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Dove nulla è in questione, non c’è deliberazione, ma solo abitudine. Pensare, in senso proprio, comincia quando occorre decidere — anche solo che cosa credere. La deliberazione segue una grammatica precisa. Inizia sempre da quella che Dewey chiamava una 'situazione problematica': un contesto in cui non sappiamo già cosa credere o come agire. Se la risposta fosse immediata, l’attività riflessiva sarebbe superflua. Seguendo Peirce, l'indagine si sviluppa come sforzo per passare dal dubbio alla fissazione di una credenza. Questo cammino richiede un'analisi rigorosa delle alternative disponibili e dei criteri che guideranno la nostra preferenza.


La “ragione” è lo strumento da cui noi esseri umani dobbiamo dipendere quando il nostro obiettivo è quello di formarci giudizi che diano affidamento. Le abitudini sono guide efficienti in molte occasioni; l’impulso, casuale o istintivo, spesso sarà allettante, e e talvolta irresistibile. Ma queste e altre basi non razionali del giudizio possono risultare catastrofiche quando, in una sfera qualunque, il nostro benessere dipende dal sapere come stanno davvero le cose, e cosa si può correttamente inferire dai fatti noti. - (I. Copi, C. Cohen)


Il ragionamento come prodotto finito (sintesi)

Quando presentiamo un ragionamento, offriamo un percorso già tracciato. Le premesse conducono alla conclusione attraverso passaggi che si susseguono con necessità apparente: se A allora B, se B allora C, dunque se A allora C. Il lettore o l’ascoltatore deve solo verificare che i passaggi siano corretti e che le premesse siano accettabili. Il lavoro esplorativo è già stato fatto; ciò che resta è un prodotto finito, pronto per essere valutato.

Questa linearità è una conquista, non un dato di partenza. Prima che il ragionamento assumesse quella forma ordinata, chi lo ha elaborato ha attraversato un processo ben diverso (Analisi): ha vagliato ipotesi, seguito piste che si sono rivelate sterili, è tornato indietro, ha riformulato il problema, ha immaginato obiezioni, le ha affrontate o ha dovuto modificare la propria posizione. Il ragionamento esposto è il punto di arrivo di questo lavoro (Sintesi); ma il lavoro stesso ha una natura radicalmente diversa dal suo esito.

La distinzione non è secondaria. Confondere il processo con il prodotto significa fraintendere cosa accade quando pensiamo davvero, e significa anche privarsi di strumenti che potrebbero sostenere la fase più difficile e decisiva: quella in cui non sappiamo ancora cosa concludere.

Un taccuino del 1838

Nel luglio 1838, Charles Darwin aveva ventinove anni. Era da poco tornato dal viaggio attorno al mondo che avrebbe cambiato la storia della biologia, e si trovava a pochi mesi dall’abbozzare la prima formulazione della selezione naturale. Ma in quel momento aveva in mente un altro problema: doveva decidere se sposarsi o restare scapolo.

Per chiarire il suo dilemma, Darwin fece qualcosa di apparentemente ingenuo: aprì il taccuino, divise due pagine frontali in due colonne, e scrisse in cima a una “Not Marry”, sull’altra “Marry”. Poi cominciò a elencare.

Tra i pro del matrimonio annotò: figli (se piace a Dio), compagnia costante, qualcuno da amare e con cui giocare, qualcuno che si prenda cura della casa, il fascino della musica e delle chiacchiere femminili. E aggiunse, con candore che oggi suona comico: “meglio di un cane, comunque”. Tra i contro: libertà di andare dove si vuole, conversazione con uomini intelligenti nei club, non essere costretti a visitare parenti, spese e ansie dei figli, forse litigi, perdita di tempo, non poter leggere la sera, pigrizia e ingrassamento, meno soldi per i libri. E poi un’obiezione a se stesso, tra parentesi: “Ma è molto dannoso per la salute lavorare troppo”.

L’elenco continuava, oscillando tra considerazioni pratiche e timori esistenziali. “Forse mia moglie non amerà Londra; allora la sentenza è l’esilio e la degradazione in ozioso e indolente sciocco.” Ma anche: “È intollerabile pensare di trascorrere tutta la propria vita, come un’ape sterile, lavorando, lavorando, e niente dopo tutto.”

Alla fine della pagina, Darwin scrisse la sua conclusione: “Marry — Marry — Marry Q.E.D.” Sei mesi dopo sposò Emma Wedgwood; il matrimonio durò quarantatré anni, fino alla morte di lui, e i due ebbero dieci figli.

Questo aneddoto illustra qualcosa di importante. Darwin non stava ragionando nel senso tecnico del termine: non partiva da premesse per derivarne conseguenze con necessità logica. Stava deliberando: esplorando un problema aperto, elencando considerazioni rilevanti, soppesando fattori eterogenei, oscillando tra opzioni, fino a raggiungere una decisione. Il processo era disordinato, pieno di ritorni e ripensamenti; il risultato — la scelta di sposarsi — non discendeva deduttivamente dalle premesse, ma emergeva da una valutazione complessiva che coinvolgeva ragioni, emozioni, immaginazione del futuro.

Se Darwin avesse dovuto giustificare la sua scelta dopo averla compiuta, avrebbe potuto costruire un’argomentazione lineare: “Desidero compagnia duratura; il matrimonio offre compagnia duratura; dunque il matrimonio è desiderabile per me.” Ma questa ricostruzione a posteriori avrebbe nascosto il lavoro esplorativo che l’aveva preceduta. La mappa dei pro e contro nel taccuino cattura qualcosa che l’argomentazione finale non cattura: il processo stesso del pensare.

Tre differenze fondamentali

La differenza tra il ragionamento come prodotto e il pensiero che lo genera può essere articolata su tre dimensioni.

Per funzione, l'argomento nella sua forma finale giustifica, mentre la deliberazione esplora per decidere. Quando presentiamo un ragionamento, la struttura converge verso una conclusione: le premesse sostengono la tesi, e chi legge o ascolta è invitato a riconoscere questo sostegno. Dobbiamo, però, distinguere il prodotto (il ragionamento) dal processo del ragionare  (il ragionamento mentre lo facciamo) che può essere esplorativo: traiamo implicazioni per vedere dove ci portano, testiamo ipotesi, scopriamo conseguenze impreviste. La differenza con la deliberazione non sta dunque nel carattere esplorativo, che entrambi possono avere, ma nell'oggetto e nell'orientamento: la deliberazione è specificamente rivolta a una decisione pratica (una decisione da prendere) tra alternative. Non ci chiediamo solo "cosa segue da cosa?", ma "cosa dovremmo fare?". È questa domanda pratica a dare alla deliberazione la sua struttura caratteristica: opzioni da confrontare, criteri da ponderare, conseguenze da anticipare.

Per struttura, il ragionamento è convergente mentre la deliberazione è divergente. Un’argomentazione ben costruita conduce verso un punto: la tesi sostenuta. Tutti gli elementi concorrono a quel fine; gli argomenti si sommano o si concatenano per produrre un effetto cumulativo. La deliberazione procede in direzione opposta: apre possibilità invece di chiuderle, moltiplica le domande invece di eliminarle, considera alternative invece di scartarle prematuramente. Solo in un secondo momento, quando il territorio è stato sufficientemente esplorato, il pensiero può convergere verso una posizione.

Per temporalità, il ragionamento è atemporale mentre la deliberazione è processuale. Un sillogismo valido non diventa più o meno valido con il passare del tempo; la relazione tra premesse e conclusione è logica, non cronologica. “Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, dunque Socrate è mortale” funziona indipendentemente dall’ordine in cui leggiamo le proposizioni. La deliberazione, al contrario, si svolge nel tempo: c’è un prima e un dopo, ci sono svolte e ritorni, momenti di stallo e improvvise aperture. Il percorso conta, non solo la destinazione.

Queste tre differenze spiegano perché gli strumenti pensati per rappresentare ragionamenti compiuti non sono adatti a rappresentare e sostenere il processo deliberativo. Servono strumenti diversi, progettati per finalità diverse.

L’illusione della linearità

Quando leggiamo un’argomentazione ben costruita, possiamo avere l’impressione che chi l’ha elaborata abbia seguito esattamente quel percorso: prima la tesi, poi il primo argomento, poi il secondo, poi la conclusione. Ma questa impressione è quasi sempre falsa. Il pensiero reale non procede così.

Consideriamo come Cartesio presenta il suo celebre cogito nel Discorso sul metodo. Il filosofo racconta di aver deciso di rigettare come falso tutto ciò in cui poteva immaginare il minimo dubbio, per vedere se sarebbe rimasto qualcosa di assolutamente indubitabile. Respinge dunque le informazioni dei sensi, che talvolta ingannano; respinge i ragionamenti, dato che anche in geometria si commettono errori; respinge la distinzione tra veglia e sogno, dato che i pensieri della veglia possono presentarsi identici nel sogno. A questo punto si accorge che, mentre pensava che tutto fosse falso, lui stesso che lo pensava doveva essere qualcosa. E questa verità — penso, dunque sono — gli appare così ferma da poter essere accolta come primo principio della filosofia: 

Avevo notato da tempo, come ho già detto, che in fatto di costumi è necessario qualche volta seguire opinioni che si sanno assai incerte, proprio come se fossero indubitabili; ma dal momento che ora desideravo occuparmi soltanto della ricerca della verità, pensai che dovevo fare proprio il contrario e rigettare come assolutamente falso tutto ciò in cui potevo immaginare il minimo dubbio, e questo per vedere se non sarebbe rimasto, dopo, qualcosa tra le mie convinzioni che fosse interamente indubitabile. Così, poiché i nostri sensi a volte ci ingannano, volli supporre che non ci fosse cosa quale essi ce la fanno immaginare. E dal momento che ci sono uomini che sbagliano ragionando, anche quando considerano gli oggetti più semplici della geometria, e cadono in paralogismi, rifiutai come false, pensando di essere al pari di chiunque altro esposto all’errore, tutte le ragioni che un tempo avevo preso per dimostrazioni. Infine, considerando che tutti gli stessi pensieri che abbiamo da svegli possono venirci anche quando dormiamo senza che ce ne sia uno solo, allora, che sia vero, presi la decisione di fingere che tutte le cose che da sempre si erano introdotte nel mio animo non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni. Ma subito dopo mi accorsi che mentre volevo pensare, così, che tutto è falso, bisognava necessariamente che io, che lo pensavo, fossi qualcosa. E osservando che questa verità: penso, dunque sono, era così ferma e sicura, che tutte le supposizioni più stravaganti degli scettici non avrebbero potuto smuoverla, giudicai che potevo accoglierla senza timore come il primo principio della filosofia che cercavo.

È una perfetta catena deduttiva:

  • Premessa 1: Tutto ciò che ammette il minimo dubbio deve essere considerato (temporaneamente) come falso.
  • Premessa 2: I sensi, i ragionamenti logici e la distinzione tra veglia e sonno sono soggetti al dubbio.
  • Conclusione1/Premessa 3: Pertanto, i sensi, i ragionamenti e il mondo sensibile possono essere pensati come falsi.
  • Premessa 4: Per pensare (o dubitare), è necessario esistere.
  • Premessa 5: Io sto pensando.
  • Conclusione 2: Dunque, io esisto

La presentazione è lineare: dubbio metodico, eliminazione progressiva delle certezze, scoperta del residuo indubitabile. Ma questa linearità è il risultato di una ricostruzione a posteriori. Cartesio non ci sta mostrando come ha effettivamente pensato; ci sta offrendo la giustificazione ordinata di una conclusione già raggiunta. Il Discorso è un resoconto, non una trascrizione. E la forma del resoconto — premesse che conducono a conclusione — è quella tipica dell’argomentazione, non della ricerca.

Possiamo rappresentare questa struttura con una mappa argomentativa tradizionale (link): la tesi in cima, gli argomenti che la sostengono sotto, eventuali obiezioni e risposte. 

Lo schema funziona perché il lavoro esplorativo è già stato compiuto; restano solo le ossa dell’argomentazione, private della carne viva del pensiero.

Quando la mappa non basta

Le cose cambiano quando ci troviamo di fronte a testi che conservano traccia del processo deliberativo, o quando siamo noi stessi a dover deliberare.

Prendiamo le pagine in cui Cesare Beccaria argomenta contro la pena di morte. Il testo non inizia con una tesi, ma con una domanda: qual è la fonte del diritto di uccidere i propri simili? La domanda apre due possibilità: o la pena di morte è un diritto legittimo, oppure è una guerra della nazione contro un cittadino. Beccaria esamina la prima possibilità e la scarta attraverso un ragionamento (nessuno può aver ceduto il diritto sulla propria vita nel contratto sociale). Passa quindi alla seconda possibilità, che genera una nuova domanda: quando una tale guerra sarebbe giustificata? La risposta distingue casi diversi: situazioni di emergenza in cui il cittadino minaccia la sicurezza dello Stato, e situazioni ordinarie in cui occorre valutare se la pena sia utile e necessaria. Da qui si diparte l’argomentazione centrale, volta a dimostrare che la pena di morte non soddisfa né il criterio dell’utilità né quello della necessità.

Potremmo estrarre da questo testo un’argomentazione lineare: tesi (la pena di morte è ingiustificata), argomenti a sostegno (non è un diritto, non è utile, non è necessaria), conclusione. Una mappa argomentativa riprodurrebbe un pensiero già risolto, in cui le domande sono sparite e rimangono solo le risposte.

Ma così facendo perderemmo la struttura esplorativa del ragionamento di Beccaria: le domande che aprono biforcazioni, le opzioni considerate e scartate, le distinzioni che generano sotto-problemi. Una mappa argomentativa tradizionale cattura l’ossatura logica, ma non l’architettura deliberativa.

La Prima Meditazione come caso esemplare

Per comprendere come funziona una deliberazione, consideriamo un testo che conserva intenzionalmente la struttura deliberativa: la Prima Meditazione di Cartesio.

A differenza del Discorso sul metodo, che presenta il cogito come risultato già acquisito, le Meditazioni mettono in scena il processo stesso del dubbio. Cartesio non espone, ma medita — e invita il lettore a meditare con lui. La scelta del genere letterario non è casuale: la ‘meditazione’ è per definizione un percorso nel tempo, con le sue soste, i suoi ritorni, i suoi vicoli ciechi. È la forma letteraria della deliberazione.

La domanda generatrice

Il testo inizia con una constatazione che funziona da innesco: molte credenze acquisite in passato si sono rivelate false. Da qui emerge la domanda che governa l’intera meditazione: è possibile trovare qualcosa di assolutamente certo, qualcosa che resista a ogni dubbio?

Questa domanda è genuinamente aperta. Cartesio non sa ancora se la risposta sarà positiva o negativa. Potrebbe scoprire che nulla è certo, e dovrebbe accettare questa conclusione. La deliberazione è autentica proprio perché l’esito non è predeterminato.

La strategia metodologica

Prima di cercare risposte, Cartesio compie una mossa metodologica: invece di esaminare ogni credenza singolarmente (impresa infinita), attaccherà i fondamenti su cui tutte si reggono. Se i fondamenti cedono, cederà anche ciò che vi è costruito sopra. Questa scelta strategica è già parte della deliberazione: non si tratta solo di cosa pensare, ma di come procedere.

Primo livello: il dubbio sui sensi

Il primo fondamento esaminato sono i sensi. Cartesio osserva che i sensi talvolta ingannano: una torre quadrata appare rotonda da lontano, un bastone immerso nell’acqua sembra spezzato. Da questa osservazione deriva una prima conclusione provvisoria: le credenze basate sui sensi sono dubbie.

Ma qui interviene un’obiezione interna, una voce che resiste: sarebbe folle dubitare delle percezioni più immediate. Posso forse dubitare di essere qui, seduto, con questa veste, davanti al fuoco? Solo i pazzi, il cui cervello è offuscato dalla bile nera, negano l’evidenza dei sensi in casi così chiari.

La deliberazione si biforca: da un lato il dubbio, dall’altro la resistenza del senso comune. Come procedere?

Secondo livello: l’argomento del sogno

Cartesio trova una via d’uscita ricordando i sogni. Quante volte, dormendo, ha creduto di essere seduto davanti al fuoco, vestito, mentre in realtà era nudo nel letto? Il sogno è un’esperienza universale che mostra come percezioni vivide possano essere illusorie. E non esiste criterio certo per distinguere la veglia dal sonno.

L’argomento del sogno supera l’obiezione del senso comune: non occorre essere pazzi per essere ingannati, basta dormire. Il dubbio si estende ora a tutte le percezioni sensibili, anche le più immediate.

Ma la deliberazione non si arresta. Cartesio si pone una nuova domanda: tutto diventa dubbio, o qualcosa resiste anche all’ipotesi del sogno?

La scoperta di un residuo

Qui il testo compie una mossa sorprendente, introdotta attraverso un’analogia. I pittori, anche quando dipingono sirene o satiri, devono usare colori reali; possono combinare elementi in modi fantastici, ma gli elementi stessi — occhi, teste, mani — sono tratti dalla realtà. Allo stesso modo, anche se i sogni combinano elementi in modi bizzarri, gli elementi semplici di cui sono composti devono avere qualche fondamento: estensione, figura, quantità, numero, luogo, tempo.

Questo significa che le scienze che trattano di cose composte — fisica, astronomia, medicina — sono dubbie, perché dipendono dall’esperienza sensibile. Ma le scienze che trattano di cose semplici e generali — aritmetica, geometria — sembrano resistere. Che io sia sveglio o che dorma, due più tre fa cinque e il quadrato ha quattro lati.

La deliberazione ha prodotto una distinzione importante: non tutte le conoscenze sono ugualmente vulnerabili al dubbio. Alcune sembrano godere di una certezza particolare.

Terzo livello: l’ipotesi del Dio ingannatore

Ma Cartesio non si accontenta. La sua ricerca è radicale: cerca una certezza assoluta, che resista a ogni dubbio concepibile. E qui introduce una nuova ipotesi: e se esistesse un Dio onnipotente che mi inganna sistematicamente, facendomi credere vere cose false?

L’ipotesi sembra estrema, quasi bizzarra. Cartesio stesso riconosce che contrasta con la tradizionale concezione di Dio come sommamente buono. Ma proprio per questo la riformula: supponiamo non un Dio, ma un genio maligno, potentissimo e astutissimo, che impiega ogni sua industria per ingannarmi. Questa ipotesi, per quanto artificiale, serve a testare la resistenza delle certezze matematiche.

Se un tale genio esistesse, potrebbe farmi credere che due più tre fa cinque quando in realtà non è così. Potrebbe farmi sbagliare ogni volta che sommo i lati di un quadrato. La certezza matematica, che sembrava inattaccabile, vacilla sotto questa ipotesi estrema.

La sospensione finale

La Prima Meditazione si conclude senza aver trovato la certezza cercata. Il dubbio si è esteso progressivamente dai sensi alle scienze empiriche alle verità matematiche. Cartesio decide di mantenere attiva l’ipotesi del genio maligno, come contrappeso alle abitudini mentali che lo spingono a credere troppo facilmente.

La deliberazione rimane aperta. La domanda iniziale — esiste qualcosa di assolutamente certo? — non ha ancora risposta. La risposta verrà solo nella Seconda Meditazione, con la scoperta che il dubitare stesso presuppone un io che dubita, e che questo io non può essere messo in dubbio nel momento stesso in cui dubita.

Un esempio contemporaneo: il reddito di base universale

Cartesio simulava. Stava facendo letteratura, non stava meditando, per che la soluzione ce l’aveva già. La differenza diventa più evidente quando consideriamo problemi aperti, che non hanno una soluzione consolidata. Supponiamo di dover prendere posizione sulla proposta di introdurre un reddito di base universale: una somma versata a tutti i cittadini, senza condizioni, sufficiente a coprire i bisogni essenziali.

Non possiamo partire da una tesi, perché non sappiamo ancora quale tesi sostenere. Dobbiamo prima esplorare il problema. Quali sono le ragioni a favore? Si dice che un reddito di base eliminerebbe la povertà assoluta, ridurrebbe il potere di ricatto dei datori di lavoro, semplificherebbe il welfare esistente, e preparerebbe la società all’automazione crescente. Quali sono le ragioni contrarie? Si obietta che il costo sarebbe insostenibile, che disincentiverebbe il lavoro, che sarebbe ingiusto verso chi contribuisce, e che le risorse potrebbero essere usate meglio con trasferimenti mirati.

Ma il problema non si riduce a un elenco di pro e contro. Dobbiamo chiederci: reddito di base rispetto a cosa? L’alternativa potrebbe essere il sistema attuale, un reddito minimo condizionato, un’imposta negativa sul reddito, o servizi pubblici universali (sanità, istruzione, trasporti gratuiti). Ciascuna alternativa ha propri vantaggi e svantaggi, e la valutazione del reddito di base cambia a seconda di quale alternativa consideriamo.

Dobbiamo anche chiederci quali valori sono in gioco. La libertà individuale (e il reddito di base la aumenta o la diminuisce)? L’eguaglianza (e quale concezione di eguaglianza)? La dignità del lavoro? La sostenibilità fiscale? L’efficienza economica? Questi valori possono confliggere, e la nostra posizione dipenderà anche da come li ordiniamo.

E ancora: quali sono le assunzioni empiriche rilevanti? Il reddito di base ridurrebbe davvero l’offerta di lavoro? Di quanto? Per quali categorie? Con quali conseguenze sulla produttività complessiva? I dati disponibili sono limitati e controversi; alcune sperimentazioni suggeriscono effetti modesti, altre sono troppo piccole o brevi per essere conclusive.

Come apparirebbe una mappa deliberativa di questo problema?

In cima, la domanda generatrice: Dovremmo introdurre un reddito di base universale? Da questa domanda si diramano le opzioni: reddito di base, reddito minimo condizionato, imposta negativa, servizi universali, status quo. Ogni opzione diventa un ramo.

Sotto ogni opzione, due sotto-rami: considerazioni a favore e considerazioni contrarie. Ma queste considerazioni non sono semplici elenchi: sono a loro volta strutturate. L’argomento “elimina la povertà” richiede una specifica empirica (quale soglia? con quale importo?) e può essere contestato (i trasferimenti mirati sono più efficaci?). L’obiezione “disincentiva il lavoro” richiede evidenze (cosa dicono gli esperimenti?) e può essere relativizzata (dipende dall’importo, dal contesto culturale, dalle alternative disponibili).

Da ogni opzione si diramano anche domande di secondo livello: A quale costo? genera un sotto-albero di considerazioni fiscali. Con quali effetti redistributivi? genera un sotto-albero di analisi per fasce di reddito. È politicamente realizzabile? apre considerazioni strategiche che non sono né pro né contro, ma condizioni di fattibilità.

Infine, un ramo separato per i criteri di valutazione: come decideremo quale opzione è migliore? Massimizzando il benessere aggregato? Garantendo una soglia minima a tutti? Rispettando la libertà di scelta? Preservando gli incentivi al lavoro? Questi criteri non sono neutrali; la loro scelta influenza quale opzione apparirà preferibile.

Il risultato visivo non è una lista, ma una struttura ramificata che rende esplicite le connessioni: quali argomenti dipendono da quali assunzioni empiriche, quali obiezioni si applicano a quali opzioni, quali criteri favoriscono quali conclusioni. Una mappa di questo tipo non decide al posto nostro, ma ci aiuta a vedere cosa stiamo facendo quando deliberiamo — e cosa potremmo trascurare.

La deliberazione come pratica razionale

Il termine deliberazione ha una storia antica. Aristotele lo usava per indicare il ragionamento pratico che riguarda ciò che dipende da noi e può essere diversamente: non deliberiamo sull’orbita dei pianeti, ma su come agire in situazioni incerte. La deliberazione, in questo senso, è il pensiero che precede e prepara la scelta.

La finalità era pratica, aveva a che fare con un'azione: fissato il fine, la deliberazione riguardava il modo migliore per raggiungerlo.

Oltre alla sfera pratica, la deliberazione investe la dimensione doxastica, riguardando la formazione delle credenze in contesti di incertezza. Mentre l'evidenza dimostrativa e le teorie scientifiche corroborate escludono la deliberazione (poiché impongono l'assenso per necessità logica o empirica), l’opinabile richiede un intervento attivo del soggetto. In assenza di prove risolutive, deliberare significa valutare la plausibilità di un'opinione, trasformando l'atto del credere in una decisione epistemica consapevole.

La deliberazione, sia essa un processo individuale o un confronto collettivo, mantiene una natura intrinsecamente dialogica. In questa prospettiva, l'attività riflessiva consiste nel valutare tesi contrapposte attraverso un bilanciamento di ragioni e obiezioni. Anche nel soliloquio, il soggetto interagisce con un interlocutore ideale, un 'uditorio particolare' che stimola la ricerca di giustificazioni razionali (Perelman & Olbrechts-Tyteca, 1958; Walton, 1998.

Tutto inizia con una domanda

Dove nulla è in questione, non c’è deliberazione, ma solo abitudine. Pensare, in senso proprio, comincia quando occorre decidere — anche solo che cosa credere. La deliberazione segue una grammatica precisa. Inizia sempre da quella che Dewey chiamava una 'situazione problematica': un contesto in cui non sappiamo già cosa credere o come agire. Se la risposta fosse immediata, l’attività riflessiva sarebbe superflua. Seguendo Peirce, l'indagine si sviluppa come sforzo per passare dal dubbio alla fissazione di una credenza. Questo cammino richiede un'analisi rigorosa delle alternative disponibili e dei criteri che guideranno la nostra preferenza. Fondamentale è la dimensione temporale: una deliberazione efficace tollera l’ambiguità senza forzare una conclusione. La 'fretta di decidere' è il nemico del pensiero critico; la vera maturità intellettuale consiste nel saper abitare l'incertezza finché il quadro delle implicazioni non sia sufficientemente chiaro.Ragionamento motivato: che cosa non va nella gente?

Queste caratteristiche sono in tensione con le nostre tendenze cognitive naturali. Steven Pinker per esempio, in Razionalità, spiega come le persone non sempre voglio prendere la decisione  corretta alla luce delle prove disponibili su cosa credere o fare. Riprende a questo proposito, la teoria di … sul  ‘ragionamento motivato’. Cosa è un ragionamento motivato è un ragionamento finalizzato non alla migliore comprensione del mondo , ma a obiettivi di altro tipo (affermazione di sé, riconoscimento identitario, credenze confortanti ecc.)

In aggiunta, tendiamo a cercare conferme per ciò che già crediamo, non disconferme; tendiamo a semplificare i problemi, riducendo le opzioni a due (a favore o contro); tendiamo a confondere la facilità con cui un’idea ci viene in mente con la sua validità; tendiamo a sottovalutare l’incertezza e a sopravvalutare la nostra capacità di previsione. La deliberazione richiede di contrastare queste tendenze, e per farlo servono metodo e strumenti.

Tuttavia, la deliberazione razionale parte da una scelta iniziale: di volere non la cosa che sentiamo di voler scegliere, ma quella che razionalmente ci sembra essere la migliore (e qui i parametri , o, i fini come li chiamava Aristotele vengono prima della deliberazione). 

Per esempio Gerd Gigerenzer pensa che la scelta della Ragione invece che della Intuizione (sentire che una cosa è quella da fare) non solo non sia il modo in cui la gente normalmente prende decisioni (le euristiche della decisione sono incorporate nella nostra mente), ma che sia il più delle volte la cosa migliore da fare; e ‘fornisce ragioni’ a sostegno di questa credenza: ha esaminato le tesi di chi sostiene il contrario, ha raccolto prove aneddotiche e evidenze, e poi ha deliberato razionalmente a favore di questa tesi. Infine, ha scritto un libro per presentare ad altri in modo convincente i risultati della sua deliberazione razionale.

Ora, fuori dall’ironia, ci sono decisioni nella nostra vita che non vale la pena sottoporre a una  disamina analitica approfondita. La Ragione può in questi casi andare a riposare e possiamo affidarci, come, giustamente, dice Gigerenzer, a intuizioni ed euristiche. Ma se le decisioni da prendere sono rilevanti e possono avere conseguenze irrevocabili su di noi o sulle altre persone, forse, è sempre prudente attivare la mente in modalità deliberativa.

In questo caso, esternalizzare il processo deliberativo e decisionale può essere utile, per due motivi: perché possiamo osservare dall’esterno, perché possiamo collaborare con altri, e vedere ciò che potrebbe sfuggire a noi, possiamo aiutare la nostra memoria di lavoro e valutare ciò che ci viene proposto di accettare.

Strumenti per deliberare

Nel 1772, il chimico Joseph Priestley si trovava di fronte a una decisione difficile e chiese consiglio al suo amico Benjamin Franklin. La risposta di Franklin è diventata un classico della letteratura sulla decisione. Non poteva dirgli cosa scegliere, scrisse, ma poteva dirgli come scegliere. I casi difficili sono difficili, spiegò, principalmente perché mentre li consideriamo tutte le ragioni pro e contro non sono presenti alla mente nello stesso momento: a volte si presentano alcune, altre volte altre, e le prime escono dal campo visivo.

Il metodo proposto era semplice: dividere un foglio a metà con una linea, scrivere sopra una colonna “Pro” e sopra l’altra “Con”, e nel corso di tre o quattro giorni annotare i motivi che vengono in mente a favore o contro. Poi, stimare i rispettivi pesi: dove due ragioni, una per parte, sembrano equivalenti, cancellarle entrambe; se una ragione pro equivale a due contro, cancellare le tre; e così procedendo, trovare dove sta l’equilibrio.

Franklin chiamò questo metodo “Algebra Morale o Prudenziale”. Ma aggiunse una precisazione importante: “Sebbene il peso delle ragioni non possa essere preso con la precisione delle quantità algebriche, tuttavia quando ciascuna è così considerata separatamente e comparativamente, e il tutto sta davanti a me, penso di poter giudicare meglio, e sono meno propenso a fare un passo avventato.”

L’Algebra Morale di Franklin — che Darwin avrebbe usato sessant’anni dopo per decidere se sposarsi — rappresenta il primo tentativo sistematico di esternalizzare la deliberazione: portare fuori dalla testa ciò che altrimenti resterebbe confuso e instabile, renderlo visibile, manipolabile, valutabile. È un progresso enorme rispetto al semplice “pensarci su”. Ma ha limiti evidenti.

Il metodo di Franklin funziona bene quando la decisione è binaria (sposarsi o no, accettare l’incarico o no) e quando le considerazioni sono relativamente omogenee. Funziona meno bene quando le opzioni sono multiple, quando i criteri di valutazione sono eterogenei, quando alcune considerazioni dipendono da assunzioni empiriche incerte, quando i valori in gioco sono in conflitto. In questi casi, una lista pro/contro rischia di appiattire distinzioni che andrebbero mantenute.

Le mappe deliberative nascono per superare questi limiti. Condividono con l’Algebra Morale l’intuizione fondamentale — rendere esplicito ciò che è implicito — ma la sviluppano in una struttura più ricca. Ecco le caratteristiche distintive.

Partono da una domanda, non da una tesi. Mentre una mappa argomentativa presuppone che si sappia già cosa si vuole sostenere, una mappa deliberativa inizia con una questione aperta: Cosa dovremmo fare? Quale posizione è più giustificata? Come risolvere questo problema? La domanda non è retorica; è il punto di partenza di un’esplorazione genuina.

Prevedono nodi di diverso tipo. Una mappa argomentativa contiene essenzialmente affermazioni: tesi, premesse, conclusioni intermedie. Una mappa deliberativa include anche domande, opzioni, criteri di valutazione, considerazioni pro e contro, evidenze empiriche, assunzioni da verificare. Questa varietà riflette la complessità del processo deliberativo, che non si riduce a concatenare premesse e conclusioni.

Hanno una struttura ramificata, non lineare. Una domanda può generare sotto-domande; un’opzione può essere confrontata con alternative; un argomento può essere sostenuto o contestato, e la contestazione può a sua volta essere rafforzata o indebolita. Il risultato visivo è un albero o una rete, non una catena. Questo rende visibile ciò che in una deliberazione reale accade continuamente: l’apertura di nuovi fronti, il ritorno a nodi precedenti, la scoperta di connessioni inattese.

Distinguono esplicitamente livelli diversi. In una deliberazione ben condotta, non tutte le considerazioni hanno lo stesso statuto. Alcune sono fatti empirici (verificabili o falsificabili), altre sono giudizi di valore (su cui si può argomentare ma non dimostrare), altre ancora sono assunzioni metodologiche (che determinano come valuteremo le opzioni). Una buona mappa deliberativa rende esplicite queste distinzioni, evitando che si confondano piani diversi.

Esistono software dedicati a questo tipo di mappatura, ma lo stesso approccio può essere praticato con strumenti più semplici: lavagne, post-it, fogli di calcolo, o software di mappatura generici. Ciò che conta non è il mezzo tecnico, ma la disciplina intellettuale che lo strumento supporta: rendere esplicito ciò che altrimenti resterebbe implicito, e quindi sottratto al controllo critico. Franklin lo aveva capito; le mappe deliberative portano la sua intuizione un passo più avanti. 

Perché le mappe argomentative non bastano

Questo testo non può essere adeguatamente rappresentato con una mappa argomentativa lineare. Cosa metteremmo in cima? Non c’è una tesi da difendere; c’è una domanda da esplorare. La struttura non è una piramide convergente ma un albero che si ramifica: ogni livello di dubbio genera obiezioni, le obiezioni generano risposte, le risposte aprono nuovi livelli.

Una mappa deliberativa (qui per visualizzarne una parte) permette di visualizzare questa architettura: la domanda generatrice come radice; la scelta metodologica come prima biforcazione; i tre livelli di dubbio (sensi, sogno, genio maligno) come rami successivi; le obiezioni e le risposte come sotto-ramificazioni; le conclusioni parziali (alcune cose resistono, altre no) come nodi intermedi; la sospensione finale come apertura verso la meditazione successiva.

Così rappresentata, la Prima Meditazione rivela la sua natura di esplorazione simulata: un pensiero che non sa dove arriverà, che procede per tentativi, che incontra resistenze e le supera, che distingue e articola. È deliberazione allo stato puro, cristallizzata in forma letteraria. 

Implicazioni pratiche

La distinzione tra ragionamento e deliberazione ha conseguenze pratiche per chiunque debba prendere decisioni in condizioni di incertezza, valutare posizioni su questioni controverse, o insegnare ad altri a pensare criticamente.

Per chi deve decidere, la lezione è che la fase esplorativa merita tempo e attenzione almeno quanto la fase valutativa. Chiudere troppo presto, identificando subito una tesi da difendere, significa rinunciare al beneficio della deliberazione: la possibilità di scoprire opzioni migliori, obiezioni impreviste, criteri che non avevamo considerato.

Per chi deve valutare argomentazioni altrui, la distinzione invita a guardare oltre la superficie logica. Un’argomentazione può essere formalmente corretta ma derivare da una deliberazione povera, che non ha considerato alternative importanti o ha ignorato evidenze rilevanti. La qualità di una posizione dipende anche dalla qualità del processo che l’ha generata.

Per chi insegna, la distinzione suggerisce che non basta insegnare a costruire e valutare argomenti. Occorre anche insegnare a deliberare: a formulare domande, a generare opzioni, a identificare criteri, a tollerare l’incertezza, a riconoscere quando si è esplorato abbastanza e quando occorre esplorare ancora. Le mappe deliberative sono strumenti utili in questo percorso, perché rendono visibile ciò che altrimenti resterebbe implicito.

Tre pratiche per deliberare meglio

Gli strumenti che usiamo per rappresentare il pensiero non sono neutri. Una mappa argomentativa tradizionale ci abitua a pensare in modo lineare e convergente: tesi, argomenti, conclusione. Questo è prezioso quando il lavoro esplorativo è già stato fatto e occorre presentare o valutare un risultato. Ma può essere limitante quando il lavoro esplorativo è ancora da fare.

Le mappe deliberative offrono un’alternativa: rendono visibile la struttura ramificata del pensiero in fase di ricerca, con le sue domande, opzioni, biforcazioni, ritorni. Non sostituiscono le mappe argomentative, ma le precedono e le integrano. Prima si esplora, poi si conclude; prima si delibera, poi si argomenta.

Cosa significa questo in pratica? Tre indicazioni per chi voglia deliberare meglio.

Prima: resistere alla chiusura prematura. Quando ci troviamo di fronte a un problema complesso, la tentazione è identificare subito una posizione e poi cercare argomenti per sostenerla. Questo è comprensibile — l’incertezza è scomoda — ma è anche rischioso. Concedersi tempo per esplorare, per moltiplicare le domande invece di ridurle, per considerare opzioni che inizialmente sembrano implausibili: questo è il cuore della deliberazione. Darwin non si fermò al primo pro e contro che gli venne in mente; continuò a oscillare, a obiettare a se stesso, a immaginare scenari. La decisione venne dopo.

Seconda: rendere esplicito ciò che è implicito. Molto del nostro pensiero resta nella nostra testa, dove è difficile esaminarlo criticamente. Scrivere — su carta, su schermo, su una lavagna — costringe a dare forma ai pensieri, e la forma li rende visibili. Una mappa deliberativa non è altro che questo: pensiero reso visibile, e quindi controllabile. Non serve software sofisticato; serve la disciplina di esternalizzare il ragionamento invece di tenerlo dentro.

Terza: distinguere i piani. In una deliberazione reale si mescolano fatti, valori, assunzioni, ipotesi, preferenze. Parte del lavoro deliberativo consiste nel separarli: questo è un dato empirico (verificabile), questo è un giudizio di valore (su cui possiamo divergere legittimamente), questa è un’assunzione che sto facendo (potrei farne altre). Quando i piani sono confusi, la deliberazione degenera in scontro di posizioni; quando sono distinti, diventa possibile capire dove esattamente si situa il disaccordo, e talvolta risolverlo.

Queste pratiche non garantiscono decisioni giuste. La deliberazione non è una tecnica per avere sempre ragione; è una disciplina per pensare con più ampiezza e rigore prima di concludere. In un mondo saturo di opinioni preconfezionate e argomentazioni istantanee, recuperare il valore della deliberazione significa recuperare il valore del pensiero che non sa ancora dove arriverà — e che proprio per questo ha qualche possibilità di arrivare nel posto giusto.

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Per vedere le diverse tipologie di mappe argomentative e deliberative rimando a questo vecchio articolo pubblicato sul mio Blog, “La Scuola che Non C’è”: 

Sul mapping argomentativo e deliberativo rimando al mio libro.

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Riferimenti bibliografici

Fonti primarie

Aristotele, Etica Nicomachea, Libro III (cap. 3) e Libro VI. Per la deliberazione (bouleusis) come forma di ragionamento pratico distinta dalla dimostrazione teorica. Edizione italiana consigliata: a cura di C. Natali, Laterza, Roma-Bari 1999.

Beccaria, Cesare, Dei delitti e delle pene (1764), cap. XXVIII “Della pena di morte”. Edizione consigliata: a cura di F. Venturi, Einaudi, Torino 1994.

Descartes, René, Meditazioni metafisiche (1641), Prima Meditazione. Edizione italiana consigliata: a cura di S. Landucci, Laterza, Roma-Bari 1997.

Descartes, René, Discorso sul metodo (1637), Parte quarta. Edizione italiana consigliata: a cura di L. Urbani Ulivi, Bompiani, Milano 2002.

Dewey, John, Come pensiamo, a cura di M. Vinciguerra, Milano, Raffaello Cortina, 2019

Franklin, Benjamin, Lettera a Joseph Priestley, 19 settembre 1772. Testo originale disponibile su Founders Online, National Archives. Per l’edizione a stampa: The Papers of Benjamin Franklin, vol. 19, Yale University Press, New Haven 1975.

Peirce, Charles Sanders, Il fissarsi della credenza, in Opere, a cura di M. A. Bonfantini, Milano, Bompiani, 2003

Teoria dell’argomentazione

Perelman, Chaïm e Olbrechts-Tyteca, Lucie, Traité de l’argumentation. La nouvelle rhétorique, Presses Universitaires de France, Paris 1958 (trad. it. Trattato dell’argomentazione. La nuova retorica, Einaudi, Torino 1966, con prefazione di N. Bobbio). 

Walton, Douglas,  The New Dialectic: Conversational Contexts of Argument. University of Toronto Press, 1998

Walton, Douglas, “How to Make and Defend a Proposal in Deliberation Dialogue”, Artificial Intelligence and Law, 14(3), 2006, pp. 177-239. Studio della deliberazione come tipo specifico di dialogo distinto dalla persuasione.

Walton, Douglas, Goal-based Reasoning for Argumentation, Cambridge University Press, Cambridge 2015. In particolare il cap. 6, “Practical Argumentation in Deliberation Dialogue”.

Fonti su argument mapping e decision mapping

van Gelder, Tim, “What is argument mapping?”, 2009. 

van Gelder, Tim, “What is decision mapping?”, 2009. Definizione delle mappe deliberative come estensione dell’“Algebra Morale” di Franklin.

Alotto, Pietro, Le mappe argomentative. Strategie e tecniche per visualizzare ragionamenti e argomentazioni, Dino Audino Editore, Roma 2022.

Sulla lista di Darwin

Il documento originale è conservato nella Darwin Archive, Cambridge University Library (CUL-DAR210.8.2). Trascrizione disponibile sul Darwin Correspondence Project: 

Letture di approfondimento

Gigerenzer, Gerd, Gut Feelings: The Intelligence of the Unconscious , 2007 (trad.it. Decisioni intuitive , Raffaello Cortina Editore, Milano 2009).

Kahneman, Daniel, Thinking, Fast and Slow, Farrar, Straus and Giroux, New York 2011 (trad. it. Pensieri lenti e veloci, Mondadori, Milano 2012). Sui limiti cognitivi che rendono difficile deliberare bene.

Heath, Chip e Heath, Dan, Decisive: How to Make Better Choices in Life and Work, Crown Business, New York 2013. Critica costruttiva del metodo pro/contro di Franklin e proposte di miglioramento.

Hammond, John S., Keeney, Ralph L. e Raiffa, Howard, “Even Swaps: A Rational Method for Making Trade-offs”, Harvard Business Review, marzo-aprile 1998. Sviluppo contemporaneo dell’approccio di Franklin.


Pubblicato il 25 gennaio 2026

Pietro Alotto

Pietro Alotto / 👨🏽‍🏫 Insegno, 🧠 penso (troppo) e ✍🏽 scrivo (quando mi va e quanto mi basta) 📚pubblico (anche)