratico dell'economia.


Le analisi critiche sul capitalismo contemporaneo sono numerose, spesso concentrate nell’evidenziare lo stato di corruzione e di decadenza della fase attuale del (tecno)capitalismo, l’eccessiva finanziarizzazione, la deregolamentazione, l’abbandono del libero mercato, l’influenza delle aziende multinazionali private sulla politica, l’estrazione di rendite da parte di tecno-monarchi e signori tecno-feudali che stanno provocando un'esplosione di povertà globalizzata, di situazioni di guerra endemiche, di disuguaglianza economica e precarietà di moltitudini di lavoratori e  lavoratrici, culminando nell'attuale incubo autoritario, populista e neofascista trumpiano.

“It is time to demand an economic system that does not flourish at the expense of humanity.”(Clara Mattei)

Una di queste analisi critiche è quella elaborata da Clara Mattei, professoressa di economia all'Università di Tulsa, fondatrice del FREE (Forum for Real Economic Emancipation - FREE | Substack) e autrice di The Capital Order (University of Chicago Press, 2022), che il Financial Times aveva inserito tra i dieci libri di economia più influenti dell'anno. A questo libro è seguito poi Escape from Capitalism – An intervention, pubblicato da Simon & Schuster nel gennaio 2026, e uscito in Italia per Fuoriscena come Fuga dal capitalismo nel marzo dello stesso anno.

Il libro non è un'opera accademica nel senso convenzionale, si presenta, nelle parole del sottotitolo inglese, come an intervention, un intervento, un atto deliberato di interferenza nel dibattito pubblico. È un libro importante perché oltre a contenere una introduzione al capitalismo, propone anche una critica dell’economia neoclassica, rigettando al tempo stesso le semplificazioni “anticapitaliste” di un populismo che oggi approfitta della critica alla grande finanza e al potere monopolistico di poche realtà multinazionali. Per Mattei il vero problema è il capitalismo stesso, non un sistema guasto da riparare, ma un sistema che funziona correttamente e che deve essere abolito, perché troppo finalizzato alla logica del profitto di pochi e per nulla attento alla logica dei bisogni dei più.

La scelta del termine intervention (intervento), per presentare il libro, non è casuale e merita attenzione critica fin dall'inizio. Un intervento è qualcosa di diverso e di più da una semplice analisi. Presuppone una presa di posizione preliminare, la scelta di un nemico da combattere e di un obiettivo da raggiungere. Mattei lo dichiara esplicitamente, sostenendo che il libro è uno strumento politico, prima ancora che scientifico. Questa onestà metodologica è apprezzabile e rara, nel panorama dell'economia pubblica contemporanea, ma è anche il primo punto su cui vale la pena soffermarsi, perché evidenzia un approccio dichiaratamente militante.

"L'ordine del capitale ha una sua natura essenzialmente relazionale e quindi politica. [...] è una scelta che va sempre tenuta in vita artificialmente. Uno dei sistemi perfezionati nel tempo per salvaguardare il capitalismo e ridurre il rischio che emergano sistemi economici alternativi è un principio pseudo-morale e una prassi economica nota come austerità" (Clara Mattei)

Il cuore discorsivo del libro è formulato con chiarezza nella proposizione di una critica radicale alla fede cieca in un capitalismo ritenuto inevitabile, scientifico o naturale, per sostenere che in realtà sia un sistema relativamente giovane che può essere sostituito. Da questa premessa discende l'intera architettura del testo. L'economia che viene venduta nelle narrazioni oggi dominanti come pura e apolitica, scientifica, neutrale, esatta, tende a convincerci che non esista alternativa (il realismo capitalista di Mark Fisher) alcuna al capitalismo. Mattei al contrario, a partire dalla convinzione che il mercato esistesse già prima del capitalismo, pensa che il capitalismo sia il risultato di scelte di potere che hanno portato al consolidamento dei diritti di proprietà, attraverso espropriazioni diffuse e violente, leggi coercitive della concorrenza e poteri statali che hanno operato per sostenere l’ordine capitalistico.

"Un vasto corpo di ricerche ha dimostrato che l'austerità non ha quasi mai mantenuto e promesse, rivelandosi incapace sia di stimolare la crescita sia di ridurre il debito."

Viviamo in un mondo dominato dal dogma che l'austerità sia necessaria, la disoccupazione naturale, le guerre infinite inevitabili e le banche centrali onnipotenti. Mattei cerca di smontare questa convinzione articolando questa tesi attraverso quattro lenti analitiche principali: austerità, disoccupazione, dominio occidentale e democrazia. Ciascuna lente viene esaminata non come problema tecnico, ma come scelta politica mascherata da necessità strutturale. È un'operazione di demistificazione sistematica che affonda le radici in una tradizione intellettuale precisa, da Marx a Gramsci, da Kalecki[1] a Minsky[2], che Mattei[3] riesce a rendere accessibile senza tradirne la complessità.

Il tema dell’austerità assume nel libro di Mattei un ruolo particolare. Serve per demistificare la convinzione, presente anche nel mondo socialdemocratico e non solo conservatore, che lavoratori e capitalisti abbiano un interesse comune nel "ripristinare" un capitalismo forte e competitivo, finalizzato a una crescita economica illimitata e al contempo a soddisfare le richieste democratiche di redistribuzione del reddito e dello stato sociale. La cartina di tornasole è l’intensificarsi dell’austerità che ha caratterizzato la crisi di molti regimi capitalistici attuali, di destra e di sinistra, cavalcata come una necessità strutturale imposta dalla logica del profitto. Per Mattei non esiste una austerità buona o una cattiva, non si tratta di dare vita a un capitalismo più progressista, ma di trascenderlo completamente.

Anziché difendere il capitalismo, oggi bisogna smascherare i limiti delle riforme al suo interno e sostenere la necessità di un diverso ordine economico, politico e sociale. Come sostiene Mattei, le economie capitaliste richiedono una gestione politica autoritaria per sostenere i rapporti di potere, lo sfruttamento di classe e il sistema di controllo sociale finalizzato a stringere le viti delle politiche per garantire il potere della classe dominante.

Particolarmente cruciale, nel contesto attuale, è il ruolo degli stati capitalisti nell'imporre l'austerità (fiscale, monetaria e industriale), che mantiene la dipendenza dei lavoratori dai mercati, e quindi dai datori di lavoro capitalisti, privandoli dei mezzi per sopravvivere al di fuori del lavoro salariato. Per Mattei l'austerità non è un'aberrazione neoliberista, ma una caratteristica permanente della governance macroeconomica, che costituisce il quadro entro cui deve operare tutta la spesa pubblica. Il punto critico di Mattei, è che l'austerità non è un tentativo errato di generare crescita, né ha di fatto fallito. L’austerità è un meccanismo profondamente politico per il mantenimento dell'ordine capitalistico. E lungi dall'essere contingente, l'austerità è un imperativo strutturale necessario per sostenere la disciplina di classe che è alla base della redditività capitalistica.

La lettura più efficace e originale contenuta nel libro riguarda il rapporto tra inflazione e disoccupazione. Mentre i tecnocrati delle banche centrali presentano l'aumento dei tassi di interesse come una soluzione tecnica all'inflazione, l'effetto reale quasi mai preso in considerazione è l’aumento della disoccupazione e il rafforzamento del potere contrattuale dei datori di lavoro sui lavoratori. Non è un effetto collaterale, la disoccupazione non è uno stato naturale delle cose umane, ma una caratteristica necessaria del sistema capitalistico e una scelta politica, finalizzata a mantenere moltitudini di persone subordinate al sistema economico vigente. L'austerità non è un'aberrazione neoliberale, ma una caratteristica duratura della governance macroeconomica e una necessità del sistema capitalistico attuale. Il capitalismo richiede una costante e violenta imposizione dell'austerità per mantenere in piedi il sistema.

Sta in questo il contributo più solido del libro, quello in cui l'analisi storica, sviluppata nel libro precedente The Capital Order, trova la sua sintesi più accessibile. La genealogia dell'austerità, dalle politiche del dopoguerra alla crisi del 2008, fino alla risposta post-pandemica all'inflazione, è ricostruita con rigore e con la capacità, rara negli economisti, di connettere la teoria ai corpi reali delle persone che ne subiscono le conseguenze. Il capitalismo per Mattei non è una forma strutturale e ciclica, ma una scelta politica e quindi per questo reversibile attraverso scelte politiche alternative. La genealogia dell’austerità da lei raccontata dimostra che le politiche economiche sono state deliberatamente costruite per proteggere gli interessi del capitale, il che implica che potrebbero essere deliberatamente ricostruite per proteggere altri interessi.

Mattei sviluppa nel libro una critica epistemologica all'economia mainstream del capitalismo come sistema globale, che merita di essere valutata separatamente dalla critica politica, perché ha una portata più ampia. La sua lettura del capitalismo recupera e rilancia la lezione dei grandi classici da Smith a Ricardo a Marx, attaccando quella naturalizzazione dell'economia che ci porta a considerarla come una scienza esatta rispetto alla quale non possiamo fare nulla, solo adattarci. La posizione critica alla naturalizzazione dell’economia assunta da Mattei è la tesi più convincente e meglio argomentata del libro (se si fanno i calcoli, il capitalismo esiste solo da circa lo 0,1% del tempo in cui l'umanità è presente sul pianeta). L'economia non è una scienza naturale, i suoi modelli non descrivono leggi universali, le sue categorie fondamentali come crescita, inflazione, disoccupazione, equilibrio, sono costruzioni storicamente situate che riflettono e producono rapporti di potere.

Nel descrivere il capitalismo dell’alternativa, come risultato di scelte diverse e opponenti a quelle che naturalizzando il capitalismo lo raccontano come inevitabile, Mattei presentando la sua proposta alternativa come preferibile, rischia di cadere nel dogmatismo, ma riesce a evitare la trappola, sempre presente, soprattutto nella sezione propositiva del libro. Non evitata però è la trappola epistemologica su come si valuta la validità di un’analisi economica, se la si fa dipendere dalla visione dell'economia come sempre politica, perché riflette interessi di classe. Guardare a chi serve, come fa Mattei, non sembra essere sufficiente. Un'analisi può servire ai lavoratori ed essere empiricamente sbagliata. Il fatto poi che una teoria sia prodotta da chi detiene il potere non la rende automaticamente falsa, così come il fatto che una teoria è prodotta da chi non lo detiene, non la rende automaticamente vera.

Nella parte propositiva del suo libro Mattei sostiene che si possa essere diversi, alternativi, prendendosi cura dei beni comuni, della natura, invece di sfruttarla. Superare un mondo caratterizzato da un’alienazione universale obbliga a impegnarsi nella difesa della democrazia, attraverso l’assertività di un controllo collettivo sull’economia e sulla vita sociale, con l’obiettivo concreto di costruire un ordine economico mondiale alternativo. Nella convinzione che austerità e disoccupazione non discendono da leggi di natura ma sono il frutto delle scelte capitalistiche correnti.

Associarsi, attraverso assemblee, e accrescere il potere per fare pressione sui governi statali e nazionali, è passo avanti verso una vera democrazia economica. Sta dentro un progetto politico che inizia costruendo comunità di resistenza, come il forum per l'emancipazione economica di Tulsa, città nella quale Mattei insegna. Nel suo libro Mattei porta esempi concreti che raccontano le tante forme emergenti di resistenza dal basso, ma anche smascherano falsi miti, come quello della crescita come unico metro di progresso, della ricerca di un bilanciamento del bilancio pubblico come virtù, della competizione come motore di benessere. Lo smascheramento si accompagna al tentativo di aprire spiragli di immaginazione, utili a dare forma alla resistenza, che possono esprimersi in comunità in grado di permettere di sperimentare già oggi forme di scambio non mediate dal denaro, trovare espressione in lotte finalizzate a pretendere democrazia economica vera, cioè un controllo collettivo sulle scelte fondamentali di produzione e distribuzione.

Mattei descrive con grande efficacia i meccanismi con cui il capitalismo si riproduce a livello sistemico, attraverso le sue banche centrali, le politiche fiscali, un mercato del lavoro globale, per poi proporre come risposta pratiche di resistenza comunitaria a scala locale. E su questo sono nate le principali critiche al lavoro dell’autrice. C'è infatti una sproporzione tra la grandezza della diagnosi e la dimensione della terapia che il libro non affronta con sufficiente rigore. Non è una critica nuova, è la stessa che viene rivolta a gran parte del pensiero economico alternativo contemporaneo. È una critica che solleva una domanda a cui neppure Mattei sembra essere stata in grado di dare una risposta: come si passa dalle comunità di resistenza alla trasformazione strutturale? A cui fa seguito un’altra domanda: è ancora sufficiente la scala locale come punto di partenza?

C'è una dimensione del libro di Mattei che rimane stranamente sottosviluppata nonostante la sua rilevanza. La questione che rimane aperta è come il capitalismo produca, non solo ingiustizie materiali, ma soggetti che interiorizzano quelle ingiustizie come ordine naturale delle cose, un processo di soggettivazione che passa attraverso il “dispositivo”, il “sistema” stesso. Un sistema che non si limita a distribuire risorse in modo diseguale, ma produce individui che percepiscono quella distribuzione come inevitabile, come l'unico modo possibile di organizzare il mondo. Mattei tocca questo punto, ma non lo sviluppa fino alle sue implicazioni più radicali. Se il capitalismo non è solo un sistema di produzione e distribuzione, ma un dispositivo di formazione del soggetto, allora smontarlo non richiede soltanto politiche economiche alternative. Richiede una trasformazione delle categorie con cui pensiamo, valutiamo, desideriamo. Richiede, in termini gramsciani, una guerra di posizione culturale prima ancora che una guerra di manovra politica.

Fuga dal capitalismo (Escape from Capitalism, an intervention) è un libro scritto bene, con una chiarezza che raramente si incontra nell'economia politica contemporanea. Mattei ha il dono, non comune tra gli accademici, di spiegare meccanismi complessi senza banalizzarli, di usare esempi concreti senza perdere il filo analitico, di essere appassionata. Ma lo stile ha anche un costo.

Il libro è un manifesto per un socialismo umanistico che privilegi il lavoro e la giusta redistribuzione della ricchezza. Come tutti i manifesti sacrifica la complessità sull'altare della chiarezza. Le posizioni avversarie vengono presentate nella loro forma più debole, raramente nella loro forma più sofisticata. Gli economisti mainstream non sono tutti complici consapevoli del sistema. Molti credono genuinamente nei modelli che costruiscono, e questa credenza, non è frutto di malafede, è il problema reale da affrontare.

Un libro che si limita a svelare l'interesse di classe dietro le teorie economiche dominanti rischia di predicare ai convertiti senza convincere chi non lo è già. Questo è il limite strutturale del genere manifesto applicato all'analisi economica. È efficace come strumento di mobilitazione, meno come strumento di persuasione. E in un momento in cui convincere chi non è già convinto sembra essere diventata la priorità politica più urgente, questo limite non è trascurabile.

Fuga dal capitalismo è un libro che andrebbe letto. Mattei riesce nell'impresa non banale di rendere accessibile un'analisi radicale senza svuotarla di senso e di significato. La sua genealogia dell'austerità è solida, la sua critica alla naturalizzazione mainstream dell'economia è necessaria, la sua insistenza sulla dimensione politica delle scelte economiche è un contributo che il dibattito pubblico non può permettersi di ignorare. Ma il libro lascia aperte alcune domande fondamentali che una recensione critica non può non nominare.

La prima: come si affronta la tensione tra l'analisi strutturale del capitalismo, che suggerisce meccanismi difficilmente interrompibili dall'interno, e la tesi della reversibilità politica?

La seconda: come si passa dalla resistenza comunitaria alla trasformazione sistemica, in un momento in cui il capitalismo ha già colonizzato le infrastrutture del pensiero oltre che quelle della produzione?

La terza, forse la più scomoda: un'economia militante che predica ai convertiti è ancora un'arma efficace, o rischia di diventare un rituale di autoconferma?

Queste domande non diminuiscono il valore del libro. Al contrario: sono le domande che solo un libro serio è capace di provocare. E in questo senso Fuga dal capitalismo merita di essere letto, con la stessa ferocia critica con cui Mattei legge il capitalismo, non per smontarlo, ma per capire fin dove arriva e dove si (può) ferma(re).


Note

[1]

Michał Kalecki (22 June 1899 – 18 April 1970) was a Polish Marxian economist. Over the course of his life, Kalecki worked at the London School of Economics, University of Cambridge, University of Oxford, and Warsaw School of Economics, and was an economic advisor to the governments of Poland, France, Cuba, Israel, Mexico, and India. He also served as the deputy director of the United Nations Economic Department in New York City.  Kalecki has been called "one of the most distinguished economists of the 20th century" and "likely the most original one". It is often claimed that he developed many of the same ideas as John Maynard Keynes before Keynes but remains much less known to the English-speaking world. He offered a synthesis that integrated class analysis of Marxism and the new literature on oligopoly theory, and his work had a significant influence on both the neo-Marxian (Monopoly Capital)[2] and post-Keynesian schools of economic thought. He was one of the first macroeconomists to apply mathematical models and statistical data to economic questions. Being also a political economist and a person of left-wing convictions, Kalecki emphasized the social aspects and consequences of economic policies.[3]  Kalecki made major theoretical and practical contributions in the areas of the business cycle, economic growth, full employment, income distribution, the political boom cycle, the oligopolistic economy, and risk. Among his other significant interests were monetary issues, economic development, finance, interest, and inflation. In 1970, Kalecki was nominated for the Nobel Memorial Prize in Economics but died the same year.[4]

[2] Hyman P. Minsky (1919–1996) è stato un economista americano, allievo di Schumpeter ad Harvard e poi professore alla Washington University di St. Louis. Per decenni è rimasto una figura di riferimento per la sinistra economica eterodossa, sostanzialmente ignorato dal mainstream accademico. Poi è arrivata la crisi finanziaria del 2008 — e improvvisamente tutti hanno cominciato a parlare di lui. Il Financial Times e l'Economist iniziarono a usare l'espressione "Minsky moment" per descrivere il collasso dei mercati, e il mondo accademico scoprì con qualche imbarazzo che un economista morto dodici anni prima aveva previsto con precisione ciò che stava accadendo.

[3] Mattei eredita da Minsky e da Kalecki, altro economista eterodosso fondamentale, l'idea che le disfunzioni del capitalismo non siano malfunzionamenti del sistema ma caratteristiche strutturali. Minsky lo dimostra per la finanza: le crisi non sono eccezioni, sono il prodotto inevitabile della logica speculativa. Mattei lo estende all'intera architettura delle politiche economiche: l'austerità, la disoccupazione, l'inflazione non sono problemi da risolvere, sono strumenti di governo.

 

StultiferaBiblio

Pubblicato il 15 aprile 2026

Carlo Mazzucchelli

Carlo Mazzucchelli / ⛵⛵ Leggo, scrivo, viaggio, dialogo e mi ritengo fortunato nel poterlo fare – Co-fondatore di STULTIFERANAVIS

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