Go down

E' nel margine che sfugge, in quella parte che non si lascia tagliare né stirare, che nasce tutto ciò che vale davvero: l’innovazione, la cura, la visione, la possibilità di costruire qualcosa che non sia solo più efficiente, ma più vivo.


Dicono che ogni epoca abbia il suo mito. Noi, senza accorgercene, siamo rimasti intrappolati in quello di Procuste.

La storia è abbastanza nota: un uomo che viveva lungo la strada per Atene, un letto di ferro, una promessa di ospitalità che si trasformava in condanna. Chi era troppo corto veniva stirato. Chi era troppo lungo veniva tagliato. Il letto non cambiava mai. Erano gli esseri umani a doversi adattare.

Eppure, se guardiamo bene, quel letto non è rimasto nell’antichità. Lo abbiamo portato con noi, nei nostri uffici, nelle nostre riunioni, nei nostri modelli mentali. Ogni volta che abbiamo cercato di far entrare la realtà dentro un foglio Excel, dentro un KPI, dentro una procedura, abbiamo ripetuto il gesto di Procuste.

Non per cattiveria. Per paura.

Quando il mondo sembrava un orologio

C’è stato un tempo in cui tutto questo funzionava. Il mondo era come un grande orologio: complicato, certo, pieno di ingranaggi, ma tutto sommato comprensibile. Se conoscevi le parti, capivi il tutto.

Era l’epoca in cui si poteva credere davvero nella strategia PAM – “Più A Meno”. Fare più cose con meno risorse. Più produzione con meno persone. Più efficienza con meno sprechi. Era un mondo che premiava chi tagliava, chi semplificava, chi ottimizzava. Un mondo in cui la linearità sembrava una legge naturale.

E noi ci abbiamo creduto. Ci abbiamo costruito sopra intere carriere, interi modelli di business, intere culture aziendali.

Poi il mondo ha smesso di essere un orologio

A un certo punto, però, qualcosa si è incrinato. Non all’improvviso, non con un grande boato. Più come un rumore di fondo che cresce, cresce, cresce… finché non puoi più ignorarlo.

La globalizzazione ha intrecciato tutto con tutto. La tecnologia ha accelerato ogni processo. La geopolitica è entrata nelle nostre supply chain. La sostenibilità è diventata un fattore economico, non un capitolo a parte. Le persone hanno iniziato a chiedere senso, non solo stipendio. Il mondo non era più un orologio.

È diventato una foresta. Una foresta viva, pulsante, imprevedibile. Una foresta in cui ogni albero, ogni radice, ogni animale è collegato agli altri. Una foresta in cui non puoi più capire il tutto guardando solo le parti.

È diventato complesso. E la complessità non si lascia semplificare. Non entra nei letti di ferro.

Il ritorno del PAM (travestito da futuro)

Oggi, paradossalmente, stiamo ripetendo lo stesso errore. Solo che il nuovo PAM ha un nome più elegante, più scintillante, più seducente:

“Facciamo più cose con meno persone grazie all’intelligenza artificiale.”

È la stessa logica, solo con un vestito nuovo. Più output, meno costi. Più velocità, meno teste. Più automazione, meno complessità.

Ma è un’illusione. Perché l’AI non semplifica il mondo. Lo amplifica. Lo accelera. Lo rende ancora più interdipendente. L’AI non è un taglierino. È un prisma. E quando guardi attraverso un prisma, non vedi meno. Vedi di più.

La tentazione della scorciatoia

Di fronte alla complessità, la nostra prima reazione è sempre la stessa: semplificare.

Ridurre. Tagliare. Trovare una storia unica, chiara, rassicurante.

È umano. È comprensibile. È pericoloso.

Perché la semplificazione, quando diventa scorciatoia, ci fa perdere proprio ciò che conta.

È come guardare un bosco e vedere solo gli alberi più alti. Come ascoltare un’orchestra e sentire solo il violino. Come leggere un romanzo saltando le pagine “troppo complicate”.

La semplificazione è utile per spiegare. Non per capire.

Il mondo non è più diviso in capitoli

Per anni abbiamo trattato i grandi temi come fossero scaffali separati:

  • l’ambiente da una parte
  • il sociale dall’altra
  • la governance in un’altra stanza
  • la tecnologia nel reparto IT
  • la geopolitica come rumore di fondo

Oggi tutto questo è semplicemente impossibile.

L’energia non è solo un costo: è un rischio geopolitico.

La cultura interna non è solo HR: è produttività, reputazione, attrattività.

La governance non è un regolamento: è la qualità delle decisioni.

La tecnologia non è un tool: è un modo di pensare.

La sostenibilità non è un report: è un modello di business.

Il mondo non è più diviso in capitoli. È un romanzo corale.

E noi siamo chiamati a leggerlo tutto, non solo le parti che ci piacciono.

La governance che respira

In un mondo complesso, la governance non può essere un manuale. Deve essere un organismo vivente.

Una governance che: ascolta, osserva, collega, integra, cambia idea, riconosce i segnali deboli, accetta l’ambiguità, non cerca scorciatoie

È una governance che non pretende di controllare tutto. Pretende di capire meglio.

E capire meglio, oggi, è l’unica forma di potere che abbia ancora senso.

Storie che parlano da sole

La supply chain che non si è spezzata

Durante la pandemia, alcune aziende non si sono fermate. Non perché fossero più efficienti. Ma perché avevano accettato la complessità: fornitori diversi, scenari diversi, piani diversi. Avevano costruito resilienza, non solo efficienza.

La banca che ha scelto le persone

Invece di usare l’AI per tagliare personale, ha investito in nuove competenze. Ha trasformato ruoli, non li ha eliminati. E ha scoperto che la vera innovazione non è automatizzare, ma elevare.

La piattaforma che ha capito il caos

Ha smesso di credere che bastassero regole statiche per gestire contenuti generati dagli utenti. Ha creato un sistema dinamico, capace di adattarsi in tempo reale. Ha accettato che il caos non si elimina: si governa.

La sanità che ha imparato a leggere il contesto

L’AI diagnostica non ha sostituito i medici. Ha reso ancora più evidente quanto servano interpretazione, empatia, giudizio umano. La complessità non si automatizza.

La complessità come competenza organizzativa

La complessità non è solo un fenomeno da gestire: è una competenza da sviluppare.  

Le organizzazioni che prosperano oggi non sono quelle che “semplificano meglio”, ma quelle che interpretano meglio. Sono aziende che:

  • leggono i pattern prima che diventino problemi
  • costruiscono team eterogenei perché sanno che la diversità è un sensore
  • accettano che alcune decisioni non saranno mai perfette, ma devono essere tempestive
  • investono in capacità cognitive, non solo in capacità tecniche

La complessità non è un nemico. È un allenatore.

Il coraggio di rinunciare al controllo totale

Per decenni abbiamo creduto che leadership significasse controllo.  

Oggi leadership significa relazione con l’incertezza. I leader che funzionano non sono quelli che “sanno tutto”, ma quelli che:

  • fanno domande migliori
  • creano spazi di confronto reale
  • accettano di non avere l’ultima parola
  • permettono ai team di esplorare, non solo di eseguire

La complessità non chiede eroi. Chiede adulti.

La nuova metrica: qualità dell’attenzione

In un mondo interdipendente, la risorsa più scarsa non è il capitale. È l’attenzione.

La qualità dell’attenzione determina:

  • la qualità delle decisioni
  • la qualità delle relazioni
  • la qualità della strategia

Le organizzazioni che prosperano sono quelle che imparano a vedere ciò che gli altri ignorano: segnali deboli, connessioni nascoste, conseguenze non lineari.

La complessità non si domina. Si ascolta.

Oltre il PAM: non fare di più con meno, ma fare meglio con ciò che serve

Le organizzazioni che prosperano nella complessità non cercano di comprimere risorse. Cercano di sviluppare capacità. Capacità di:

  • leggere il contesto
  • collegare fenomeni distanti
  • integrare dati e intuizioni
  • costruire senso condiviso
  • prendere decisioni non lineari
  • apprendere più velocemente degli altri

Il valore non nasce dalla riduzione. Nasce dalla qualità della comprensione.

La domanda che cambia tutto

E allora forse la vera domanda non è come uscire dalla complessità, ma come entrarci meglio. Come smettere di combatterla e iniziare a collaborare con essa. Perché la complessità non è un labirinto progettato per confonderci: è un ecosistema che ci invita a cambiare forma, a diventare più sensibili, più attenti, più capaci di leggere ciò che prima ignoravamo.

In fondo, il mito di Procuste non parla solo di violenza. Parla di rigidità. Parla della paura di lasciare che il mondo sia più grande dei nostri schemi. Parla del bisogno di controllare ciò che non comprendiamo.  

E oggi, più che mai, abbiamo bisogno dell’opposto: schemi che si allargano, non che stringono.

La complessità ci chiede di diventare più umani, non più efficienti.  

Più presenti, non più veloci.  

Più capaci di stare nelle domande, non ossessionati dalle risposte.

Forse il futuro non appartiene a chi semplifica, ma a chi accoglie.  

A chi sa vedere le connessioni invisibili.  

A chi accetta che il mondo non entrerà mai in un letto di ferro — e che questo, in fondo, è un bene.

Perché è proprio lì, in quel margine che sfugge, in quella parte che non si lascia tagliare né stirare, che nasce tutto ciò che vale davvero: l’innovazione, la cura, la visione, la possibilità di costruire qualcosa che non sia solo più efficiente, ma più vivo.


Pubblicato il 18 gennaio 2026

Luca Sesini

Luca Sesini / Governance & Sustainability | Business & Digital Transformation | Innovation enthusiast | Change Management | NEDcommunity member