Ho letto il tuo articolo, Carlo, e non riuscivo a smettere di pensarci. Hai fatto una diagnosi precisa: siamo all'inferno. L'hai descritto dall'esterno, con gli strumenti del filosofo e dello sguardo critico. Io voglio risponderti dall'interno, da un'aula, da una posizione in cui l'inferno si vede diversamente, ma si riconosce lo stesso.
Partiamo da dove sei arrivato tu: questo inferno è stato costruito dalle nostre scelte, dalle narrazioni conformistiche che abbiamo accettato, dalla tecnologia che ci ha promesso libertà e ha prodotto dipendenza, dalla delega progressiva di tutto ciò che ci costituisce come soggetti pensanti. Hai ragione. E aggiungo: uno dei luoghi in cui questo smantellamento è più visibile, e più silenzioso, è la scuola.
Non perché la scuola sia l'inferno. Devo dirlo chiaramente, perché ogni volta che un docente prova ad aprire la bocca viene frainteso: le ore in classe con i miei ragazzi sono la parte meravigliosa di questo lavoro, forse migliore di qualsiasi lavoro.
L'inferno è il sistema che circonda la classe e la svuota dall'interno, chiedendole di fare tutto tranne che quello per cui esiste.
la scuola non è solo vittima di questo inferno, ne è anche lo specchio.
Ma c'è qualcosa di più preciso da dire: la scuola non è solo vittima di questo inferno, ne è anche lo specchio. Negli ultimi decenni è stata trasformata in un'azienda. Ha preso il lessico dell'azienda: obiettivi, competenze, indicatori, rendicontazione, valutazione dei risultati, customer satisfaction mascherata da ascolto delle famiglie. Ha adottato la logica dell'efficienza, dell'ottimizzazione, della riduzione degli sprechi. Ha interiorizzato l'idea che ciò che non si misura non esiste, che ciò che non produce non vale. Ed è dentro questa trasformazione che si annida la contraddizione più grottesca: la stessa istituzione che è stata riorganizzata secondo criteri di mercato viene poi accusata di non educare abbastanza. La logica del profitto e quella della formazione umana non convivono facilmente, ma questo non lo diciamo.
Da anni, ogni volta che qualcosa non funziona nella società, un ragazzo che non sa stare con gli altri, uno che non trova lavoro, uno che fatica a gestire le emozioni, il coro è sempre lo stesso: la scuola, dov'è la scuola, gli insegnanti non sono preparati. E così si aggiunge. Ogni anno si aggiunge qualcosa: un esperto esterno, un progetto trasversale, una nuova competenza da acquisire, una nuova responsabilità da assumersi. Psicologi, mediatori culturali, orientatori scolastici e lavorativi, esperti di digitale e di intelligenza artificiale, specialisti di neurodivergenze, responsabili della progettazione europea, figure di raccordo con i musei, con le università, con le aziende del territorio, con le scuole straniere, con le famiglie in ogni direzione e a tutte le ore… La lista è diventata così lunga da schiacciare l'unica cosa che dovrebbe starci dentro: insegnare. Nessuno può fare tutto questo e farlo bene, e nel tentativo di fare tutto si finisce per non fare davvero ciò che conta.
La risposta non è aggiungere ancora. È opposta: è sottrarre.
La risposta non è aggiungere ancora. È opposta: è sottrarre. Ciò di cui la scuola ha bisogno non è una nuova competenza da certificare, ma una pedagogia della sottrazione la disciplina di scegliere cosa lasciare sedimentare invece di cosa accumulare. Simone Weil lo sapeva: l'attenzione vera nasce dallo svuotamento, non dal riempimento. Ivan Illich lo aveva detto in modo più radicale: un'istituzione che accumula invece di liberare finisce per produrre il contrario di ciò che promette. In un sistema che misura tutto per quantità, sottrarre è un atto politico. Non è impoverire, è restituire profondità.
Il problema è che ogni attore ha smesso, gradualmente, di fare la sua parte. I genitori hanno un ruolo che nessun insegnante può sostituire: educare all'affettività, alla presenza, al limite. Eppure lo vediamo ogni giorno, e non è una colpa ma una deriva collettiva: intere generazioni cresciute con uno schermo in mano al posto di una voce, di uno sguardo, di qualcuno che aspetta. Quei bambini sono diventati i ragazzi che arrivano oggi in classe, senza soglia di attenzione, con una fatica enorme a stare fermi, a tollerare la frustrazione, a entrare in relazione senza che la relazione esploda.
Questi ragazzi non sono il problema. Sono il sintomo. Sono vittime, e bisogna dirlo con questa parola, senza attenuanti, di un fallimento collettivo degli adulti
Questi ragazzi non sono il problema. Sono il sintomo. Sono vittime, e bisogna dirlo con questa parola, senza attenuanti, di un fallimento collettivo degli adulti: famiglie spesso frantumate, istituzioni svuotate, punti di riferimento culturali e spirituali in pezzi, e sullo sfondo una guerra, una crisi climatica, un futuro che non promette nulla di solido. Crescono nella paura e reagiscono con la violenza, con il ritiro, con l'esplosione perché sono i soli linguaggi che il contesto ha insegnato loro. Miguel Benasayag lo dice con precisione: il disagio psichico delle nuove generazioni non è una patologia individuale da trattare, è un sintomo collettivo, culturale, politico. È il modo in cui i corpi e le menti segnalano che qualcosa nel sistema è profondamente sbagliato. Non si guarisce il sintomo punendo chi lo manifesta. Si trasforma il contesto che lo produce.
E il contesto lo trasformano gli adulti. Tutti. Non è possibile chiedere responsabilità a chi non ha mai visto un adulto esercitarla davvero. Prima di pretendere che i ragazzi crescano, dobbiamo chiederci se noi siamo cresciuti. Prima di chiedere loro di reggere il peso del futuro, dobbiamo ammettere che siamo stati noi a renderlo così fragile. La responsabilità non si delega verso il basso. Si assume, collettivamente, o non funziona.
Certi strumenti di regolazione emotiva si formano presto, in contesti piccoli, e se non si formano lì non è semplice recuperarli dopo. Gli psicologi a scuola ci sono, ma le ore sono talmente poche che non riescono a sostenere il carico reale. Le istituzioni che dovrebbero occuparsi del disagio sociale e familiare sono sotto organico, sovraccariche, spesso invisibili. Ognuno ha ridotto la propria presenza, e il vuoto che si è creato è stato riversato in aula, come se la classe fosse il luogo in cui tutto può ancora essere recuperato.
Nel frattempo le lezioni si assottigliano, non solo nelle ore ma nella continuità: si va avanti a singhiozzi, tra uscite didattiche, esperti ospiti, progetti trasversali, settimane tematiche. Non si ha il tempo di approfondire, di far sedimentare, di tornare su qualcosa finché non è davvero diventato pensiero. Anche i libri di testo si sono adeguati: sempre più leggeri nei contenuti, sempre più fitti di attività, riquadri, stimoli visivi. Come se la difficoltà fosse un difetto da correggere invece che il punto di partenza di qualsiasi apprendimento reale.
Io ci credo nel lavoro di cura. Ci credo così profondamente che sono diventata anche counselor, non per aggiungere un titolo, ma perché volevo capire meglio cosa succede dentro una persona quando qualcosa si rompe o non si è mai formato. Ma proprio per questo so distinguere: credere nella cura non significa accettare che venga riversata tutta su un'unica figura, senza risorse, senza tempo, senza mandato reale.
Tu scrivi, Carlo, che uno degli strumenti per resistere all'inferno è il pensiero critico, la lettura profonda, la capacità di stare dentro la complessità senza risolverla in slogan. Ma chi dovrebbe coltivare queste cose, se non la scuola? E come può farlo una scuola che viene smantellata alla base, silenziosamente?
Si riducono le ore di diritto e si affida a tutti i docenti, di qualunque disciplina, il compito di fare educazione civica, parlando di Costituzione a ragazzi che non conoscono la differenza tra una legge e un decreto. Si svuotano gli istituti professionali, e con loro scompare un'intera idea di scuola come luogo in cui si impara a fare, a costruire, a stare nel mondo con le mani oltre che con la testa. Si potenziano le STEM, si finanziano gli ambienti digitali. Si formano esecutori efficienti. Raramente ci si chiede per cosa, dentro quale mondo, a servizio di quale progetto.
E le discipline umanistiche, quelle che tu citi come strumento di resistenza, quelle che io insegno, vengono chiamate inutili. Arte, letteratura, filosofia, teatro. Utile è ciò che produce, che ottimizza, che rende impiegabili. Ma è proprio lì, in quelle discipline, che accade qualcosa di diverso: una poesia di Leopardi che fa sentire qualcuno meno solo, un quadro di Munch davanti al quale ci si ferma e si riconosce qualcosa di sé, il teatro dove si scopre fisicamente che esiste un'altra prospettiva e che abitarla è possibile. L'intelligenza emotiva non si insegna con un'unità didattica. Si incontra, si vive, e per viverla serve tempo, profondità, ripetizione. Tutto ciò che il sistema attuale sistematicamente comprime.
E c'è un'altra miopia che vale la pena nominare. I miei ragazzi mi dicono che vorrebbero studiare filosofia, e lo dicono con desiderio vero, non per moda. Poi aggiungono: ma non voglio fare l'insegnante. Come se fosse l’unica opzione. Come se il pensiero non servisse a nient'altro che a riprodurre se stesso. Eppure i dati lo dicono con chiarezza: tra i migliori leader delle grandi organizzazioni, imprenditori, diplomatici, dirigenti, pensatori pubblici la laurea in filosofia è sistematicamente sovrarappresentata. Non perché la filosofia insegni risposte, ma perché insegna a fare le domande giuste, a reggere l'ambiguità, a non cedere alla prima soluzione disponibile. Chi studia filosofia studia retorica, l'arte di capire come le parole agiscono sulle persone. Studia l'animo umano, le passioni, i meccanismi con cui si forma il consenso e si costruisce la fiducia. Sono le competenze che ogni organizzazione oggi dice di cercare e che nessuna università di management riesce davvero a insegnare, perché non nascono da un corso ma da anni di frequentazione dei testi che hanno pensato l'umano in profondità. La società che chiama inutile la filosofia è la stessa che poi si lamenta di non trovare persone capaci di pensare. Forma capi, esecutori di ordini, gestori di processi e poi si stupisce di avere pochi leader.
L'influencer porta verso di sé. La guida porta verso qualcosa che va oltre entrambi. La scuola, quando funziona davvero, prova a fare questo.
Tu dici, Carlo, che Dante uscì dall'inferno non da solo ma con una guida, e che oggi abbiamo infiniti influencer e pochissime guide. La differenza non è la visibilità, è la direzione. L'influencer porta verso di sé. La guida porta verso qualcosa che va oltre entrambi. La scuola, quando funziona davvero, prova a fare questo.
Combattere l'inferno, dalla mia posizione, significa allora innanzitutto smettere di credere che la risposta sia aggiungere. Significa difendere il diritto di togliere: togliere il superfluo, restituire profondità, lasciare che una cosa si depositi prima di metterne un'altra sopra. Significa rifiutare l'idea che la scuola sia colpevole di tutto ciò che la società non riesce più a fare, e tenere invece il filo di quello che le è proprio: non mostrare com'è il mondo, ma come potrebbe essere. Non addestrare corpi governabili, ma formare soggetti pensanti. Se ancora se ne ha voglia, e se gliene viene lasciato il tempo.