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Viviamo nell’epoca dell’incertezza, siamo confusi, leggiamo tutto e il contrario di tutto. Da dove ripartire? Come costruire? Noi a scuola facciamo così.


Di fronte al clima complesso di questo periodo e alle recenti manifestazioni che hanno visto gli studenti scendere in piazza, la scelta quotidiana di tanti docenti consiste nel ricostruire, prima di ogni altra cosa, il tessuto delle relazioni. Viviamo in una stagione in cui la tendenza prevalente spinge verso la polarizzazione e la reazione giudicante. La prassi educativa che coltiviamo ogni giorno sceglie una strada differente, fondata sull’ascolto autentico e sul rispetto della maturità degli studenti. I ragazzi possiedono una spiccata intelligenza emotiva e critica, attraverso la quale avvertono chiaramente quando il mondo adulto tenta di indottrinarli o di imbrigliare il loro pensiero all’interno di schemi preordinati. Essi esprimono una richiesta chiara e profonda: desiderano essere ascoltati nella loro verità, trovando uno spazio in cui la loro voce possa risuonare senza la minaccia di un giudizio affrettato.

la scelta quotidiana di tanti docenti consiste nel ricostruire, prima di ogni altra cosa, il tessuto delle relazioni

Il punto di partenza del nostro percorso risiede nel riconoscimento di ciò che ci unisce al di sotto di ogni apparente divergenza. La nostra identità condivisa si fonda sul fatto che siamo tutti, prima di tutto, esseri umani con diritti umani inviolabili. In fondo desideriamo tutti la medesima cosa: la possibilità di esprimere e vivere pienamente la nostra identità, qualunque essa sia, all’interno di una vita dignitosa. Accanto ai diritti primari, tuttavia, occorre rivendicare con forza una dimensione troppo spesso dimenticata nel dibattito pubblico: dove risiede, oggi, il diritto a sognare? Dove trova spazio il diritto a immaginare? Garantire una vita dignitosa significa anche tutelare lo spazio interiore in cui i giovani possano proiettarsi oltre l’esistente, senza che la pressione dell’utile immediato soffochi il loro orizzonte di possibilità.

Riconoscere questa matrice comune permette di guardare alle fragilità e agli errori con uno sguardo profondamente rinnovato. L’adolescente sbaglia non perché è un adolescente, ma perché è un essere umano. Accogliere questo principio significa liberare i ragazzi dal peso degli stereotipi generazionali, restituendo loro la dignità di soggetti in cammino, capaci di apprendere attraverso l’esperienza, il sogno e la ricerca personale.

Questa medesima ricerca di senso emerge con forza anche nelle piazze. Guardando alle recenti manifestazioni studentesche, si scorge un filo conduttore profondo che intreccia le rivendicazioni quotidiane a una più ampia domanda di futuro. In quelle voci e in quei cortei si manifesta la volontà di affermare valori universali: la ferma contrarietà alla guerra, il rifiuto del riarmo e la richiesta accorata di un’attenzione sincera nei confronti delle nuove generazioni. I ragazzi chiedono alle istituzioni e alla società di essere visti e considerati come priorità del presente, indicando con la loro presenza la necessità di porre la tutela della vita, della pace e della dignità umana al centro di ogni scelta collettiva.

Investire sui ragazzi e sulla loro formazione rappresenta la forma più alta e generosa di lungimiranza sociale. Ciò che la comunità dona loro in termini di tempo, fiducia, ascolto e risorse materiali torna indietro moltiplicato, andando a beneficio dell’intera collettività. Riconoscere il valore degli studenti significa seminare ricchezza culturale, umana ed economica, gettando le basi per una crescita armonica e duratura di tutto il Paese.

Il dialogo costante che abita le nostre aule affronta quotidianamente i nodi della contemporaneità. Durante i nostri confronti, propongo spesso ai ragazzi di riflettere sul legame tra il benessere individuale e la responsabilità sociale, invitandoli a chiedersi se dietro certi benefici di cui godiamo possa esserci la sofferenza di qualcun altro: «Chiediamoci se per il nostro benessere c’è qualcuno che soffre». A volte i ragazzi mi dicono: «Prof, lei è idealista, troppo! E se sarete voi a soffrire perché altri possano avere 10 paia di scarpe, 15 borse, cosa farete?»

Di fronte a queste sollecitazioni, la riflessione si approfondisce attraverso l’analisi dei meccanismi che regolano la nostra società. Ricordo ai ragazzi che il pianeta appartiene a tutti e che a ogni persona deve essere garantito il soddisfacimento dei bisogni primari. Attraverso il modello della piramide dei bisogni di Abraham Maslow, mostriamo come la ricerca sfrenata dell’accumulo risponda a desideri continuamente indotti dal mercato. La società dei consumi instilla il desiderio in modo trasversale, raggiungendo i ceti meno abbienti così come quelli benestanti o ricchi. Il mercato vende sogni sostitutivi e status, creando la suggestione per cui l’acquisto di un determinato bene conferisca valore alla persona. Il meccanismo della seduzione consumistica opera in modo identico a ogni livello e si adatta semplicemente alle disponibilità economiche di ciascuno: noi compriamo Nike, chi ha di più compra l’imitazione di Gucci, chi ha ancora di più compra l’originale, ma per tutti il processo è il medesimo. Soddisfatto un bisogno, se ne innesca subito un altro, spingendoci a desiderare e ad acquistare continuamente cose di cui non abbiamo un reale bisogno, all’interno di una logica seriale in cui a ogni appagamento segue immediatamente la creazione di una nuova mancanza.

L’insegnamento di Maslow e la psicologia umanistica mostrano come, una volta garantiti i bisogni primari di sussistenza e sicurezza, ciò che incrementa realmente il benessere e la felicità dell’essere umano risieda nella qualità delle relazioni, nello sviluppo dell’autostima e nella piena affermazione di sé. Oltre la soglia del necessario, sono i legami autentici, la libertà di esprimere la propria identità e il senso di appartenenza a dare sapore e valore alla vita.

Riconosco pienamente la natura idealista del mio approccio, ora lo accetto. Ho capito che conservare una visione alta dell’agire pedagogico costituisce l’unico modo per offrire ai ragazzi un’alternativa concreta al cinismo del presente. La scuola non insegna come è il mondo, ma come dovrebbe essere. Il nostro compito prioritario consiste nell’accompagnare i giovani a immaginare, a costruire, a vedere l’altro, non come ostacolo, ma come risorsa. Attraverso questo sguardo, la classe diventa un laboratorio continuo di umanità, dove l’incertezza del tempo presente cessa di fare paura e si trasforma nello spazio aperto in cui esercitare, insieme, il diritto a sognare e a progettare un mondo più giusto.


 

Pubblicato il 29 ottobre 2026

Giuliana Renzella

Giuliana Renzella / Art Education Specialist | Inclusive Learning Expert | Developmental Counselor