Go down

di Luca Sesini e Beppe Carrella


Nel tempo della transizione digitale, mentre l’intelligenza artificiale promette efficienza e progresso, c’è un regno che resta ai margini del dibattito: quello degli oceani. Silenziosi, profondi, vitali. E oggi, anche vulnerabili.

Sotto la superficie, si combatte una battaglia che non fa rumore: per la vita, per l’equilibrio, per la giustizia ambientale. È qui che entrano in scena due archetipi potenti: Nettuno, sovrano delle acque, simbolo di giustizia e tutela, e Capitan Nemo, il ribelle visionario, progettista radicale di un futuro sostenibile.

Non sono solo figure mitologiche o letterarie. Sono ciò che manca: una governance etica dei mari digitali e una progettualità capace di innovare senza distruggere.

Nettuno e i flussi invisibili del digitale

Nettuno, nella mitologia romana, regnava sugli oceani con forza e giustizia. Oggi, quel regno è attraversato da fibre ottiche e impulsi digitali, da cavi sottomarini che collegano continenti e alimentano economie. Ma chi regna davvero su questi mari invisibili? La risposta è inquietante: nessuno. O meglio, nessuna governance condivisa, nessuna autorità ambientale, nessuna trasparenza sistemica. I cavi sottomarini sono infrastrutture critiche, ma restano fuori dal radar del dibattito pubblico.

Secondo la mappa 2025 di TeleGeography e Corriere delle Comunicazioni, sono 597 i sistemi di cavi attivi o in costruzione, con 1.712 approdi e lunghezze che superano i 20.000 km. Trasportano il 95% del traffico internet globale, ma la loro collocazione, impatto e gestione sono decisi da un ristretto gruppo di attori privati e geopolitici. Le big tech — Google, Meta, Microsoft, Amazon — oggi controllano il 71% della capacità internazionale, rispetto al 10% di dieci anni fa.

Eppure, questi cavi attraversano fondali delicati, habitat marini, zone di pesca, territori costieri. Possono alterare ecosistemi, generare inquinamento acustico, interferire con la fauna sottomarina. Ma chi valuta questi impatti? Chi garantisce che non diventino strumenti di sorveglianza o dominio? Il mare, come spesso accade, tace. E con lui, tacciono le istituzioni.

In un’epoca in cui la sostenibilità è parola chiave, manca una figura sovrana capace di bilanciare innovazione e tutela. Un Nettuno digitale che non regni con tridente e tempesta, ma con trasparenza, etica e visione sistemica.

  • Una governance ambientale dei cavi sottomarini, che imponga valutazioni di impatto e tracciabilità.
  • Una mappatura pubblica e accessibile delle infrastrutture digitali marine.
  • Una partecipazione delle comunità costiere nei processi decisionali.
  • Una sovranità dei dati oceanici che non sia monopolio delle multinazionali.

Perché il digitale non è immateriale. Ha un corpo. E quel corpo, oggi, attraversa il mare.

Capitan Nemo e la rigenerazione oceanica

Capitan Nemo, l’enigmatico protagonista di Jules Verne, non era solo un esploratore degli abissi. Era un ingegnere radicale, un ribelle silenzioso, un precursore della sostenibilità. Il suo Nautilus, una meraviglia tecnologica alimentata da energia pulita, non era un’arma: era un rifugio, un laboratorio, un manifesto.

Oggi, nel 2025, servono più “Nemo digitali”: progettisti, ricercatori, innovatori che non si limitano a osservare il mare, ma che usano la tecnologia non per estrarre, ma per riparare. Non per dominare, ma per custodire.

E qualcosa si muove. Startup e centri di ricerca stanno sviluppando droni marini per monitorare i coralli, sensori per rilevare microplastiche, algoritmi per mappare la biodiversità sottomarina. Progetti come CoralBot, nato da MakerBay, usano robot subacquei per ripristinare le barriere coralline danneggiate. L’intelligenza artificiale aiuta a tracciare le rotte delle balene, prevenire la pesca eccessiva, individuare zone a rischio climatico .

Ma tutto questo resta frammentario. Spesso guidato da logiche di profitto o da interessi militari. Nemo ci ricorda che la tecnologia, per essere davvero innovativa, deve essere giusta. Deve servire la vita, non il dominio.

Perché il mare non ha bisogno di conquistatori. Ha bisogno di custodi. E la vera avanguardia è quella che ascolta gli abissi, non quella che li colonizza.

Gli oceani digitali: tra invisibilità e impatto

Parlare di SDG 14 – Vita sott’acqua – in chiave digitale significa spostare lo sguardo sotto la superficie. Non solo quella del mare, ma anche quella delle nostre infrastrutture tecnologiche. Perché la transizione digitale, spesso raccontata come immateriale, ha un corpo. E quel corpo tocca anche gli abissi.

Prendiamo i data center offshore. Progetti sperimentali come Project Natick di Microsoft hanno dimostrato che è possibile immergere server in capsule sottomarine per migliorarne l’efficienza energetica. Ma a quale prezzo? L’impatto termico, acustico e chimico sugli ecosistemi marini è ancora poco studiato. E il rischio è che l’innovazione, senza regole, diventi un’altra forma di colonizzazione tecnologica del mare.

Poi c’è la questione della sovranità dei dati oceanici. Chi possiede le informazioni raccolte dai fondali? Le comunità costiere che vivono quei territori? Le multinazionali che installano sensori e cavi? Gli Stati che ne rivendicano la giurisdizione? Oggi, la governance è opaca. E i dati, come le risorse, rischiano di diventare oggetto di estrazione più che di condivisione.

Infine, c’è l’e-waste. Secondo il Global E-waste Monitor 2024 delle Nazioni Unite, nel solo 2024 abbiamo generato oltre 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici. Una parte finisce nelle discariche costiere, dove contamina suoli e acque con metalli pesanti e sostanze tossiche. È un inquinamento silenzioso, invisibile, ma profondamente reale e ci riguarda tutti.

E ci riguarda tutti, ogni volta che cambiamo un dispositivo senza chiederci dove andrà a finire quello vecchio. Non basta compensare le emissioni o piantare alberi per ogni server acceso. Serve una nuova etica della sostenibilità digitale. Una che non si limiti a misurare l’impatto, ma che interroghi il senso stesso dell’innovazione.

Una che abbia il coraggio di chiedere: “Questa tecnologia migliora davvero la vita sott’acqua?” “È rigenerativa o solo efficiente?” “È giusta o semplicemente scalabile?”

Perché la vera transizione non è solo energetica. È culturale. È spirituale. È il modo in cui decidiamo di abitare anche ciò che non vediamo.

Sorveglianza o cura? Il bivio dell’AI marina

Nel 2025, l’intelligenza artificiale è ovunque: nei satelliti che scrutano la superficie degli oceani, nei droni che sorvolano le coste, nei modelli predittivi che analizzano correnti, rotte migratorie e stock ittici. Ma la domanda resta aperta: questa tecnologia protegge o controlla? Dipende.

Dipende da chi la progetta, da come viene usata, da quali valori la guidano. Se l’AI viene impiegata per ottimizzare la pesca industriale, può accelerare il collasso degli ecosistemi marini. Se viene usata per monitorare la biodiversità, può diventare alleata della conservazione. Se integrata in sistemi di sorveglianza marittima, può servire interessi militari o commerciali, spesso opachi.

La differenza non è tecnica. La differenza sta nell’intenzione. È etica. E qui entra in gioco la responsabilità: dei progettisti, dei policymaker, dei cittadini. Perché ogni algoritmo porta con sé una visione del mondo. E quando quel mondo è il mare, fragile e interconnesso, non possiamo permetterci di sbagliare rotta.

Verso una sostenibilità che ascolta anche il mare

Questo non è solo un articolo di denuncia. È un invito. A cambiare rotta, a progettare con consapevolezza, a riconoscere che anche il digitale ha una responsabilità verso gli oceani.

Ecco alcune piste concrete per una sostenibilità digitale che non si limiti a compensare, ma che rigeneri:

  • Mappare l’invisibile: rendere pubblici i dati sui cavi sottomarini, sui data center offshore, sulle tecnologie che impattano il mare. Perché ciò che non si vede, non si tutela.
  • Coinvolgere le comunità costiere: integrare il sapere locale nei processi decisionali. I pescatori, le famiglie, le culture che vivono il mare ogni giorno hanno competenze che la tecnologia deve ascoltare.
  • Promuovere l’open ocean data: garantire che i dati raccolti siano accessibili, interoperabili, e usati per il bene comune. Non per il profitto di pochi.
  • Educare alla giustizia ambientale digitale: inserire nei percorsi scolastici e universitari il legame tra tecnologia e oceani. Perché la consapevolezza si costruisce anche in aula.
  • Finanziare la ricerca rigenerativa: sostenere progetti che usano la tecnologia per ripristinare ecosistemi marini, non solo per estrarre risorse.

La sostenibilità digitale non è una formula tecnica. È una scelta culturale. È il modo in cui decidiamo di abitare anche ciò che non vediamo. E il mare, oggi, ha bisogno di essere visto.

Nettuno e Nemo: archetipi per una rotta nuova

Ci parlano di potere e visione. Di equilibrio e ribellione. Di un mare che non è solo risorsa, ma spazio sacro, fragile, interconnesso. Nettuno ci ricorda che ogni infrastruttura digitale che attraversa l’oceano dovrebbe essere governata con giustizia, non con dominio. Nemo ci insegna che ogni tecnologia può essere progettata per rigenerare, non per estrarre. Entrambi ci chiedono di scegliere.

Mentre il digitale avanza con velocità e ambizione, il mare resta silenzioso. Ma non invisibile. Dietro ogni cavo sottomarino, ogni data center offshore, ogni algoritmo che tocca gli abissi, ci sono domande urgenti. Vogliamo essere sovrani etici o predatori invisibili? Vogliamo progettare Nautilus rigenerativi o sommergibili estrattivi?

La vita sott’acqua non è un tema marginale. È il fondamento della vita sulla Terra. E la tecnologia, se guidata da valori, può diventare alleata. Può ascoltare, proteggere, restituire. Ma serve coraggio. Serve immaginazione.

Serve una nuova rotta. Una rotta che non si traccia con GPS, ma con coscienza. Una rotta che non si misura in gigabit, ma in gesti di cura. Perché il futuro non si costruisce solo con codice. Si costruisce con visione, con rispetto, con la capacità di vedere il mare anche quando non lo vediamo più. E allora, forse, il digitale potrà davvero diventare un ponte. Non tra server e utenti, ma tra innovazione e vita. Tra ciò che tocchiamo e ciò che vogliamo proteggere.


Pubblicato il 09 marzo 2026

Luca Sesini

Luca Sesini / Governance & Sustainability | Business & Digital Transformation | Innovation enthusiast | Change Management | NEDcommunity member